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È definitivamente scoppiata la rivoluzione della mobilità: il crollo verticale delle vendite di automobili è ormai oltre il dato congiunturale e si attesta su scenari da mutamento sistemico. Mentre i costruttori pelano le loro gatte, le amministrazioni locali provano a fare un po’ di pulizia dell’imbarazzante densità di automobili che intralcia le città con provvedimenti sia restrittivi che propositivi: car e bike sharing, tariffazione dei parcheggi, congestion charge (solo a Milano, per ora), ZTL, pedonalizzazioni, tasse sulle seconde auto e su quelle dei non residenti, infrastrutture per la ciclabilità. Dico provano perché ancora pochi hanno capito il senso e soprattutto i vantaggi di vivere in città più dignitose e funzionali, piuttosto che in parcheggi puzzolenti. Del resto, un piano di mobilità nuova a livello nazionale non esiste, il trasporto pubblico e le ferrovie sono precipitati a livello preindustriale causa tagli di bilancio, quindi o diventate tutti improvvisamente hippie, oppure arrangiatevi un po’. Basti pensare che in Italia se si ha un incidente andando al lavoro in bicicletta (una cosa da pazzi o da asceti, ne converrete) l’INAIL non riconosce l’infortunio in itinere, a meno di essere stramazzati su una ciclabile: un’ennesima perla medioevale della nostra legislazione. Mancando una strategia nazionale manca anche la comunicazione, un qualsiasi racconto di migliori scenari possibili, a beneficio dell’opinione pubblica. A meno, anche qui, di non frequentare simposi di pericolosi sovversivi.  Le agenzie di comunicazione – nei paesi dove c’è budget – fanno un lavoro egregio per sostenere un diverso concetto di mobilità, ma sono le iniziative degli attivisti a rimanere più impresse nell’immaginario collettivo e a trovare sponda nei media, seppure a breve termine. In Italia è stato recepito il messaggio di Capitan30, un supereroe che interviene in favore della moderazione del traffico; nei paesi anglosassoni ha spopolato nelle diverse varianti l’assonanza Fast Lane / Fat Lane riferita alla scelta della corsia più o meno vantaggiosa per i propri spostamenti (la ciclabile è fast, la carreggiata delle auto è fat, grassa, obesa). Al di là dei giochi di parole, manca ancora qualcosa che dica chiaramente che una motorizzazione diffusa non è più accettabile.

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Nel 2009 Copenhagenize, la celebre agenzia di pianificazione urbana legata alla promozione della ciclabilità, ha sollecitato anche per le automobili l’applicazione delle stesse norme di restrizione alla pubblicità in vigore per le sigarette, riprendendo un primo tentativo del 2007 (fallito sul nascere) della Commissione Europea, che non prendeva in considerazione temi di salute e di benessere ma solo un generico rispetto dell’ambiente. Anche perché, a quei tempi, non c’era ancora la sicurezza della relazione tra danni alla salute e prossimità ad un traffico intenso, cosa che adesso è finalmente accertata. Dal mio punto di vista non ci voleva certo un PhD per capirlo, specie in un paese come l’Italia, dove il traffico automobilistico privato è fuori controllo e gli ospedali sono pieni di patologie respiratorie, ma la scienza deve necessariamente procedere secondo la verifica sperimentale. Nel luglio di quest’anno è arrivato a conclusione un documentatissimo studio, pubblicato su «Lancet» e immediatamente molto amplificato dai media, che ha definitivamente accertato la stretta relazione tra inquinamento atmosferico e tumore ai polmoni: un campione di oltre trecentomila (!) persone seguite per tredici anni, in città di nove nazioni, tra cui tre italiane (Varese, Roma, Torino), trentasei centri di ricerca e cinquanta scienziati coinvolti. La sostanza di questa fatica è che il particolato sottile (Particulate Matter, PM) nelle sue dimensioni di 10 e 2,5 μm contribuisce pesantemente all’incidenza del cancro ai polmoni in Europa. Mentre è noto come sia il fumo di sigaretta ad essere la principale causa di questa patologia, la ricerca aggiunge l’esposizione al PM come fattore di rischio determinante.

Sappiamo che sono i propulsori diesel ad essere significativamente responsabili dell’emissione di particolato oltre ai riscaldamenti e alle industrie, visto che la frazione solida prodotta durante la combustione della nafta o è sparata fuori dai tubi di scarico così com’è (PM10) o è ulteriormente ridotta dai filtri anti particolato (PM2,5), favorendo la sua eventuale assunzione anche attraverso la pelle, figuriamoci dalle vie respiratorie: per esempio dai ciclisti, ma anche dagli automobilisti che, chiusi nei loro abitacoli, pensano di essere in un eden tecnologico, mentre invece sono praticamente in una camera a gas. Sappiamo come in Italia sui diesel ci si sia investito parecchio, visto che fa risparmiare (???). Ci avete fatto caso? Improvvisamente, durante gli anni Novanta, le automobili sono diventate praticamente tutte diesel, adesso tutte col FAP. Con lo studio pubblicato da «Lancet» il circolo vizioso tra insorgenza dei tumori, tasso di PM nell’aria e traffico stradale mi pare acclarato, ma da luglio ad oggi, nonostante l’eco mediatica, nessuno tra i nostri politici nazionali ha fatto riferimento a questo allarme per proporre un qualsiasi rimedio, che so, una timida promessa, un fioretto: niente. Il buon senso direbbe di rivedere tutti gli stili di vita per cercare di ricominciare finalmente a vivere con stile, iniziando ad esempio col fermare le auto nelle città. Ma nessuno prenderebbe mai questa patata bollente.

Cosa si può fare allora? Guardiamo cosa è stato fatto negli anni per la principale causa di tumore alle vie respiratorie, il fumo da sigaretta. Le potentissime lobby del tabacco sono state sfidate e vinte. Il fumo ha subito un drastico ridimensionamento anche nei suoi contenuti di immagine (prima fumare era fico, adesso è da sfigati). Dopo anni di campagne e norme restrittive, tutti i fumatori almeno sanno che alla lunga – anche alla corta – fumare ammazza. Questo non ha impedito al fumo di continuare a mietere vittime, ma il ruolo di tutela della salute delle autorità nazionali, anche delle più sorde come le italiane, è correttamente espresso anche solo nell’apporre su tutte le confezioni quelle terroristiche avvertenze e nel vietare la pubblicità delle sigarette. Con le campagne e le leggi contro il fumo qualcosa la spesa sanitaria ci risparmia, e la collettività qualche lutto lo evita. Per le automobili invece continuiamo a spendere barcate di quattrini, a fronte di vantaggi davvero esigui. In Italia l’incidentalità stradale ci costa trenta miliardi l’anno, il 2% del PIL, e ciò per avere oltre ad una spesa sanitaria da film horror anche mancati guadagni per congestione e inefficienza, mentre il fumo insiste praticamente solo sulla spesa sanitaria.

Così come il fumo non è la sola causa di tumore al polmone – c’è l’alimentazione e l’ambiente di lavoro – il traffico stradale non è la sola causa del particolato sottile; ma produce in ogni caso una parte consistente, molto consistente, del PM che respiriamo tutti i giorni, e la coincidenza della patologia tra le due cause – fumo e motori – ben giustifica quindi un intervento normativo simile a quello messo in atto per le sigarette. Le case automobilistiche hanno saturato il mercato per ingordigia; adesso si pensa che la panacea sia il passaggio all’auto elettrica, ma ciò non avverrà con i ritmi previsti, oltre ad essere egualmente insostenibile sia economicamente che ecologicamente. Abbiamo davanti almeno altri dieci-quindici anni di propulsione fossile. L’uso indiscriminato dell’automobile ha bisogno di un’intervento dello stesso tipo messo in atto a suo tempo per il tabacco. Si possono istituire le stesse avvertenze ai fumatori, ma declinate per le pubblicità automobilistiche, in Italia molto, troppo aggressive, in modo da avvertire i consumatori dei rischi che corrono con scritte come: “Guidare danneggia gravemente te e chi ti sta intorno”. È tempo di cambiare, è tempo di risparmiare. È tempo di rilanciare la necessità di questo provvedimento.

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