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“Trentatré chilometri. Né più né meno!”. Così si concludeva l’invito alla Firenze-Pistoia bandito dal Veloce club di Firenze agli inizi del 1870. Quella “cavalcatura dell’avvenire” o meglio “gara tra velocipedisti cosmopoliti” che sarebbe poi divenuta la prima corsa del mondo.

Abbiamo incontrato Paolo Ciampi, giornalista, scrittore e, come egli stesso si definisce “ciclista pigro ma appassionato” dell’uso quotidiano della bicicletta come mezzo di trasporto urbano. Ci ha raccontato dei tanti viaggi fatti in bicicletta in giro per le ciclabili di mezza Europa, laddove la bicicletta è così radicata nella cultura popolare da diventare elemento imprescindibile e caratterizzante così come la lingua o la cucina locali. Il Baltico, il Danubio, la Mosella, l’Olanda, nazione quest’ultima dove le biciclette hanno addirittura la precedenza sulle auto. Paesi e città nelle quali andare in bicicletta non è una rivendicazione di un diritto represso ma il libero esercizio della volontà di adottare modalità di “mobilità dolce”.

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Paolo Ciampi è anche l’autore del libro “La prima corsa del mondo. Campioni e velocipedi nella Firenze Capitale”. Siamo negli anni in cui Firenze è capitale del Regno d’Italia e l’uso dei velocipedi, antesignani delle biciclette contemporanee, era di fatto sconosciuto ai fiorentini. Come scrive Ciampi nel suo libro, in una Firenze che viveva a pieno il proprio status di capitale, “la classe dei velocipedisti nemmeno esisteva” in quanto all’epoca o si era “Signori” e ci si muoveva in carrozza, oppure si era “Pedoni” e ci si spostava a piedi. Basti pensare che allora l’uso delle bici dell’epoca, i “cavalli di ferro”, era addirittura vietato dalle amministrazioni comunali della vicina Romagna e a Firenze consentito esclusivamente all’interno del Parco delle Cascine, peraltro “soltanto fino alle due del pomeriggio per evitare qualsiasi fastidio ed intralcio allo struscio dei nobili”. Troppo pericoloso per la cittadinanza consentire a quei “pazzi alla guida” dei velocipedi di circolare per le strade del centro.

Siamo partiti da questa considerazioni preliminari contenute nelle prime pagine del libro di Ciampi – del quale vi consigliamo di leggere anche il resto – per conversare con lui di come a distanza di quasi 150 anni poco sembra essere cambiato per chi pratica l’uso della bici in città. Tanti vincoli e barriere, benché di natura diversa, ancora sussistono a rendere le cose difficili agli amanti delle due ruote a pedali. Anzi, a pensarci bene, qualcosa in verità è cambiato ed in maniera radicale, sull’onda del progresso tecnologico, capovolgendo gli equilibri dell’epoca. Oggi i “Signori” viaggiano in automobile e non più in carrozza ed il pericolo è tutto a carico dei “Ciclisti”, discendenti contemporanei dei velocipedisti “bizzari sognatori”, “questa gente che faceva forza sui pedali e ingoiava la polvere di strade senza asfalto, e che di tutto questo sembrava perfino contenta”, come scrive Ciampi.

Oggi, a Firenze, al posto di strade bianche senza asfalto e polverose troviamo strade male asfaltate e piene di buche, eccezion fatta per quelle rimesse a nuovo in occasione – udite udite – dei mondiali di ciclismo, e polveri non bianche ma sottili, e non per questo meno dannose, dovute all’inquinamento atmosferico legato alla circolazione delle automobili. Proprio quei mondiali di ciclismo che hanno mostrato ai cittadini fiorentini, a dispetto delle tante remore iniziali, peraltro alimentate da una campagna di “allarmismo mediatico” della quale abbiamo già parlato qui, come sia possibile lavorare per studiare un nuovo sistema di mobilità che preveda un ricorso meno massiccio all’utilizzo delle automobili per gli spostamenti urbani. Durante la settimana dei mondiali, credeteci, la mobilità cittadina è apparsa fluida come non mai. Sembrava quasi di essere in pieno agosto quando la città si svuota per riversarsi sulle spiagge del litorale toscano. Indubbiamente, non si è trattata di una libera scelta da parte dei cittadini, che in parte hanno dovuto rinunciare “ob-torto collo” ad usare l’auto. Tuttavia, non si può non osservare come il sistema abbia retto e superato la prova egregiamente. Il sindaco Renzi in uno degli ultimi consigli comunali ha paventato uno scenario nel quale una riduzione del 10% del traffico cittadino (in sostanza una macchina ogni dieci) porterebbe ad un netto miglioramento della mobilità cittadina con benefici per tutti, automobilisti e non. Certo è che per chiedere ad un cittadino di lasciare a casa l’auto, considerata la cultura motoristica che è radicata nei nostri animi, si rende necessario investire miratamente sui servizi pubblici per facilitare una mobilità di interscambio che non è sempre agevole anche per la non del tutto efficace interazione tra i vari soggetti coinvolti.

Un obiettivo ambizioso ma non irrealizzabile a nostro avviso. Basta dare uno sguardo oltralpe e vedere cosa è stato fatto in altre città e come si sia effettivamente riusciti a migliorare le cose. Non c’è niente di male nel mutuare le buona pratiche in uso presso altri paesi. Del reso la civiltà si evoluta grazie alla secolare condivisione degli apprendimenti reciproci.

Come recita un felice detto in lingua inglese, “Less is More”, ovvero “meno è più”. A ciascuno decidere cosa dell’uno e cosa dell’altro. Noi, la nostra scelta l’abbiamo già fatta tra auto e bici. Caro Sindaco, ce la facciamo veramente?

La prima corsa del mondo. Campioni e velocipedi nella Firenze Capitale –  di Paolo Ciampi, edito da Mauro Pagliai Editore.


Paolo Ciampi – Giornalista e scrittore, ha lavorato come redattore o corrispondente per diversi quotidiani, dal Giornale di Montanelli al Manifesto, dal Secolo XIX al Tirreno, e oggi è redattore nell’Agenzia di informazione del governo regionale della Toscana. Attualmente è presidente dell’Associazione Stampa Toscana.

Profilo Facebook – https://www.facebook.com/paolo.ciampi1

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