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Di Lorenzo Franzetti

Si aprono le porte del carcere di Reggio Emilia, sta per entrare Francesco. Francesco Martucci, il mago dello scatto fisso, insegna ai detenuti a riparare la biciclette: «Si tratta di un progetto che coinvolge il comune, perché le biciclette pubbliche verranno fatte riparare dai carcerati, un lavoro che ha  un significato sociale molto importante». Viene da Carpi, Francesco, e in pochi anni, da ex corridore che si considerava senza doti, si è ritrovato tra i big di un nuovo ciclismo, quello urban dello scatto fisso: «Lavoravo come meccanico in un negozio di Modena e, un giorno di un paio d’anni fa, conobbi Matteo che oggi è l’anima dell’Iride Fixed. Con lui sono entrato in un mondo davvero particolare, speciale, che ora amo tantissimo».

martucci2Dalle corse illegali nelle periferie italiane ai grandi eventi a New York, Gijon, Barlino, Amsterdam… «Sono entrato in una dimensione particolare che è anche molto impegnativa, ma è molto diversa dal ciclismo tradizionale: l’approccio è totalmente diverso, allenamento compreso. Anche se ora, crescendo molto il movimento, anche le corse con lo scatto fisso stanno diventando sempre più esasperate, richiamano atleti sempre più forti: come il vincitore della Red Hook a Milano, che la settimana prima era in gara al Mondiale Under 23, a Firenze». A Milano, Martucci si è piazzato nono,  il secondo italiano poiché il migliore dei nostri, nella prova italiana è stato Augusto Reati, giunto sesto. In classifica generale è in invece l’unico italiano a comparire nei primi dieci. L’Italia fissata cresce nella sua scia. Non male per un ragazzo che pensava di non avere futuro come corridore.

La differenza, rispetto a prima, è… «Nell’allenamento: le gare durano quarantacinque minuti, non servono uscite da cinque o sei ore come quando si fa il dilettante su strada. E poi il clima attorno a queste gare è completamente diverso: ci si scanna in gara, ma un minuto dopo si va tutti a far festa. Tutti amici con la voglia divertirsi: e una birra ce la si fa, magari con gli avversari, anche la sera prima. L’esasperazione in gara c’è, ma l’agonismo finisce un secondo dopo la fine di ogni gara». Un ciclismo di quartiere, che somiglia quasi al rugby, se non altro per il “terzo tempo”. Lo scontro fisico c’è, ma le gambe hanno la meglio: tecnica, testa, gambe. Senza paura.

criterium-gijon-2013_6Le gare urban hanno un sapore ancora pionieristico… «Sì, ma il movimento sta crescendo molto rapidamente: sponsor, media, atleti. Si sta crando un vero e proprio fenomeno: per certi aspetti, somiglia moltissimo al “percorso” che ha avuto la mountainbike per diventare uno sport popolare a tutti gli effetti. Prese piede dal basso, da pochi pionieri e poi è arrivata fino all’Olimpiade. Le gare urban hanno un grande futuro davanti a sé: e la crescita sembra molto più veloce di quella delle mountainbike».

Francesco Martucci da Carpi, gira il mondo senza freni. Senza paura. Insegnava ciclismo ai ragazzini, ora spiega la bicicletta ai detenuti: e con la testa è già alla prossima gara, in qualche metropoli oltreoceano.

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