Casati

di Guido P. Rubino

Ho scatenato un piccolo putiferio e non me lo sarei immaginato. Sulla rivista on line dedicata alla tecnica cyclinside.com, ho pubblicato una notizia relativa alla contraffazione di telai. In questo caso si parlava di Pinarello, visto che l’azienda veneta ha pubblicato un messaggio di attenzione riguardante il rischio di telai contraffatti che verrebbero venduti in maniera truffaldina su internet.

La notizia è qui, ed è la legittima difesa (ma anche la sacrosanta messa in guardia per i consumatori) di un marchio che vede uscire telai di cui non ha approvato la distribuzione.

Tutto chiaro? Non tanto a quanto si legge dai commenti sulla pagina Facebook di Cyclinside e agli altri che sono arrivati per email. Commenti che, in realtà, non sono nuovi e mettono nero su bianco delle voci che più di una volta abbiamo sentito circolare sulla faccenda: in realtà, si legge negli interventi, i telai definiti come contraffatti sono perfettamente affidabili perché si tratta di telai originali costruiti in oriente dalla stessa fabbrica che produce per Pinarello, ma frutto semplicemente di una sovrapproduzione. Stessa cosa, quindi stessa affidabilità. E tutti contenti quelli che li hanno comprati.

Ma siamo proprio sicuri?
Emblematica è la scarsa fiducia che viene fuori dagli utenti nei confronti del mercato sospettato di prendere per il naso i propri clienti.

Già qualche anno fa un negoziante ci fece vedere un telaio identico al top di gamma di Pinarello di allora. «Guarda – ci disse – è proprio lo stesso, solo completamente nero». In effetti li telaio c’era e l’unica differenza apparente era la verniciatura nera lucida al posto della grafica Pinarello. Ma decisamente riconoscibile viste le forme particolari di quella produzione.
Poi lo stesso negoziante aggiunse: «Questo me l’ha portato un cliente, l’ha preso su internet e inizialmente non volevo neanche montarglielo visto che sono responsabile di quel che esce dal negozio». Poi trovarono un accordo in cui, di fatto, il negoziante forniva solo la manodopera. Discutibile in caso di problemi ma lui si fidò di quel cliente, col rischio pure di perderlo.
Un episodio come tanti che avvengono giornalmente in Italia e tanti dubbi di chi vuole la bicicletta bella ma non ha voglia (o possibilità) di spendere certe cifre.

Essere o apparire? Ecco il dubbio di questi tempi. Tutti pedaliamo per piacere, ma ci piace anche… piacere. E allora si tende ad andare oltre, purché l’apparenza sia plausibile si scende a patti con la sicurezza.
I ciclisti di oggi sono vanitosi, si sa, ma il limite dovrebbe essere la sicurezza. Qualcuno commenterà (qualcuno l’ha già fatto): “meglio prendere i telai direttamente dal costruttore piuttosto che con il ricarico esagerato di chi poi ci mette il marchio”. Ognuno, ovviamente, è libero delle sue azioni, fermo restando che acquistare telai illegalmente è, appunto, contro la legge, ma ne vale davvero la pena?

D’altra parte se c’è, tra gli amatori, chi assume sostanze dichiaratamente nocive per apparire forte…

La prima domanda che mi pongo è: andrei io su un telaio del genere? Sarà pure uguale all’originale, ma chi mi garantisce che sia fatto davvero allo stesso modo?
Un po’ come il pane dei forni abusivi. Chi lo produce avrà pure esperienza, ma i controlli sanitari non ci sono e spesso viene cotto con combustibili tossici (spazzatura).

Anche se lo stampo utilizzato per realizzare i telai è fisicamente lo stesso dei modelli originali, chi ci dice che il materiale all’interno sia disposto secondo il progetto originale? Chi controlla? E chi controlla che la produzione, poi, sia al livello degli standard richiesti?

Inoltre gli stampi utilizzati hanno un ciclo di vita definito, oltre il quale, proprio per mantenere la qualità di produzione, non è il caso andare. Utilizzarli significa produrre comunque dei telai esteticamente identici agli altri (tutto sommato, basta aver cura dello strato esterno di fibra di carbonio, che è quello a vista), ma potenzialmente di qualità inferiore. Dove per qualità si intendono anche robustezza ed affidabilità.

Per poter vendere un telaio in Italia (e in Europa) la legge richiede il rispetto di standard precisi in fatto di robustezza e ai costruttori conviene adeguarsi anche perché le pene sono molto severe. Telai che seguono altre vie di importazione non hanno alcuna certificazione di questo tipo, sta tutto alla responsabilità di chi acquista.

Insomma, anche se non si hanno pretese da Giro d’Italia vi fidereste ad affrontare una discesa, e le conseguenti sollecitazioni, su un telaio dichiaratamente non certificato? Ancora prima di pensare all’illegalità della cosa (che già dovrebbe bastare), pensiamo alla nostra sicurezza. Voi ci andreste, con un telaio del genere, a sessanta e più all’ora in discesa? Io no.

Poi se non si vuole prendere il marchio famoso per tanti motivi, in Italia ci sono molti bravi artigiani, che lavorano anche il carbonio e fanno prodotti ottimi e sicuri come da certificazione.
Pensiamoci, perché a volersi travestire per forza da pro’ non è detto che sia necessario, gambe a parte.

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