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La grande scritta “LUNA” campeggia su un eclettico edificio di Via Ventura, una strada tutto sommato anonima di Lambrate. È un quartiere di Milano, un tempo fucina di prodotti industriali di vario tipo e indirizzo abituale della gran parte della classe operaia dell’Italia del boom. Adesso Lambrate è in via di ridefinizione. Sono più o meno tre anni che il vuoto lasciato dalle attività produttive si sta riempendo di altre produzioni, perlopiù culturali. È il tema della riqualificazione urbanistica, tassello di un possibile scenario fatto di idee per vivere più che di cose con cui vivere,  interpretata nei modi più diversi. Costruire il nuovo dopo aver fatto piazza pulita dell’esistente, una pratica affine alla colonizzazione sfrenata del suolo ancora deserto, oppure riqualificare l’esistente.

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La scritta “PARK” è su un edificio di fronte, come a dire un confronto, un dialogo, pur se muto, invece di una semplice e pragmatica indicazione. Ma in Via Ventura non c’è un parco di divertimenti, né si fermano giostre temporanee. Quella scritta luminosa viene dalle Varesine, l’area dove una generazione di milanesi ha visto le meraviglie del divertimento elettro meccanico anziché di quello digitale, figlio di quella industrializzazione che lasciava gli spiccioli della sua sapienza al tempo libero dei cittadini per ricevere altrettanti spiccioli in cambio. La scritta LUNA PARK è senza dubbio un trofeo, una reliquia, arrivata qui come uno stinco di santo da Gerusalemme; al suo posto oggi svetta un grattacielo a forma di cristallo, improvvisamente emerso dal terreno ad annunciare la selva di suoi simili poco distanti e altrettanto nuovi. Quel cristallo fa parte dell’urbanizzazione di Porta Nuova, esempio di come un luogo possa essere completamente reinterpretato. Tra Lambrate e Porta Nuova c’è un abisso: di idee, convinzioni, estetica, di modello di business, ma entrambe gli opposti sono percorsi dal fremito ciclistico attuale: Porta Nuova con i suoi tracciati ciclabili firmati Petra Blaisse e Arup (il grosso arriverà nel 2014) e Lambrate con il Bicycle Film Festival appena concluso di cui parlerò tra poco, dopo averlo frequentato lungo tutto il week end.

Milano sembra Hong Kong, questo lo possono vedere tutti, dunque c’è spazio per differenti visioni sulla città. Pur con stridenti contraddizioni, non si può certo dire che Milano sia una città immobile, almeno urbanisticamente. Non c’è zona della città che non sia preda di un continuo orgasmo edificatorio, dalla singola palazzina demolita e ricostruita all’intervento di scala urbanistica. Da qualche anno i milanesi si aggirano attoniti come se fossero stati buttati giù dal letto dalle ruspe. Lambrate sembra invece ancora tranquilla, forte delle sue industrie antiche dai nomi e prodotti celebri (Innocenti, la Lambretta, ed anche la Colombo dei tubi Columbus e la Faema del caffè e della squadra di ciclismo) e di una prima ristrutturazione degli spazi abbandonati. È un quartiere caldo e confortevole, di dimensione paesana, abitato da almeno trenta imprese vecchie e nuove che hanno scelto di venire qui a produrre i propri prodotti ed il proprio futuro, piuttosto che imbarcarsi nella gestione di nuovi spazi probabilmente più costosi, sicuramente più glamour, da altre parti. Ma la scritta lampeggiante delle Varesine testimonia una nuova vita, a cominciare proprio da ZonaVentura, come è chiamato l’isolato della ex Faema. Qui c’è, tra l’altro, un avamposto di progettualità olandese che ha da tempo scelto il quartiere per il proprio evento nel Fuori Salone (del Mobile). Una costituenda associazione tra tutte le firme creative della zona, Lambrate 365 (Mariano Pichler), cerca poi di allargare il calendario della frequentazione del quartiere anche per sostenere un nuovo possibile brand culturale: Made in Lambrate.

Nel frattempo il traffico ciclistico in aumento è arrivato anche qui: per il momento si può quindi parlare di Ride in Lambrate, il concept della XIIIª edizione del Bicycle Film Festival, che bissa il successo fiorentino dei mondiali stabilendo oltretutto il record della seconda edizione italiana in un anno. Il festival cinematografico che si propone di celebrare la bicicletta con “film, arte e musica” è un format replicato in decine di città mondiali ogni anno, ed è il bicchiere mezzo pieno visto dal suo fondatore Brendt Barbur dopo essere stato investito in bicicletta da un bus a NYC. Proviamo a tirarne fuori qualcosa di positivo, pensò. Facciamo una bella festa, raccontiamo a più gente possibile cos’è andare in bici, facciamo cinema.

Passata la sua prima decade di successi ed espansione il BFF è forse un po’ stanco. L’Italia gioca in questo senso un ruolo ristoratore, propositivo. Le precedenti edizioni del BFF milanese erano ancorate al programma cinematografico, con dei doverosi party di raccordo: l’animatore di questa scena era Giovanni Pesce, personaggio chiave della bicicletta a Milano anche come “importatore” della Critical Mass nel 2002. Un altro appassionato Giovanni Morozzo, ha rilevato i diritti del BFF per cambiare strada. Fondatore degli EcoPony fiorentini e manager di Ciclica, il think tank di giovani esperti che pianifica eventi e progetti imprenditoriali a base ciclistica, dopo la prima edizione 2012 negli spazi dell’OCA (Officine Creative Ansaldo), approda nel 2013 ai mondiali di ciclismo fiorentini (settembre, Stazione Leopolda) e bissa sotto Natale con Lambrate. La proposta di evoluzione del format BFF firmata Ciclica è di associarsi a eventi e paesaggi, fare marketing territoriale, calendario, per tenere viva l’attenzione su tutto ciò che la rinascenza ciclistica internazionale sta portando in Italia. Sotto questa lente il BFF a Lambrate vede così moltiplicare i suoi spazi. Tre diversi luoghi al chiuso e un quartiere da scoprire con attività all’aperto. Il target del BFF, si sa, è fatto di giovani appassionati, coinvolti anche in altri scenari culturali, dei tipi da “fissa”. La Alleycat è infatti un classico del programma BFF, ufficiale o informale che sia: erano in trecento a schizzare via da Lambrate per percorrere tutta la città. È l’informalità uno dei tratti distintivi del festival, anche nella sua componente agonistica. La corsa delle cargo bike è un’altro esempio, come nella passata edizione la Brompton Race. A Lambrate il BFF ha visto persone di tutte le età affollare tutti i luoghi del festival: la rotazione prevista c’è stata su tutte le fasce orarie. Adolescenti volanti sulle loro Bmx, giovani messenger, famiglie con bambini, anziani entusiasti e  coppie a pedali. Ci si può rilassare, l’atmosfera è poco performativa e gli spazi assomigliano a delle piazze da incontro. Ho preso la bicicletta e sono andato a girare il quartiere, impressionante la stecca della Innocenti e il cavalcavia di via Rubattino, quello delle gare notturne una volta tanto senza motori, sotto le poderose volte di cemento che reggono il traffico automobilistico della tangenziale.

Oltre al solito parterre di universi ciclistici che il BFF ospita c’è anche la parte creativa del programma, fatta di un concorso video ed uno di design e una pattuglia di neo fotografi volontari appositamente aggregata per l’evento, conferma di come l’immagine degli eventi di Ciclica, nella grafica ad esempio, sia sempre curata. Un programma così ambizioso non poteva non ricevere il sostegno di molti sponsor, attenti alla sostenibilità come Comieco o meno scontati come KLM. Dopo la design week, l’Olanda tiene il punto anche su BFF, con la scorsa edizione presidiata da Amsterdam (la mostra sui Provos) e quest’anno da Rotterdam, città che ospiterà i campionati mondiali di Bmx l’anno prossimo. Oltre alle città olandesi anche Milano patrocina ovviamente il BFF, con l’assessorato allo sport e benessere in prima linea per promuovere Lambrate come distretto della bicicletta europeo. Il vero obbiettivo potrebbe a questo punto essere proprio un distretto ciclistico sempre attivo tra progettazione culturale, di servizi e produzione materiale, con il BFF tra gli appuntamenti più importanti, magari in forma di vero e proprio road festival. Una provocazione? farlo invece fuori distretto, magari a Porta Nuova! Lambrate non se ne avrebbe a male, sono certo.

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