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Ieri lo statunitense Chris Horner, staccando Nibali lungo le aspre pendenze dell’Angliru, lo Zoncolan asturiano, ha di fatto vinto la Vuelta. Quarantadue anni il prossimo 23 ottobre, è il più vecchio vincitore di un grande corsa a tappe, Giro e Tour compresi. La tappa di oggi è stata emozionante, come tutte le battaglie d’alta quota quando nessuno si risparmia i colpi. Ma già s’infiammano le polemiche: com’è possibile che l’americano sia riuscito in questa impresa in età pensionabile? E come si giustificano le frequenze impressionanti delle sue pedalate? Insomma, le stesse cose che si sono già sentite, e che ormai drammaticamente mettono in mora quasi ogni impresa compiuta sui pedali. Non resta che stare ad aspettare e, in totale onestà intellettuale, che provare a capirci di più, anche dalle storie personali dei corridori. Un contributo può essere, ad esempio, la lettura di questa pagina di Marco Pinotti, tratta dal suo libro Il mestiere del ciclista, pubblicato nel 2012 da edicicloeditore. Pinotti, che è stato compagno di squadra e di stanza di Horner durante la stagione 2005, alla Saunier-Duval, lo racconta così. [gc]

 

di Marco Pinotti

C’e un corridore dal quale ho imparato molto pur essendo stato in squadra con lui solo un anno, nel 2005: Chris Horner. Americano. Quell’anno avevo cambiato team per la prima volta nella mia carriera. Dopo sei anni in Lampre, mi ero trasferito in Saunier-Duval Prodir, squadra guidata dallo svizzero Gianetti e che aveva tra i direttori sportivi Pietro Algeri, che mi aveva guidato agli inizi della mia carriera.

Il team era diviso tra due sedi logistiche: una in Cantabria (Spagna) e l’altra ad Albino, in provincia di Bergamo. Questa divisione geografica si rispecchiava anche tra i corridori. C’erano molti spagnoli e un discreto gruppo di italiani, più un paio di svizzeri ticinesi. Ma la novità era la presenza, per volere dello sponsor Prodir, di un corridore americano: Chris Horner, appunto. Chris aveva vinto tutto quello che c’era da vincere negli Stati Uniti e all’età di trentaquattro anni aveva rinunciato a un ottimo salario sicuro nel suo paese per tentare il salto in Europa. A dire la verità ci aveva già provato nel 1998, agli inizi della sua carriera tra i pro, in Francia, ma un infortunio e altre vicende non gli avevano portato fortuna.

Per preparare la stagione 2005 facemmo due ritiri, uno a dicembre del 2004, in Cantabria, e uno a gennaio a Estepona, in Andalusia. Entrambe le volte Horner non aveva potuto essere presente, non ricordo se per problemi di visto o per il semplice fatto che avesse scelto di restare a casa ad allenarsi. Fatto sta che nelle foto ufficiali di gruppo della squadra lui non c’era, mentre quella individuale lo ritraeva con il Golden Gate di San Francisco sullo sfondo. Chris e infatti originario della costa ovest degli Stati Uniti, vive tra l’Oregon e la California: nessun problema per lui quindi restare a casa ad allenarsi nel clima mite di San Diego.

Il nostro primo incontro avvenne nell’ultimo week-end di febbraio: erano in programma due corse in Svizzera a Chiasso e Lugano. In settimana aveva nevicato e faceva ancora molto freddo. Quando arrivammo in hotel, Horner era gia in camera, anzi nella mia camera. Ci avevano messo insieme perché ero l’unico a parlare bene inglese. Avevo sentito dire che era un tipo un po’ particolare, ma credo che fosse per il fatto che era americano e per questo con una cultura diversa da quella europea. Non ricordo bene cosa ci dicemmo, ma un paio di cose mi restarono impresse di quei nostri primi giorni. Innanzitutto il fatto che avesse messo in gioco tutte le sue certezze per venire a correre in Europa, senza una base fissa, senza conoscere un compagno di squadra, per tentare a trentaquattro anni quello che non gli era riuscito a ventisette. E inoltre parlava come se davanti a lui avesse una carriera ancora piena di possibilità.

Mi ricordo che pensai: “Ma questo qui ormai e quasi a fine carriera”. Mai feci un errore di previsione cosi grande. Horner vinse quell’anno una tappa al Giro di Svizzera e ottenne un contratto in Europa degno del suo valore. E pensare che a inizio stagione, nel mese di marzo, si era rotto una gamba alla Tirreno-Adriatico ed era stato lontano dalle competizioni oltre due mesi. Da allora e sempre cresciuto e nel 2010, cinque (!) anni dopo quel mio pensiero, ha vinto il Giro dei Paesi Baschi, una corsa che chi conosce il ciclismo sa cosa vuol dire. E arrivato poi nei primi dieci al Tour de France, ha vinto il Giro di California a quasi quarant’anni nel 2011, ma soprattutto ha avuto un rendimento elevato e costante in tutte le corse, pur passando attraverso infortuni, e diventando uno dei corridori più ricercati sul mercato, capace di essere il miglior gregario, come di essere uno dei più forti in salita. Nel 2012 ha iniziato a correre alla Tirreno-Adriatico dopo uno stop di otto mesi per un embolo che si era formato per una brutta caduta al Tour 2011, finendo al terzo posto in classifica generale, a quarantuno anni!

Ancora oggi mi sorprendono e meravigliano il suo entusiasmo in ogni gara, la sua capacità di farsi trovare sulla ruota giusta nel momento giusto e di leggere la corsa come pochi. Mi piace pensare che, superati anch’io da un bel po’i trent’anni, abbia acquisito un po’della sua mentalità. Uno dei segreti del suo successo ho iniziato a scoprirlo il giorno dopo quel nostro incontro.

La sera dopo la prima gara di Chiasso. Era stata una giornata fredda e difficile e Chris si era ritirato a meta gara. Il giorno prima era arrivato dall’altra parte del mondo e doveva ancora adattarsi alla differenza di fuso e di temperatura. Dopo cena eravamo stati invitati dalla squadra di hockey su ghiaccio di Lugano a vedere un loro match casalingo. Io e gli altri compagni avevamo accettato l’invito, mentre Horner era rimasto in hotel. Quando tornai in camera, stava finendo un allenamento sui rulli. Gli chiesi: «Cosa stai facendo?». Mi rispose con calma: «Oggi ho fatto solo due ore di gara e volevo completare il lavoro». La mattina dopo era sveglio all’alba per fare stretching. Fosse stato anche per il fuso orario, capii subito la passione e la voglia di fare che aveva.

Due settimane dopo ci ritrovammo in camera insieme alla Tirreno-Adriatico. Cadde il secondo giorno e si ruppe una gamba. Salto cosi il suo progetto di correre il Giro d’Italia, e anche il Tour de France, al quale teneva tantissimo essendo per lui la vetrina di gran lunga piu importante, era in forse. Lo rividi la prima settimana di giugno a Philadelphia. Io venivo direttamente dal Giro d’Italia, mentre lui rientrava dopo l’infortunio. Sapevo che nelle ultime tre settimane si era allenato anche trenta ore alla settimana per cercare di strappare la convocazione al Tour. E anche quella settimana mi insegno molto. Avevamo corso il martedì e il giovedì due gare relativamente brevi, ed eravamo in attesa della gara piu importante della domenica. Venerdì pioveva e per me, venendo dal Giro, l’ultima preoccupazione era allenarsi. Chris invece usci, attrezzato con parafango, gomme e mantellina. Lo ritrovai in camera nel pomeriggio che mangiava un sandwich e una pizza da asporto. Aveva portato con se anche la bici in quanto il camion dei meccanici era chiuso. Era soddisfatto di un allenamento di circa quattro ore. Dissi: «Mi spiace, ma il ristorante ha chiuso alle due, se lo sapevo ti avrei tenuto qualcosa». Lui rispose: «Non ti preoccupare, sono a posto: alla mia eta ho imparato ad arrangiarmi».

Chris, una volta che può andare in bici, e sempre soddisfatto. Ho visto pochi atleti allenarsi come lui in termini di quantità di ore. Alla prima sua esperienza in Europa era solito lasciarsi andare quando le cose non andavano bene e sentiva la mancanza delle abitudini americane (soprattutto alimentari, e non certo sane dal punto di vista europeo). Un suo ex compagno di squadra e di allenamento, Mike Sayers, che ora fa il direttore sportivo, mi ha raccontato un episodio di quando correvano insieme. Per scherzo avevano messo di nascosto della Pepsi nella bottiglia della Coca-Cola di Chris, ma non appena lui fece per assaggiarla, senza neanche ingoiarne un goccio si accorse che non era la sua bevanda preferita!

Me lo vedo ancora andare in giro con la sua tazza di Starbucks per la colazione e, ben riposto nella valigia, il barattolo di burro d’arachidi. Abitudini che col tempo ha corretto, diventando uno dei più ciclisti più scrupolosi nella preparazione e nell’alimentazione, ma senza esagerare più di tanto: pur avendo limitato negli ultimi anni le visite ai fast-food e contenuto la sua passione per gli hamburger, insieme ai fichi secchi e alla frutta disidratata, durante una tappa non si fa mai mancare uno Snicker e una lattina di Coca-Cola. C’e pure da dire che col tempo la tecnologia lo ha aiutato: ora, con Skype, e molto più facile restare in contatto con i suoi tre figli oltreoceano. In fondo quello che per lui conta e poter soddisfare la sua passione.

Il resto viene di conseguenza. Ogni volta che lo vedo in gruppo lo saluto sempre con un «What’s up, Chris?»

 

Testo tratto da Marco Pinotti, Il mestiere del ciclista, ediciclo editore, pp. 250 pagine, euro 14.90

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La foto in evidenza è tratta dal sito www.radioshackleopardtrek.com.

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