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Mi sforzo di considerare Milano una città che vuol bene alla bicicletta, anche se fatico a credere nei sentimenti sinceri di un’amministrazione che dice di voler investire nelle due ruote, ma è pronta a cancellare la memoria storica del ciclismo milanese, il Vigorelli, a colpi di ruspa.

Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, utilizza abitualmente il bike sharing in città

Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, utilizza abitualmente il bike sharing in città

A Milano, tuttavia, la bici è sempre più di moda tra i cittadini: cosa voglia dire, in concreto, è ancora difficile da stabilire, anche perché, per il momento, questa tendenza non si traduce in una crescita del business delle due ruote. Tuttavia, è un fatto che le boutique del centro, i manager dei quartieri “in”, i ragazzini, ma anche gli adolescenti milanesi vedano oggi la bicicletta, non più come un mezzo sfigato, bensì come un oggetto trendy, oltre che utile e portatore di benessere.

Un altro fatto, ancor più concreto e supportato da numeri precisi, di questa moda milanese è il successo del bike sharing: 21mila tesserati e oltre 9.000 noleggi di bici al giorno. Grazie anche a un centro storico meno caotico (con l’istituzione di Area C) ci si è finalmente accorti della propensione naturale, di Milano, per l’uso della bicicletta: città completamente pianeggiante, con una conformazione urbanistica che, in centro, è l’eredità di un passato romano e medioevale. Sembra progettata per la bici, Milano: se non fosse per la sua pericolosità, altro fatto evidente, circolando per le strade del capoluogo lombardo.

Ora, in vista dell’Expo, anche la bici avrà il suo momento di gloria: spazio ai grandi progetti, dunque. Il 2015, l’Expo autorizza a sparare grosso: tipico italiano, quello di sfruttare un evento per proporre progetti costosi che, altrimenti, non sarebbero finanziabili. Per la bici, con grande enfasi, l’amministrazione comunale ha annunciato, per voce del sindaco Pisapia, un investimento ulteriore nel bike sharing, questa volta mirato alle bici elettriche, a pedalata assistita.

Milano sarà la prima città al mondo a istituire un bike sharing elettrico su larga scala. Non è un giochino, ma un business: un’operazione da 7 milioni di euro (come minimo), alla quale sta lavorando l’amministrazione comunale, i responsabili di ClearChannel (la società che gestisce il servizio per conto di Atm)  e il direttore generale del ministero dell’Ambiente, Corrado Clini. Sette milioni di euro, circa, per allestire una rete di ottanta-cento nuove stazioni per mille bici elettriche, collegando la cerchia dei Bastioni e l’Expo, che sarà alla periferia ovest di Milano. Senza contare la gestione.

Expo-2015La bici elettrica a pedalata assistita è l’unica vera scossa al mercato delle due ruote: le vendite di questo tipo di bici (per gli integralisti non sarebbero nemmeno da considerarsi biciclette) stanno crescendo un po’ in tutta Europa. In Italia, i numeri sono ancora bassi, ma la crescita del business c’è, eccome. Indubbiamente, la bicicletta a pedalata assistita si sta rivelando una soluzione vincente per l’uso privato, in particolare per le persone anziane e in località con qualche difficoltà altimetrica, e si stanno dimostrando anche molto preziose per alcuni progetti cicloturistici anche in montagna (ne parleremo anche nel prossimo numero cartaceo di cycle!).

Tuttavia, la bici elettrica non è la soluzione per tutto: contagiati dall’entusiasmo passa il messaggio che, con la bici elettrica, ora tutti potranno andare in bici. Problema della ciclabilità risolto. Risolto, però, con una soluzione costosa e con un mezzo, quello a pedalata assistita, che non è leggero e pratico come la bici tradizionale e, soprattutto, comporta una manutenzione più complessa e attenta con il passare del tempo. Bici elettrica uguale a ecologia? Dipende da cosa s’intende per ecologia, poiché un inquinamento c’è (per la manutenzione e lo smaltimento delle batterie, per esempio). Il mezzo più ecologico e salutare rimane la bici tradizionale. Quella a pedalata assistita è una buona soluzione in determinate condizioni.

CYCLING TOUR DE FRANCE 2007

Siamo sicuri che il bike sharing elettrico sia una buona idea? In una città completamente pianeggiante e, tutto sommato, non molto estesa, il bike sharing elettrico può davvero essere la soluzione per mandare in bici tutti i turisti e i milanesi? Le mie perplessità derivano dal fatto che in bicicletta, a Milano, ci si andrà quando finalmente la città sarà a misura di ciclista, più sicura, senza rischi a ogni metro. Il mio scetticismo cresce, se penso alle bici elettriche: sarà una bella festa, me l’immagino, con taglio del nastro e discorsi ufficiali. Tutti contenti, per la realizzazione del grande progetto. Tuttavia, il problema verrà dopo: come tutte i progetti pubblici, le questione delicate sono la manutenzione e la durata nel tempo. I costi e l’impegno non finiscono al taglio del nastro, ma continuano e crescono negli anni: per questo, le bici elettriche, secondo me, non sono una buona idea per il bike sharing. Perché la manutenzione, negli anni (in cui si succederanno altre amministrazioni), inciderà parecchio sul funzionamento del servizio: molto di più della manutenzione di un servizio con le biciclette tradizionali. Caro sindaco Pisapia, ci pensi: prima, renda Milano più sicura, e poi vedrà che in città si pedalerà di più e comunque.

Il periodo, tuttavia, è “fertile” per la bici milanese: e, infatuato delle due ruote, il sindaco si è anche sbilanciato su un altro progetto. «Vogliamo portare la partenza del Tour de France a Milano, per il 2015». In nome dell’Expo, piovono grandi idee. I soldi, dunque, non sono più un problema, evviva! Per organizzare la partenza del Tour, considerando la cifra che ha sborsato quest’anno la Corsica, bisogna mettere in conto almeno 10 milioni di euro. Non male! Quindi i soldi per il ciclismo, a Milano, ci sono!

Se penso che, per le bici elettriche, la città è disposta a investire sette milioni (con l’aiuto del governo) e per il Tour altri dieci milioni, perché si fa così fatica a trovare gli spiccioli (in confronto) per rendere la città più sicura e istituire le zone 30, dove necessario? Allo stesso modo, se per il Tour la città è disposta a mettere sul piatto 10 milioni di euro, perché si dimentica della storia del ciclismo milanese e non salva il Vigorelli, mettendolo a disposizione dei tanti ciclisti milanesi e delle associazioni che potrebbero gestire la pista?

4 Responses

  1. cauz.

    ma la citazione di saint malo che significato ha? gli sembra una località simile a milano?
    specie considerando che saint-malo nel 2013 è stata città di arrivo e non di partenza di tappa? e poi spero che sappiano la differenza in gigantismo che intercorre tra una qualsiasi partenza di tappa e “Le grand depart”…
    insomma, l’impressione è che pure questa volta -un grande classico ormai, nei palazzi milanesi- si parli tanto per riempire le righe dei comunicati stampa.

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  2. Dane

    Fa niente cauz, il punto invece mi pare un altro: se a Milano i soldi per il ciclismo ci sono, non si vede perchè rimandare la sicurezza della mobilità ciclistica cittadina e dichiarare di voler investire sul Vigorelli solo a patto di snaturare l’anima ciclistica.
    Insomma, ad interessare è il ciclismo o la propaganda?! Domanda retorica…

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  3. Mario Brovelli

    Scusa Cauz… anche Franzetti, ogni tanto, incappa in cycleminchiate… il cielo plumbeo gli ricordava quello di Saint Malo e non la Corsica. Pardon per l’errore… comunque i soldini che ci vogliono per il Grand Depart sono quelli.

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