di Gino Cervi

La copertina disegnata da RIccardo Guasco

La copertina disegnata da RIccardo Guasco

Da giovedì è in libreria L’ora del Fausto, il romanzo di Mauro Colombo, che insieme a Nel nome di Marco, di Michele Marziani, segna l’esordio di BATTITI, una nuova collana di narrativa di edicicloeditore, in cui le storie hanno la passione per lo sport come loro “motore dell’azione”.

Nella prefazione scritta da Claudio Gregori, firma della “Gazzetta”, nonché storico del ciclismo, si legge: “Coppi è il motore di queste pagine. Il suo record dell’ora, ottenuto da militare in breve licenza, in piena guerra, in un Paese in bilico sull’abisso, in una città appena bombardata, col razionamento e l’oscuramento, è un diamante puro, che splende nella storia del ciclismo. Più che una leggiadra invenzione, un prodigio. Qui è solo la miccia che produce l’azione.”

Infatti questa è la trama. Novembre 1942. L’Italia è sconvolta dalla guerra. Sui cieli di Milano i primi bombardamenti. Per sfuggire la chiamata al fronte, due amici inseparabili dai tempi della scuola elementare, Alfredo Meregalli e Attilio Crespi, hanno lasciato Sesto San Giovanni e si sono imboscati in Brianza. Ma la mattina del 7 novembre, sulla “Gazzetta dello Sport”, Attilio legge che nel pomeriggio, al velodromo Vigorelli, Fausto Coppi cercherà di stabilire il nuovo record dell’ora. Contro ogni buon senso e ogni prudenza, i due inforcano le biciclette e partono alla volta di Milano…

Abbiamo fatto qualche domanda sul romanzo all’autore, Mauro Colombo, brianzolo di Erba, caposervizio del mensile “Il Segno” e della testata web incrocinews.it, che non è alla sua prima prova intorno alla narrativa di sport: ha pubblicato infatti Cent’anni da interisti (2008) e L’ultimo dribbling del Balilla (2010), in occasione del centenario della nascita di Peppino Meazza.

Come è nata l’idea di raccontare questa storia?
Il punto di partenza è stata ovviamente la passione per il ciclismo, vissuta più da spettatore che da praticante, e in modo particolare per quell’epoca che va da Coppi a Moser. Il pretesto è stato invece il 70° anniversario del record dell’ora del Campionissimo che, tra tante imprese da lui compiute, ritengo sia quella più “romanzesca” per una serie di fattori: la caratteristica stessa della prova, il contesto storico e umano in cui si è svolta e le motivazioni particolarissime, che hanno reso il risultato agonistico non il fine ultimo, ma un mezzo, per evitare la chiamata alle armi.

Come hai lavorato per la ricostruzione storica, sia dell’ambiente, sia dell’evento sportivo?
Per quanto riguarda il record, mi sono basato innanzitutto sull’“archivio” di famiglia, discretamente dotato di testi sul ciclismo e su Coppi in particolare. Ho arricchito poi la documentazione attraverso la consultazione delle pagine della Gazzetta dello Sport di quei giorni. Per quanto riguarda l’ambientazione, invece, ho fatto ricorso a fonti bibliografiche specifiche sul periodo bellico e sugli usi e costumi della vita in campagna.

Come hai cercato di “montare” la storia privata dell’amicizia tra Alfredo e Attilio e la storia pubblica di Coppi e il record dell’ora?
Proprio prendendo spunto dal loro “problema” comune: sia Coppi, sia Alfredo e Attilio volevano evitare il fronte. Il record dell’ora finisce per avvicinarli, anche se con uno spirito diverso: per Coppi è l’impresa sportiva necessaria a ottenere una destinazione tranquilla; per Alfredo e Attilio (più per il secondo, in verità) è invece l’evento per il quale vale la pena rischiare anche la libertà.

Del Vigorelli si diceva che avesse una “pista magica”: anche tu hai sentito la “magia” di quel luogo nel raccontare la storia?
Confesso che non ci sono mai stato… Però me ne hanno parlato a lungo mio nonno e mio zio, spettatori delle sfide nell’inseguimento di Coppi contro Patterson e gli altri specialisti degli anni Cinquanta. Per preservare l’alone “magico” ho preferito continuare a fare leva sui racconti di quelle sfide, ovviamente sfumate e al tempo stesso ingigantite dagli anni trascorsi, piuttosto che effettuare un sopralluogo: una visita al Vigorelli, se da un lato poteva rendermi contorni più precisi e delineati, dall’altro rischiava di mostrarmi un presente desolante e del tutto indegno del passato…

Perché secondo te Coppi è un mito che non smette di incantare? E come ti sei trovato a dover fare i conti con una figura così tanto “narrata”?
Perché tutta la sua vita è come il saliscendi di un tappone alpino: il garzone di salumeria che diventa il più forte corridore del mondo; l’eroe sportivo di un Paese che viene messo all’indice per le sue vicende sentimentali; il campione specialista nell’andare in fuga solitaria, ma che negli ultimi anni non riesce (o non vuole) staccarsi da un mondo nel quale non è più il numero 1; e infine la morte assurda, che poteva toccare a un poveraccio senza i mezzi per potersi curare, non certo a un fuoriclasse in grado di permettersi i migliori specialisti, e che forse per questo ne è rimasto vittima. Il Coppi che racconto io, però, è quello del 1942: ha vinto un Giro d’Italia e alcune classiche, ma non è ancora il Campionissimo. Questo mi ha permesso di farne uno dei protagonisti del libro, ma nello stesso tempo di lasciarlo sullo sfondo.

La narrativa sportiva in Italia da qualche anno ha acquistato una dignità letteraria che a lungo le è stata negata: tu hai scritto altre storie di sport. Perché il gesto sportivo, e la passione che lo alimenta, può essere considerato una formidabile macchina narrativa?
Le cronache sportive, lette anche da persone di modesta levatura culturale, hanno aiutato l’Italia a uscire dall’analfabetismo. Ma lo sport, anche in termini giornalistici, è sempre stato considerato un tema di seconda classe, tanto è vero che scrittori come Roghi, Raschi o Brera hanno visto a lungo misconosciute le loro qualità letterarie (ma intellettuali come Buzzati o Montanelli non si vergognavano a scrivere di sport…). Alle sorti della narrativa sportiva italiana ha probabilmente reso un grande servizio l’arrivo di opere provenienti da altri Paesi (penso soprattutto agli scrittori sudamericani): a quel punto si è capito che anche la sport aveva una sua nobiltà, degna di essere raccontata al di fuori della cronaca. Perché piace? Perché ha tutti gli ingredienti della narrativa classica: la costruzione del personaggio, la sfida, l’emozione, l’attesa del risultato, che in un “giallo” sarebbe l’identificazione del colpevole. E lo sport, in più, ha il vantaggio che i “buoni” vincono molto più spesso che in altri ambiti…

Il romanzo è anche un romanzo corale: la cascina in Brianza, l’interno borghese della famiglia di Attilio, gli operai dell’Alfa al Vigorelli, il contorno sportivo che circonda Coppi. Tra queste voci, quale ti ha dato personalmente più soddisfazione?
Direi la ricostruzione della vita di campagna, anche perché si collega alle radici della mia famiglia materna: alcuni cugini di mia nonna possedevano proprio una “corte” a Lesmo ed erano dediti al lavoro nei campi. Raccontare quelle consuetudini è stato un po’ come sfogliare l’album di famiglia…

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