Foto di Laurent Brun

Foto di Laurent Brun

L’ultima salita, il Muro di Sormano. Marco Pinotti, l’ingegnere razionale, ha chiuso la carriera in cima alla salita più bizzarra d’Italia: una strada creata quasi apposta per far impazzire i ciclisti… Marco l’ha affrontata con orgoglio e sotto la pioggia gelida ha staccato il numero… «Ho pensato di smettere lì, ormai il Giro di Lombardia era “andato”, io ero fuori dai primi. E ho cercato di non rischiare. Non volevo farmi male in qualche caduta…». Il pensiero del corridore all’ultimo metro di carriera è quello di un papà, ormai maturo, e con altri obiettivi all’orizzonte: un ragazzo con la fame di vincere e dimostrare il proprio valore non parla così. Pinotti, invece, ha smesso da uomo sazio di emozioni. «La mia è stata una decisione maturata già ad agosto. Mi sono concentrato sull’ultimo Mondiale, disputando anche la Vuelta. L’ultima gara non poteva che essere il Lombardia, perché partiva dalla mia città, Bergamo, e si svolgeva per buona parte su strade che ho percorso migliaia di volte in allenamento».

Pinotti è il bergamasco pragmatico, un ciclista da “pane al pane, vino al vino”. L’emozione è un privilegio che, spesso, preferisce gustare dentro di sé. Pinotti non è il toscano che ama le “ciance” e far casino, è un uomo che, se potesse, non disturberebbe nessuno… Ma sulle strade del Lombardia, durante le sue ultime pedalate, un brivido di commozione l’ha portato a lasciarsi andare, ripercorrendo trent’anni di corse e allenamenti e arrivando fino a lì, in mezzo a un gruppo variopinto: «Un gruppo che, nel mio ultimo giorno di corsa, mi ha regalato emozioni: con quasi tutti i corridori, i campioni e gli altri, che mi sono venuti a fianco, hanno pedalato qualche metro con me e mi hanno salutato e fatto i complimenti. Un commiato vissuto nella pancia del gruppo, è stato bellissimo».

Caparbio, tenace, ecco un esempio di un ragazzo che non è nato fuoriclasse, ma ha raggiunto i suoi traguardi…La primavera scorsa era letteralmente a pezzi, dopo un brutto incidente (non l’unico della sua carriera), sembrava quasi intenzionato a smettere in quel modo, da corridore “disarcionato” dalla sua compagna a pedali. «Ho visto che potevo tornare competitivo, ci ho creduto l’ultima volta, anche se l’idea di smettere l’avevo in testa».

Al Giro di Lombardia 2013, Marco Pinotti ha chiuso una carriera cominciata quando aveva 16 anni

Al Giro di Lombardia 2013, Marco Pinotti ha chiuso una carriera cominciata quando aveva 16 anni (foto Bmc-DeWaele)

Pinotti è il bravo ragazzo al quale, molti anni fa, un direttore sportivo di una squadra giovanile non dava molte chances… «Non puoi pensare di correre in bici e andare a scuola – gli disse -. Se vuoi continuare a studiare va benissimo, ma  facendo tutte e due le cose non arriverai a capo di niente».

Ma non andò così: «Io, invece, ho fatto di testa mia», ricorda Marco.

Così come, nei suoi trent’anni da corridore, si è imbattuto in numerosi personaggi che, in quasi tutte le lingue del mondo, gli hanno ripetuto: «A pane e acqua non si vince». Ha difeso una passione, Marco, da un modo di fare sport che, in più occasioni, ha rischiato di distruggere il ciclismo. Pinotti non ha militato, per molti anni della sua carriera, in squadre esemplari dal punto di vista dell’etica.

«Io, invece, ho fatto di testa mia».

Pinotti ha dimostrato, in primo luogo a se stesso, ma poi anche a chi voleva una risposta che il rispetto delle regole è una cosa normale nello sport: per Marco, non ci sono mezzi toni. E il ciclismo lo si può praticare anche senza doparsi: «Occorre affermare che non si dovrebbe fare uso di doping, non per la paura dei controlli, ma semplicemente perché non è giusto farlo».

Marco Pinotti lavorerà nello staff del team Bmc: si occuperà della preparazione dei cronomen

Marco Pinotti lavorerà nello staff del team Bmc: si occuperà della preparazione dei cronomen

I sacrifici fanno parte della vita, lo sport insegna a farne, ma per Marco Pinotti, la vera palestra è anche fuori dalle corse: «I sacrifici maggiori li ho fatti quando dovevo conciliare lo studio e il ciclismo», ha ricordato più volte.

Sacrifici fatti con gioia. Tutto cominciò quando Marco era adolescente: «Con tutti gli sport che hai fatto, perché non hai mai corso in bicicletta?», gli chiese un giorno suo nonno, grande appassionato. «Quando avevo sedici anni, mio nonno morì. E quasi per esaudire quel desiderio, decisi di provare a correre in bici».

Dalla Bergamasca all’Olimpiade. Nel mezzo trent’anni di strade pedalate, fatiche, gioie e amarezze: «L’Olimpiade di Londra è stata la più bella soddisfazione della mia vita sportiva. Un’esperienza che mi resterà per sempre nel cuore. Però, anche quest’anno che, dopo il brutto infortunio, sono riuscito a vincere di nuovo il campionato italiano a cronometro, mi sono tolto una bella soddisfazione».

Marco Pinotti ha chiuso la sua carriera sotto la pioggia autunnale, all’ombra del Ghisallo. Ha riposto la sua divisa rossonera, fradicia e sudata, ha riordinato le emozioni. Ha dato retta ai giornalisti fino all’uscio di casa: «Papà!», si sente una vocina, a interrompere l’ultima telefonata. Il mestiere del cronista si ferma qui. C’è un limite oltre al quale le domande non vanno. La vita continua e buona fortuna, Marco Pinotti!

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