Primo premio un tacchino, una cassa di birra al secondo, dodici uova al terzo. “Per mille diavoli! A casa mia non si vede un tacchino intero da prima della guerra”, sbotta O’Brian davanti alla porta del Cavern, il pub del paese, dove era stato affisso un manifesto della prima gara di ciclocross mai organizzata nella contea. “Ciclocross, che cavolo di sport è? Sarà roba per femminucce, per quelli che sono schiappe a rugby”, ridacchia Jimmy, lì accanto. Da dentro il pub s’intuisce la voce di un signorotto della città, dalla finestra, tra nuvole di fumo, lo si vede anche parlare: in giacca e cravatta, davanti a uomini e ragazzi con le braghe sgualcite, le camicie rattoppate e gli scarponi. Atleti di campagna.

La curiosità li convince. O’Brian e Jimmy si uniscono alla miniplatea del signorotto. Il signorotto, col manifesto della corsa in mano, spiega di che si tratta: una corsa in bicicletta che non è solo in bicicletta. Una storia di saltafossi, racconta, di gente che non teme il fango: di corsa nei prati, con le bici cigolanti, dentro ai torrenti. Più veloci delle capre del vecchio Brendan, l’allevatore del paese.  «Quelli di città, come lui, qui non hanno scampo. Noi sappiamo saltare i fossi meglio di chiunque altro. E abbiamo pure fame, tanta fame. Ma la bicicletta, dove la troviamo?. È così che O’Brian e Jimmy scoprono il ciclocross: dietro a una pinta di birra. Gente di campagna, fiera dei propri pantaloni con le toppe, contro topi di città, i forestieri.  Orgoglio e pancia vuota. E bici recuperate da vecchi rottami, oliate e riparate nella vecchia bottega del fabbro. Per un tacchino, ne vale la pena…

Questa storia, immaginata, comincia più o meno così. Il ciclocross, nelle campagne del dopoguerra, ha conquistato contadini e ragazzi con la fame: dalla Scozia all’Italia, dagli Stati Uniti, sempre così.

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