Hanno ammazzato il Mario in bicicletta passa per una canzone popolare della “mala” milanese, ma in realtà è una canzone d’autore. Il testo, del 1959, è di Dario Fo e la musica di Fiorenzo Carpi. L’hanno cantata Ornella Vanoni, Nanni Svampa e qui, nel video, la canta Alessio Lega. C’è la Milano del dopoguerra, della periferia di fabbriche e cavalcavia, di società ciclistiche (l’Amatori B Gallaratese e la Pedal Monzese) che ricordano il Dio di Roserio di Giovanni Testori, di questurini e di “furti al volo”. Intorno a questa canzone, qualche anno fa, Carlo Oliva, scrittore, saggista e conduttore radiofonico – scomparso poco più di un anno fa – ci ha scritto un racconto, che qui riportiamo.

Qualcuno sul tram

di Carlo Oliva

Hanno ammazzato il Mario in bicicletta
Gli hanno sparato dal tram che va all’Ortica
Era in salita ma pedalava in fretta
Poi l’han beccato e andava con fatica
L’hanno beccato preciso sul cervello
Ma ha fatto ancora qualche pedalata
Poi è crollato come fa il vitello
Quando gli danno l’ultima mazzata

 (da Hanno ammazzato il Mario in bicicletta di Dario Fo e Fiorenzo Carpi)

Il vero problema, con il Mario in bicicletta, non è che lo abbiano preso a rivoltellate. Si era messo, lo sciagurato, in una situazione in cui non poteva capitargli niente di diverso. Capirete: aveva “fatto fuori” con una bomba Breda, così come fosse niente, il poliziotto d’alto rango appostato davanti alla casa della sua fidanzata – difficile che fosse davvero il Questore, visto che i funzionari di quel livello di solito non si attivano di persona per la cattura di semplici ladri di biciclette, per quanto di tecnica prestigiosa, ma non sarà stato neanche uno degli ultimi scagnozzi del Commissariato di zona – era balzato sulla “bicicletta da donna di un bambino” di passaggio e su quel mezzo così poco promettente cercava di filarsela: gli altri poliziotti sicuramente presenti all’appostamento, sia pure in posizione defilata, lo avranno ovviamente inseguito e, viste le circostanze, gli avranno senza dubbio sparato. Il vero problema è il tram. Che c’entra il tram, di fatto, con questa ricostruzione? E non un tram qualunque, ma il tram che va all’Ortica, che all’epoca non poteva essere che il 24, sul vecchio percorso da via Noto, al Vigentino, fino all’Ortica, appunto, in fondo a via Amadeo. Quando mai è visto la polizia inseguire un sospetto in tram? Sì d’accordo, lui pedalava in fretta, e andargli dietro a piedi non sarebbe stato particolarmente produttivo, ma non disponevano, gli agenti dell’ordine, di qualche altro mezzo?

E non basta. Il fatto che, come precisa l’autore dei versi, il Mario pedalasse in salita situa l’episodio con una certa precisione sul ponte della ferrovia di via Ripamonti, l’unico tratto su tutta la linea che non fosse, e non sia, rigorosamente in piano, ma la precisazione complica ancora di più il problema. È vero che anche allora il traffico poteva impacciare gli inseguitori motorizzati e favorire i fuggiaschi a pedale, ma non su quel ponte, ampio e poco frequentato, e anche se si trattava (e si tratta) di uno dei pochi tratti della rete urbana in cui i mezzi pubblici godono di una corsia riservata, si sa che in salita i tram vanno ancora più piano dei ciclisti e al Mario d’altronde sarebbe bastato arrivare al semaforo e svoltare a destra in viale Isonzo o a sinistra in viale Toscana per sottrarsi a qualsiasi inseguitore che si fosse affidato ai mezzi dell’ATM. Dopo due trecento metri avrebbe potuto abbandonare il mezzo e salire sulla prima vettura di passaggio del 90/91 e a quel punto chi l’avrebbe visto più?

Invece c’era qualcuno sul tram. Qualcuno che, indifferente alle reazioni degli altri passeggeri, alle proteste del bigliettaio, alla probabilissima presenza di auto della volante nei paraggi, ha estratto l’arma (quale che fosse), ha preso la mira e l’ha beccato preciso nel cervello. E cosa ci faceva su una carrozza del 24 un killer di tanta gelida abilità? Quando c’era salito? Doveva essere qualcuno che aveva previsto tutto, la strategia dell’appostamento poliziesco, la reazione del Mario, la direzione della sua fuga (perché se lo sciagurato si fosse messo a pedalare verso Opera si sarebbe portato rapidamente fuori tiro), le reazioni dei presenti, quelle della polizia… tutto, insomma. Il come e il perché i dati disponibili non ci permettono di stabilirlo, ma quei versi enigmatici – opera, non a caso, di un futuro premio Nobel, noto da sempre per il suo appassionato impegno civile – ci garantiscono che alle origini della canzone noir italiana – allora si diceva “canzoni della malavita” e quella del Mario, se non mi sbaglio, era una delle prime – si annida, come tanto spesso nelle svolte cruciali del nostro paese, un mistero.

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