Foto Bettini

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La storia che merita un pensiero speciale questa settimana, è quella di un giovane ciclista che fa il lavoro che ama: il corridore. Lo si capisce dal fatto che è in giro per il mondo, si allena come un matto, corre da febbraio e, a fine stagione, anziché andarsene in vacanza, ha deciso di concedersi un’altra emozione: emozione che non è regalata, ma è tutta da conquistare. Campionato europeo su pista, in Olanda, ad Apeldoorn: Corsa a punti, lo spettacolo di tecnica, intelligenza e gambe, che l’Olimpiade ha cancellato dal suo programma. Non si sa perché. Campionato europeo, un appuntamento per specialisti, con poche telecamere, ma l’evento vale un brivido, per chi sa cosa si prova sulla pista: Elia Viviani lo sa. Si è preso, da fuoriclasse, un secondo titolo continentale consecutivo.

Il giorno successivo, ha fatto il bis nell’Americana, specialità da brividi, ma in Italia ormai roba da intenditori: in coppia con il giovane Liam Bertazzo. Non è cronaca, è lo spunto per una riflessione, per un pensiero dedicato a chi il ciclismo lo pratica con sacrifici veri. Correre su pista, in Italia, è quasi frustrante: una scuola antica e una tradizione non ci sono più. Tutto spazzato via da una generazione di tecnici idioti, una mandria di direttori sportivi che ne ha combinate di tutti i colori, rovinando talenti e, spesso, mettendoli pure su strade sbagliate. Un mestiere praticamente estinto, quello del pistard. E solo l’amore per questa specialità può convincere un giovane, oggi, a sacrificare giornate nel silenzio dei velodromi.

Elia Viviani, senza troppe parole, si concede queste emozioni: sacrifici ed emozioni. E, quasi come un monaco, tramanda a modo suo un modo d’interpretare un lavoro bellissimo: quello del corridore. Un po’ l’avete conosciuto, Elia, con il suo blog, ma non è per questo che gli dedichiamo un pensiero speciale: solo chi è un esempio, è un campione. Perfetto per cycle!

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