Di Lorenzo Franzetti

Il museo del Ghisallo è a rischio: a un anno dalla scomparsa del suo vero fondatore, Fiorenzo Magni, la situazione non è facile. I problemi finanziari e l’allarme lanciato dal collega Giuliano Traini alimentano tristezza e preoccupazione in tutti gli appassionati di ciclismo. Il Ghisallo è un simbolo popolare, è l’ultimo grande traguardo di un campione (Magni) e che doveva essere un’eredità, un dono  per i futuri ciclisti, ma anche una testimonianza importante per il territorio lombardo. Rischia di non essere così.

Cancellare un simbolo, proprio mentre un’altra icona come il Vigorelli sta per essere abbattuta, sarebbe uno sfregio per la cultura ciclistica che, in Lombardia ha radici e origini antiche e molto profonde. Il museo del Ghisallo va difeso e sostenuto, ma a quali condizioni? Una riflessione è d’obbligo.

L’instancabile entusiasmo di Magni non c’è più per tenere in vita una creatura che, pur maestosa, rischia davvero di rimanere una cattedrale nel deserto. Con questo non si vuole sminuire affatto la passione di chi si sta ancora impegnando per salvaguardare il museo del Ghisallo, Vigna e Albani in primis. Occorre però riconoscere che i costi (non pochi) di una struttura molto bella anche dal punto di vista architettonico difficilmente possono essere giustificabili, se non ripagati, da un museo che non sia vivo.

Non è affatto vero che con la cultura non si mangia, ma solo a condizione che ci siano lo spessore dei contenuti e un’imprenditorialità che sappia gestire attività costante. Una raccolta di cimeli non fa un museo che, invece, ha il dovere di realizzare un percorso storico che abbia un senso: soprattutto in quel luogo, al Ghisallo, simbolo della Lombardia ciclistica. Lombardia ciclistica che è la culla non solo di una tradizione sportiva, ma anche e soprattutto di un’industria ciclistica e di un’economia che sono all’origine di un “made in Italy” della bicicletta che, ancora oggi, è un’eccellenza riconosciuta in tutto il mondo.

Fiorenzo Magni, tenace e infaticabile, ha costruito il “suo” museo, ha saputo raccogliere donazioni di  cimeli, ha saputo muovere tanti appassionati attorno a questa bella idea: ma la riconoscenza doverosa nei confronti dei donatori è un conto, un percorso museale che abbia un valore assoluto è un’altra questione che richiede un progetto vero.

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Non solo ogni bici, ma ogni pezzo esposto dovrebbe avere un senso, ogni tassello dovrebbe andare a comporre un mosaico dal valore storico e culturale indiscutibile: una logica precisa che, a oggi, guardando la collezione attuale, sfugge. Sfugge all’appassionato e figuriamoci ai giovani o ai turisti che vorremmo istruire. La didattica, in un museo vivo, è importante. Il museo del Ghisallo, la collezione, vive solo di passione (quella immortale di Magni e di pochi fedelissimi), ma purtroppo non basta.

Ci sono collezioni private e musei di singoli collezionisti, oggi, con ben altro valore e spessore, se vogliamo considerare l’importanza storica delle bici esposte. Perché non coinvolgere questa rete di appassionati, di collezionisti importanti? Un percorso museale che racconti le gesta dei grandi campioni e dei grandi nomi del ciclismo lombardo deve mirare a una collezione che abbia un significato storico e culturale di valore.

E le aziende? Dove sono le aziende? I marchi, i grandi nomi dell’industria ciclistica lombarda dove sono? In che modo contribuiscono a un museo che dovrebbe essere il fiore all’occhiello di una tradizione e delle loro radici? Il Ghisallo dovrebbe unire tutte le anime della bici, in Lombardia, ma a oggi resta un bel sogno voluto da Fiorenzo Magni e che, purtroppo, odora di muffa. E questa non è cultura ciclistica, ma solo nostalgia.

Un museo vivo ha bisogno di attività, di attività che non siano finanziate a fondo perduto, ma che diano un ritorno effettivo, economico, ma soprattutto culturale: per il territorio, deve essere occasione da sfruttare. Con la cultura si mangia, ma purché sia una cultura viva e che sappia addirittura fare impresa. E questo potrebbe valere sia per il museo del Ghisallo, sia per il Vigorelli, come per qualsiasi altro monumento o luogo di cultura che si confronti con il mondo attuale.

Una risposta

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    riccardo clerici

    Caro Franzetti, ho letto la sua appassionata difesa del museo del ghisallo e devo dire che io, amante da sempre della bicicletta, non l’ho mai ritenuto una priorità e che, anzi, a suo tempo inviai una lettera al giornale ‘la provincia’ contestandone la realizzazione, prima che questa avvenisse. I miei primi ricordi del ciclismo sono legati alla vittoria di Dancelli alla Milano Sanremo che cancellò una lista negativa per gli italiani ferma dalla doppietta petrucciana. Questo lo dico perché voglio togliere ogni dubbio: amo il ciclismo. Amo la bicicletta ma non tollero gli sprechi. Milano avrebbe potuto dotarsi di un polo museale di quel tipo all’interno del Vigorelli. Molta gente passa di lì da tutto il mondo e la città si è dimenticata delle due ruote. Occorreva agire lì, dove vivono milioni di persone e non in cima al Ghisallo, dove la gente ama entrare nella chiesetta e ha ritenuto un spregio al sacro del ciclismo la costruzione di un ‘palazzo ducale’ di fianco ad una basilica. Come si può pensare che nei sabati uggiosi di novembre la gente si rechi in un posto scomodo come quello per delle conferenze? Non sarebbe stato meglio a duecento metri dalla fermata della metrò milanese?
    E fino a qui la critica pessimista. Dobbiamo prendere atto che lo spreco è stato fatto e che qualcosa occorre fare per non lasciare lo scempio architettonico con vista lago (sarà anche bello dl punto di vista architettonico ma già suscitava perplessità da quello paesaggistico da pieno, ora che è vuoto chi lo può difendere?). Prendiamo atto e stabiliamo quali regole lo possono rivitalizzare. Lei propone la cultura, il riempirlo di sacralità (nel ciclismo la sacralità è … sacra e quindi va presa in considerazione seria).
    Già nel preambolo ho detto che ciò non basta. Occorre farne un polo attivo in connubio col turismo. Quei soldi si sarebbero dovuti spendere in ciclabili che potevano significare utilizzo in sicurezza e maggior turismo. Il lago di Como non può competere con le alpi francesi o con le dolomiti da questo punto di vista; troppa storia e leggenda (sacralità) lo separa da questi due moloch. Può competere, però, con le Fiandre, con la riviera romagnola dove migliaia di ciclisti di tutta Europa sfrecciano, non sapendo che con tre ore di macchina in meno avrebbero potuto godere della ‘terra dei muri’. In nessuna parte d’Italia sono ravvicinati 4 muri quali quello di Sormano, della Conca di Crezzo, dell’alpe Oneda e del Cornizzolo; potrei aggiungere l’attacco di via Pagani della Brunate, l’uscita di Albavilla verso il vicerè eccetera. A Rimini, però, sorridono ai turisti in bici; a Como la bici te la fanno tenere in macchina, gli albergatori. In Toscana puoi godere di ore senza macchine; a Como ti stirano appena esci dalla hall. Sulle Dolomiti, oltre a sorriderti, di mostrano la sala attrezzature; a Como ti guardano male se entri in un negozio di bici e non hai comperato il ‘mezzo’ da loro. A Como, se fai arrivare il giro di Lombardia che mette in mostra in tutto il mondo, si lamentano i pensionati che il sabato pomeriggio devono andare a Grandate al supermercato: che gliene frega a loro se la seta non ‘tira’ più e il turismo può far vivere dignitosamente i loro eredi?
    Da anni si parla di un polo d’allenamento in cima al Ghisallo, sfruttando parte della struttura, dedicando alberghi troppo vecchi ad ostello per i ragazzi di tutta Europa che qui sarebbero convenuti con i loro allenatori. Niente. Niente è stato fatto. In Alto Adige, di fianco a vasche di laminazione o di raccolta acqua per irrigazione, sono state costruite piste per ski roll, utili all’allenamento invernale per i ciclisti e per quello estivo per i fondisti; lo hanno fatto sfruttando uno scempio e con spesa quasi nulla. Qui, niente.
    L’amministrazione provinciale ha speso 500.000 euro per mettere i ‘totem’ per prendere i tempi quando l’esperienza insegna che anche all’alpe d’Huez e sul Pordoi sono falliti. Hanno fatto marcia indietro e costruito con quei soldi la pista tra la val di Fiemme e l’attacco al passo. Qui no: probabilmente stanno pagando l’affitto di un capannone dove ricoverarli, visto che mano li ho visti (potrei avere un abbaglio di vista ma non sul fatto che non servano a nulla).
    Alla fine dico: il museo può sopravvivere se diventa un museo per la civiltà comasca. Insieme alle biciclette venga fatto della cultura comasca una cultura di accoglienza, di apertura. Allora il museo avrà avuto il risultato più alto. Se continueremo a chiederci quali reperti mettere al suo interno, allora il museo è giusto che muoia e che chi lo ha costruito ci dica come fare per non vederlo più dal lago.

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