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È tempo di resoconti, come quasi ogni giorno ne arrivano dai media in questo tempo di crisi. Le notizie sono ormai agganciate praticamente solo ai numeri: statistiche, percentuali, quantità perse, disagi in aumento. Il diario della crisi non prevede strategie, riflessioni; dai media al massimo commenti o, più spesso, scarni bollettini, ma senza approfondimento o visione laterale, pochi pezzi hanno a che fare con analisi, in ogni caso. Ci sono anche le buone notizie, o meglio brandelli incompleti di buone notizie, come il fatto che non solo in Italia le vendite di biciclette abbiano superato quelle di automobili, ma lo stesso sta accadendo in ventisei su ventotto paesi della UE. È un comparto industriale, quello della bicicletta, che non solo nel suo stretto specifico ma nel suo indotto strutturale ed accessorio può produrre denaro contante e farne risparmiare in quantità significative.

 

Anche in Europa si vendono più bici che auto

Solo i costi sanitari risparmiati ammonterebbero a 110 mld/anno, ogni euro speso in ciclabilità ne produce settanta. Un riequilibrio delle percentuali di traffico tra i diversi veicoli crea benessere. La buona notizia è incompleta perché i dati del sorpasso delle bici sull’auto non sembrano eventualmente far parte di una strategia, di una volontà istituzionale, almeno non dappertutto nel continente: è successo, punto. Perché si vendono più biciclette che automobili? A pensarci con distacco si può concludere che si vendono più biciclette che auto semplicemente perché gli europei si sono fatti intanto più furbi per conto loro, scegliendo un mezzo di trasporto più efficiente per la maggior parte dei loro spostamenti, o anche solo per voler sembrare più efficienti; poi perché “il bisognino fa trottar la vecchia”, cioè gli stili di vita insensati e retrogradi si possono cambiare solo con le mazzate date in senso figurato da una improvvisa mancanza di risorse; infine, perché le fila degli attivisti o anche solo dei testimonial a favore di un mondo diverso si ingrossano di giorno in giorno, creando dibattiti, informando; e questo, qualche cosa alla lunga fa. Fa che anche i governi più miopi, magari senza troppo capire o voler esplicitare, prendono decisioni finalmente utili e di buon senso spinti da un’opinione pubblica meno lobotomizzata del normale. Intanto però strade ed autostrade sono ancora piene di veicoli a motore, e le persone bloccate nel traffico si attaccano al claxon.

 

Il mercato dell’auto: 42 mesi di crollo delle vendite

Quello che sta accadendo nel mondo delle automobili lo sanno tutti: siamo ormai al quarantaduesimo mese di fila (fanno tre anni e mezzo) di crollo verticale delle vendite, pare che chiuda un concessionario al giorno, le tasse sulla benzina aumentano; sembra che ricambi e officine vadano, per ovvi motivi, benissimo. Anche qui: perché sta succedendo? C’è una volontà, un disegno? Non mi sembra. Nessun governo del pianeta vuole la fine di un uso indiscriminato dell’automobile, o che dica: “va bene, adesso basta, le auto sono un po’ troppe, tiriamo il freno a mano”. Sono tutti lì a dire, sindacati compresi, che la ricetta per uscire dalla crisi è far ripartire i consumi, sfornare nuovi mirabolanti modelli che strabilino il consumatore. O almeno lo dicevano, lo dicevano forte quando gli effetti  – non le cause, del tutto indisturbate – della crisi erano ancora agli inizi. Per pudore adesso non lo dice più nessuno, o quasi. Oppure forse non si vendono più automobili perché nessuno fa qualcosa per impedire questo crollo, ad esempio liberando il mercato dai laccioli del peso fiscale. Pensare che le aziende – stato compreso – che lucrano sul possesso privato delle automobili vogliano smettere di lucrare anche solo su un mercato in calo è come pretendere che le banche siano un servizio sociale.

 

Il superbollo sulle auto di lusso

In questi giorni poi si parla molto del superbollo sulle automobili potenti, incredibilmente indicato da più parti come il vero responsabile del calo delle vendite. Più precisamente, come responsabile della disperazione dei piccoli redditi legati al mercato delle auto potenti: persone che lavorando come impiegati, addetti, meccanici o operai per case automobilistiche dalla vocazione sportiva, stanno perdendo il lavoro perché perfino le auto esistenti vengono precipitosamente vendute fuori dai confini italiani, sparendo così dalle reti assistenza e riparazione nostrane. Capiamo finalmente che il possesso di un’auto molto costosa, di lusso, non è in realtà colpito dalla supertassa perché magari quell’auto è al di sotto della soglia di potenza oltre la quale la tassa si attiva. Un po’ come l’equivoco tra pollution charge e congestion charge in cui spesso si cade. Da una parte colpisci la potenza, dall’altra salvi il lusso, e viceversa. Da me potrete aspettarvi che dica: bene, dopo quello sulla potenza aggiungiamo allora anche un superbollo sulle auto di lusso, forse agganciato alle quotazioni di «Quattroruote», visto che di questi tempi sembra più attendibile del taroccato Euribor. Vorrei andare però oltre. Nessuno, in vista o ormai ben dentro una crisi sistemica come questa, ha proposto cosa far fare a tutti coloro che perdono il posto, compreso quelli che lo perdono per la crisi dell’automotive. Nessuno si è sentito responsabile per il potere che ha sulle vite degli altri, nessuno ha immaginato come voltare la prua e andare da qualche altra parte, promuovendo nuovi stili di vita prima che ulteriori – ed inutili – manovre economiche. Visto che è così tanta gente ad esserci in mezzo.

Infrastrutture leggere penalizzate ovunque

Gli stili di vita rappresentati dall’industria sono ancora, nonostante tutto, legati al possesso di un’auto di lusso come ricompensa per aver lavorato tutta una vita, o magari solo mezza. Quella della gratificazione spiccia, ricompensare il senso di una vita con lo shopping time: per i ricchi la Ferrari, ai poveri lo smart phone. La proposta di questo modello per combattere la crisi legata al superbollo è restituire in fattura quattro anni di tassa (Lotus Italia), premiando “chi ancora desidera concedersi uno dei piaceri della vita” (Repubblica.it Motori). Proviamo a capire invece quali altri gesti apprezzeremmo altrettanto, al culmine di un percorso lavorativo, e facciamone una politica imprenditoriale di svolta, soprattutto per quelli che continueranno a perdere il lavoro. Invece, siamo ancora al concetto che un oggetto di lusso acquistato “non toglie ricchezza alla comunità ma la genera in modo esponenziale come un bella automobile sportiva nuova di fabbrica”. Come dire, se giri in Ferrari devo anche dirti grazie perché vuol dire che paghi più tasse di me. Di chi gira in Ferrari ho personalmente un’immagine diversa, ma la tengo per me. Intanto, in Lombardia succede che due metrotramvie (in un altro ventennio si sarebbe detto: Littorine) con capolinea a Milano anziché essere riqualificate, potenziate, saranno sacrificate per conservarne una in Veneto, e sto parlando degli effetti di una legge di stabilità, non di una legge ordinaria. Se le infrastrutture leggere sono penalizzate perfino in una regione che è un hub di mobilità di livello europeo figuriamoci altrove in Italia, infatti ce lo figuriamo benissimo: a Napoli aspetti quaranta minuti se vuoi usare il trasporto pubblico.

 

Quindi, tornando al perché succedono le cose: da una parte la scelta sarebbe quella di penalizzare di fatto l’automobile con tasse e balzelli insensati, pagando nel frattempo la cassa integrazione ai neodisoccupati, avendo poi come risultato le strade comunque intasate; dall’altra, penalizzare anche l’alternativa più plausibile alla motorizzazione indiscriminata, che con il suo fabbisogno può rinnovare le aspettative di reddito di una generazione, mentre si continua ad investire sulle infrastrutture pesanti. È una riconversione totale quella che ci aspetta, ma la consapevolezza sembra andare molto a rilento. Nel frattempo, sempre più persone si mettono a pedalare. Spero solo che migliori un po’ la qualità dell’aria, e pedalo quindi anch’io.

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