di Giuliano Traini (per gentile concessione del quotidiano Avvenire) – foto Guido P. Rubino

Centinaia di ciclisti ogni fine settimana arrancano sulle rampe del Ghisallo, la salita sul lago di Como simbolo del ciclismo. Il monumento alla storia di questo sport scolpito dalle pedalate di Coppi e Bartali. In cima, ad aspettare i ciclisti, c’è l’antico Santuario dedicato alla Madonna e il nuovissimo museo, voluto da Fiorenzo Magni, il “terzo uomo” de ciclismo italiano scomparso un anno fa. Il santuario è sempre aperto per accogliere la processione di appassionati, mentre il museo è stato appena chiuso perché i suoi conti sbuffano più di un cicloturista sui tornanti della salita. I debiti accorciano il fiato e gli orari: fino alla fine di marzo la struttura resterà chiusa, poi dovrebbe riaprire, sempre che si riesca a trovare i fondi per saldare quel debito che affloscia i palmer delle tante bici esposte.

Il “buco” ha le dimensioni di 80mila euro, la cifra promessa dai politici che non è mai arrivata, e per tapparlo non bastano le “pezze” trovate sporadicamente dai pochi consiglieri rimasti. Perché molti di quelli che si erano impegnati per far funzionare la struttura sono andati in fuga, inseguendo traguardi lontani dal museo. Come quel politico, raccontano, che dopo il primo consiglio chiese a quanto ammontava il gettone di presenza, e una volta scoperto che oltre a non essere previsto bisognava anche tassarsi non si è più visto.

A tirare il gruppo dei superstiti ci sono due arzilli reduci del ciclismo in bianco e nero: Marino Vigna e Giorgio Albani. Nomi importanti per il mondo della bici, una garanzia di serietà per il progetto che vogliono portare al traguardo. Vigna è stato campione olimpico su pista alle Olimpiadi di Roma e tecnico di Merckx, prima di passare il volante dell’ammiraglia del “cannibale” proprio ad Albani, altro ex professionista di buon livello e spalla di Torriani al Giro d’Italia.

I due pedalano in tandem per cercare una soluzione difficile da trovare, ma non impossibile. Chiedono aiuto ovunque e a chiunque. Non sono abituati ad arrendersi. Erano avvezzi a pedalare su strade bianche, piene di buche, e su bici pesantissime. Sono stati protagonisti di quel ciclismo che ha trascinato milioni di persone ai bordi di strade polverose, innamorate di uno sport che rappresentava la metafora dell’Italia del dopoguerra. E proprio per preservare quella memoria storica Magni aveva pensato al museo e messo le mani in tasca per realizzarlo. Una gigantesca collezione di cimeli che raccontano la storia di questo sport e degli uomini che l’hanno scritta intingendo la penna nel sudore. Un tesoro di maglie e biciclette, consumate dalla strada, donate da campioni e gregari. Una raccolta che in Francia o in Belgio farebbero pazzie per avere, anche se da quelle parti esistono già musei dedicati al ciclismo. E non è un caso che la maggior parte dei 15mila visitatori annui del Museo del Ghisallo sono proprio stranieri attratti dall’eterno fascino del ciclismo.

Ma il viaggio nel tempo ora rischia di essere arrivato al capolinea.

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