di Gianni Bertoli (foto archivio Gianni Bertoli)

Qualche hanno fa, più o meno di questi tempi, fummo invitati dai nostri amici Rosanna e Giancarlo a trascorrere qualche giorno nella loro casa di Riana.

Riana è una piccola frazione del comune di Monchio delle Corti, a circa mille metri di altitudine, sull’Appennino parmense Le case sono di pietra e sembrano incollate sul fianco della montagna che scende velocemente verso il fondo della valle del Bratica. I residenti sono meno di una trentina. A meno di un chilometro c’è Casarola, altra piccola frazione del comune di Monchio, molto più nota per il fatto che qui sorge la casa di famiglia dei Bertolucci. Qui Attilio, il poeta, trascorse lunghissimi periodi dall’8 settembre 1943 sino alla morte ma, specialmente in estate, anche i figli, Bernardo e Giuseppe, trascorsero lunghi periodi. Proprio a Casarola e dintorni il giovane Bernardo, nel 1956,  girò la sua prima pellicola con una cinepresa a 16 millimetri.

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La casa di Rosanna e Giancarlo è la prima che si incontra entrando a Riana. E’ a destra della strada perché a sinistra si entra a strapiombo in un immenso bosco di castagni. In quel bosco, nel 1985, furono girate diverse scene del film fantastico Ladyhawke, diretto da Richard Donner, con Matthew Broderick, Rutger Hauer e Michelle Pfeiffer.

Cinquanta metri prima della casa dei nostri amici, da una cannella inserita nella roccia, sgorga perennemente quella che viene definita la “migliore acqua della provincia di Parma”. Molte persone vengono qui da varie parti della provincia a farne scorta riempiendo grosse damigiane.

lambruscoArrivammo a Riana verso verso sera, dopo esserci fermati fuori Parma, dalle parti della villa di Calisto Tanzi, a fare scorta di Malvasia Secca e Lambrusco Schiumarossa, due vini ricavati dai vigneti posti a cavallo del torrente Enza, metà nel Parmense e metà nel Reggiano. Rosanna, una cuoca eccezionale, ci preparò una cena con i controfiocchi. Giancarlo caricò a tutta le due stufe a legna e passammo la serata a rispolverare ricordi del passato. Prima di coricarci uscimmo per dare uno sguardo al cielo. L’aria era pungente ed il cielo limpidissimo e nero, nerissimo, punterellato dal vivissimo baluginare di milioni di stelle. Ci coricammo. Né io né mia moglie riuscimmo a chiudere occhio: il silenzio era assordante. Riuscimmo a prendere sonno verso l’alba. Ci alzammo ancora assonnati ma un bicchiere dell’acqua della fonte miracolosa ci rimise in sesto.

“Se vi va – disse Giancarlo – stamattina facciamo due passi fino a Casarola e nel pomeriggio ci facciamo una bella passeggiata nel bosco”. Fu così che, dopo avere pranzato molto morigeratamente, ci inoltrammo nel bosco di Ladyhawke che dai locali, se non ricordo male, veniva chiamato Bera. Il posto era stupendo e Rosanna ci raccontò che i vecchi erano rispettosissimi del bosco e giungevano persino a scoparne ampie parti. In uno spiazzo c’era ancora un vecchio mulino, dove, fino a qualche anno prima, ci si radunava a ballare al suono di una fisarmonica.

Ad un tratto vidi un piccolo spiazzo interamente ricoperto di strani “affari” color grigio marrone. “Guarda quante trombette dei morti! – esclamo Rosanna – Stasera ce ne facciamo una scorpacciata”. La mia ignoranza micologica non mi fece al momento apprezzare quella distesa di funghi che parevano bruttini anzichenò. “Ma sono buoni? – chiesi trepidante – Non saranno velenosi?”  La risposta di Rosanna fu lapidaria: “Stasera me lo saprai dire.” Seppi più tardi che si trattava del Craterellus cornucopioides della famiglia dei Finferli.

Rosanna non mi aveva mentito. Li cucinò in modo strepitoso. Sturammo una, due, forse tre bottiglie di Lambrusco Schiumarossa e poi sprofondammo in poltrona. Mentre le donne parlavano di cucina e si scambiavano ricette, Giancarlo ed io cominciammo a parlare di sport per poi finire a ricordare i nostri trascorsi ciclistici da mezze calzette. Un ulteriore sorso di Lambrusco mi portò a chiedere: “Ma, secondo te, quale è stato il più grande atleta italiano di tutti i tempi?”

Scartammo subito Livio Berruti che, qualche tempo prima, era stato giudicato l’atleta del secolo: troppo emotivo quel giudizio! E’ vero, il bianco che batte i neri nella velocità, gli occhiali da sole, l’olimpiade di Roma, il volo dei piccioni sulla curva …

Coppi, sì però correva solo in bicicletta. Bartali no perché Coppi era stato più forte. Edo Mangiarotti? Raimondo D’Inzeo? Binda, grandissimo, ma no perché non aveva mai vinto il Tour. Agostini? Ascari? Nuvolari? No perché c’era di mezzo un motore. Thoeni? Zeno Colò? Tomba? No.

“Ce l’ho! – esclamò ad un tratto Giancarlo – Maria Canins!”

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Ci pensai su un attimo ma Giancarlo non aveva torto. Maria Canins, nata in Val Badia nel 1949, è stata senza dubbio un fenomeno particolare. Cominciò a gareggiare nello sci di fondo a vent’anni per vincere quindici titoli italiani. Fu la prima italiana a vincere la Vasaloppet svedese. Vinse per dieci anni consecutivi la Marcialonga. Si impose in dodici maratone della Pusteria, in otto maratone della Val Casies e sette Dobbiamo-Cortina.

A partire dalla metà degli anni settanta cominciò ad andare in bicicletta come preparazione estiva alla stagione sciistica. Fu così che, alla bella età di trentadue anni, esordì nel ciclismo agonistico e stupì tutti per i risultati. La “mamma volante” vinse due Tour de France, il primo Giro d’Italia femminile, vinse l’oro mondiale nella cronosquadre del 1988 più alcune medaglie d’argento e di bronzo. Fu campionessa nazionale dieci volte, sei in linea e quattro a cronometro. Primeggiò in due Giri di Norvegia, un Giro del Colorado e quattro Giri dell’Adriatico. Poi si dedicò alla mountain bike con due titoli nazionali e due tappe di coppa del mondo.

Si dedicò poi alle gran fondo vincendo per due volte la “Gran Fondo val di Vizze” nel 1997 e nel 2000, alla bella età di cinquantuno anni.

Ricordai di averla vista da vicino, al Vigorelli, ospite di una delle tante riunioni che avrebbero dovuto sancire un rilancio della pista magica mai avvenuto. Aveva appena vinto un tour e fece un giro d’onore. Era un donnino tutto nervi, capelli ricci biondicci, con il viso asciugato dal sole.

Si era fatto tardi. Andammo a letto e, forse, grazie alle trombette dei morti ed al Lambrusco Schiumarossa o, forse, a Maria Canins dormii profondamente alla faccia del silenzio assordante di Riana.

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