sella_Brooks_Swallow_2

di Lino Gallo

(leggi qui la prima e la seconda parte).

Si, ok, il manubrio è stretto, la postura scomoda, però vado, un po’ incerto magari, ma vado. Beh, per i primi cento metri non mi posso lamentare, ho anche fatto un’inversione. Bene, bene, posso avventurarmi per il mondo, inteso come parco sia chiaro, in area protetta per specie a rischio.

La Romagnola è leggera, scorrevole, va via veloce con poca fatica, che bellezza. Provo il cambio, che è sulla seconda corona piccola, non chiedetemi il numero dei denti, non ne ho idea. Per ora so che più piccola la corona più si fa fatica, ma più si va forte. Al momento mi basta sapere questo.

Cerco di provare la terza corona (su 5), ci vuole qualche tentativo per beccarla, devo capire quanto tirare il manettino, alla fine la trovo. Mi sembra il compromesso migliore, poca fatica e velocità dignitosa.

Primissime impressioni: frenare non è facilissimo, nel senso che le mani sono distanti dalle leve se le tieni sul manubrio e per frenare devi spostarle per tempo. Se invece le tieni le sui coprileve di gomma devi frenare con anulare e mignolo e si fa meno forza. Se infine si impugna il manubrio sulla curva vicino alle leve si è in basso con il busto, troppo in basso per me, per ora.

Intanto avrò fatto un chilometro e sono entrato nel parco, in pista ciclabile. Primo errore. Mai al parco in un giorno festivo. E’ affollatissimo… podisti, maratoneti, fauna di vario tipo e varia umanità. Pericolosissimi. Vanno dove gli pare, tu sei silenzioso, loro hanno le cuffiette e non ti sentono. Combinazione letale. E’ un attimo e gli puoi essere addosso. Bisogna stare con tremila occhi.

Domani compro almeno un campanello. Farà un po’ ridere su una Bianchi da corsa e probabilmente la Romagnola mi guarderà male, ma ci vuole proprio.

I suddetti umani hanno poi una irresistibile attrazione per la parte della pista delimitata da striscia continua gialla e disegno della bicicletta ogni 20/30 metri. La larghezza della pista è così divisa: ¾ riservata agli umani, ¼ ai ciclisti. Ora, dove cammina, corre, salta, chiacchiera, fa stretching la maggior parte degli umani? Ma è ovvio. Nella parte riservata ai ciclisti.

Cos’è? Amano la trasgressione? Non riconoscono il disegno della bicicletta per terra? Si sentono più vicini fra loro come al cinema, dove vedi la sala vuota e tutti raggruppati al centro a disturbarsi a vicenda?

Vabbè, dopo 10 minuti già Mi arrabbio? Calma, tutti quanti amma campà ed io sono un fortunato, godo di un gran privilegio, il tempo disponibile. Perciò solo giorni feriali d’ora in poi. Per il resto bello, gli altri ciclisti buttano l’occhio sulla Bianchi, ego che gongola…

Dopo un’oretta di parco e di slalom fra umani mi sento più a mio agio con l’equilibrio, passaggi stretti, curve varie; devo stare attento coi freni, bisogna cercare di prevedere le situazioni, ci vorrà un po’ di pratica ed esperienza.

La sella pensavo peggio. E’ di cuoio, una sciccosissima Brooks nuova, dura e pura pur se ingrassata, ma insomma, può andare. Quello che duole è il collo, si sta con il busto piegato in avanti, il peso che grava su braccia e polsi e bisogna sollevare la testa per guardare la strada, una posizione innaturale e faticosa, speriamo migliori col tempo.

A questo punto decido di muovermi in open road per fare le foto alla bicicletta in luce naturale. Ho scelto due posti, il primo è il Carroponte a Sesto S. Giovanni, un reperto di gloriosa archeologia industriale della Breda, recuperato e riconvertito a uso pubblico. All’interno ci sono varie strutture ed una locomotiva a vapore che adoro. L’immagine che ho in mente riunisce i due cavalli d’acciaio, le ruote, i meccanismi, gli stantuffi meccanici e umani, non a caso Learco Guerra veniva chiamato la Locomotiva Umana.

Vicino alla locomotiva noto un monolite massiccio di ferro rugginoso su cui sono applicate delle scritte. Leggo. Ricordano la Resistenza nelle fabbriche e oggi è il 25 Aprile. Un Segno. Ci appoggio la Bianchi e celebro, a mio modo, la Festa. Poi altre foto, lungo un muro di mattoni, su un piedistallo di granito e manufatti di antiche fusioni. La Romagnola fa la sua figura, lei capisce.

Proseguo e percorro Viale Sarca, poco traffico, strada larga, comincio a notare alcune cose, di sicuro ben conosciute dai ciclisti di lungo corso, un po’ meno da quelli di brevissima corsa come me. Buche, rattoppi, detriti vari in particolare a bordo carreggiata dove mi trovo a pedalare e poi asfalto liscio, rugoso…con una bici da corsa si sente tutto e si colgono subito le differenze.

Per la serie errori del neofita da corsa cittadino (e milanese), elenco:

La sete. Se esiste un porta borraccia e relativa borraccia è perché l’acqua serve, eccome se serve. Dopo pochissimo sotto il sole ho una sete micidiale. Rientrato a casa berrò come un cammello. E procurerò in futuro di riempirla la borraccia.

I vestiti. In effetti la tenuta da ciclista sembrerà ridicola al neofita, ma è senza dubbio la migliore, più comoda, pratica, ti evita di sudare troppo, insomma stai meglio. Dopo aver provato un abbigliamento normale ho capito l’errore. A patto di non pretendere di passare inosservati in Piazza del Duomo, mentre si transita con nonchalance, vestiti da clone di Fabian Cancellara con la sua stessa bici, anche se al massimo si toccano i 35, toh, 40 all’ora vedendo la Madonna del Ghisallo che sorride…

La sellaCi vuole proprio alta, si pedala meglio, con meno fatica e più risultato. Come al solito chi ne capisce in genere ha ragione, tanto quanto ha torto chi pensa di nascere imparato. Alzerò la sella e andrò a Canossa.

Meditando meditando sui massimi sistemi ciclistici arrivo alla nuova Bicocca, fulgido esempio di cementificazione. Dopo pochi anni già inizia ad autodistruggersi e nei giorni di festa sembra terra, anzi cemento di nessuno. Zona strausata negli spot pubblicitari perché è un non luogo e quindi va bene per girare spot destinati al mercato internazionale. Anch’io non mi sottraggo al suo fascino perverso e posiziono la Bianchi fra portali, piazzone e sparuti alberelli. Non è neanche male, una bici sola al comando, unica presenza paradossalmente viva insieme a due piante, con quel suo colore a metà fra l’azzurro cielo ed il verde chiaro.

Autoscatto d’obbligo e lemme lemme rientro a casa. Di nuovo Viale Sarca. Verso Sesto han messo l’asfalto nuovo e si va da dio, poi Fulvio Testi, con pista ciclabile storica, c’è da una vita e lo si capisce dal grado di trascuratezza. Qui da noi le cose si fanno per poi lasciarle andare al degrado… Intanto calcolo le percorrenze della mattinata, a occhio avrò fatto una quindicina di chilometri fra avanti e indrè.

Grande! Mi sembra perfino troppo come prima uscita. Ancora niente salite però. Arriveranno anche loro, prima devo fare ulteriore apprendistato. Nel frattempo la valanga non si ferma, nuovi progetti collaterali si avviano; da qualche settimana sto filmando biciclette, vecchie e nuove botteghe di ciclisti, musei, collezioni, raccolgo materiale con l’idea è di realizzare un video che racconti parte del mondo ciclistico urbano milanese e di quello più “ciclo cool “ londinese, un video prologo che culminerà con le riprese all’Eroica, dove il nostro team utilizzerà varie telecamere, oltre a dare il meglio di sé.

Intanto ci dobbiamo partecipare all’Eroica. Io sono già iscritto, gli altri amici sono stati tutti estratti nel sorteggio. Solo uno è stato sfortunato, il promotore di tutto, Gian Luca. Sfiga nera. Ma la speranza è l’ultima a morire, a metà maggio si tirano le somme finali. Ogni strategia verrà sfruttata per raggiungere l’obiettivo. Pensavo anche di spedire questo racconto illustrato agli organizzatori dell’ Eroica… chissà che, mossi a compassione, iscrivano il Gian Luca Honoris Causa? Con tutto sto sbattimento se lo meriterebbe.

Io intanto pedalo, ho voluto la bicicletta?

 

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