Gastone Brilli Peri al volante di un Alfa Romeo nel 1926.

Gastone Brilli Peri al volante di un Alfa Romeo nel 1926.

di Francesco Parigi

Questa è la storia del conte Gastone Brilli Peri e della sua incontrollabile (e incontrollata) passione per la velocità.

Gastone Brilli Peri nasce con la camicia. È figlio di un nobile proprietario terriero, il conte Alessandro dei Brilli Peri, e di una nobildonna religiosissima, appartenente a una famiglia altrettanto, se non più, facoltosa di quella del consorte. La famiglia vive a Firenze, in un palazzo signorile del centro, in Via Guelfa, ma ha terra al sole nel Valdarno aretino, e a Montevarchi, Gastone passa lunghi periodi in campagna.

La famiglia del Conte Brilli Peri è austera, non vi si concede spazio al lusso, men che mai all’ostentazione. Sebbene potrebbe permettersi, come molti dei suoi pari, “un velocifero a motore”, il padre di Gastone si guarda bene dall’acquistarlo, anzi già comprare una bicicletta, ritenuta non indispensabile alla formazione del giovane Gastone, rappresenta un’eccezione. Non si tratta d’avarizia, semmai di severità nell’educazione di un ragazzo che fin da piccolo mostra di che pasta è fatto

Il padre infatti conosce bene l’indole del figlio che su quelle due ruote prende a scorrazzare con i suoi coetanei, di estrazione sociale diversa ma ugualmente appassionati, e prova a limitarne gli estri cercando di incanalarne, con scarsi risultati, gli interessi verso gli studi e l’amministrazione dei beni di famiglia.

Dapprima si tratta di ginocchia sanguinanti, di camicie strappate, di giorni di studio perduti in corse rompicollo per la campagna aretina, di sfide di velocità Montevarchi-San Giovanni e ritorno, col cuore in gola, scansando miracolosamente carrettieri e contadini diretti al mercato.

Va forte, e soprattutto non ha paura, sentimento che resterà per lui del tutto sconosciuto. Inevitabile che con certe doti e con una simile passione cominci, sempre di nascosto al padre, a correre sul serio.

Ha quattordici anni appena compiuti quando s’iscrive a una corsa organizzata ad Arezzo. Diversi ragazzi di Montevarchi, Figline e San Giovanni Valdarno decidono di partecipare. La corsa si spinge fino a Sansepolcro traversando la campagna fino a dove la Toscana piega in Umbria. A San Giustino, estrema provincia di Arezzo, non lontano da Sansepolcro, Gastone è in piena lotta, la strada si allunga in un lieve falsopiano a favore, le gambe mulinano frenetiche, non c’è il cambio.

D’un tratto Gastone sente mancare l’appoggio alla sua spinta, gli si è rotta la forcella anteriore, finisce rovinosamente faccia in avanti sulla strada bianca.

La botta è durissima, lo raccolgono preoccupati. Sanguina copiosamente da una profonda ferita alla fronte e da un ginocchio dove, fra i lembi di carne lacerata, fa capolino il candore della rotula, ma appena si rialza si precipita a raccogliere il relitto della bici e quando si accorge che il guasto non è riparabile scomoda tutti i componenti della Sacra Famiglia e diversi Santi del Paradiso.

Il contino Brilli Peri quando correva sulle due ruote

Il contino Brilli Peri quando correva sulle due ruote per la Società Ciclistica Aquila Montevarchi

Lo “rammendano” con una decina e più punti di sutura “ma mio padre” – racconterà – “mi ha costruito bene” e la settimana dopo, sfruttando la complicità materna e l’assenza del padre, richiamato a Firenze dalle urgenze degli affari, fasciato e dolorante vince la sua prima corsa a Mercatale Valdarno.

L’arrivo è in una strada stretta, dopo una curva in discesa. Si presenta un gruppetto, Gastone abbassa la testa fra le spalle e si getta in avanti, incurante dei gomiti degli avversari più esperti e smaliziati che sono però sorpresi da tanto incosciente coraggio. Con la testa, naturalmente priva di caschetto, sfiora la “cantonata” di una casa e vola a vincere. Non smetterà più.

Vince nelle corse strapaesane rischiando l’osso del collo per due capponi o un prosciutto, lui che possiede terreni e fattorie, e mette in conto, subendole in silenzio, le reprimende del padre avvertito delle prodezze scapigliate di quel suo figlio ribelle. Il severo genitore, tuttavia, non doma la passione di Gastone che piano, piano comincia a fare sul serio.

Corre per la Società Ciclistica Aquila Montevarchi fondata nel 1902 ed è a questo punto che comincia la nostra storia.

Il sole picchia come un martello sullo sterrato.
La salita è pedalabile, ma Gastone la soffre, e, curvo sul manubrio, non manca di farlo sapere a tutti i Santi del Paradiso.
Dopo questo Golgota ci saranno quasi cinque chilometri di discesa, a tratti ripida, con curve difficili, allora arriverà il suo momento. Ora c’è solo da soffrire.
D’un tratto una vibrazione, poi la pedivella diventa leggerissima, gira a vuoto, Gastone fa a tempo a mettere un piede per terra prima di cadere.
La catena nella polvere sembra un curioso serpentello.

“Vai, vai!” sente strillare dai suoi compagni d’avventura, “I’cconte glié fermo, vai, vai!”-
Impotente li vede scomparire nella polvere della curva seguente.
Gastone butta la bicicletta per terra. Piange di rabbia.
Non c’è nessuno con cui sfogarsi e allora tocca alla Sacra Famiglia.
Nel turbinio di moccoli passa una moto dell’organizzazione.
Non si ferma.

Il regolamento d’altra parte parla chiaro, eventuali guasti meccanici e forature devono essere riparate dal ciclista, pena la squalifica. Per le forature Gastone si era organizzato, ma di meccanica, ruote dentate, rocchetti, maglie di catena, raggi, non ne sapeva nulla.
Lui era il figlio del Conte Alessandro dei Brilli Peri, a lui il bagno lo facevano in due, figurarsi se aveva mai avuto bisogno di sporcarsi le mani di grasso e usare le pinze.
E allora giù, Padre, Figlio e Spiritossanto, tanto la mamma non sentiva e magari, inginocchiata nella Cappella di casa a pregare per quel figlio scapestrato, era stata lei a chiedere la grazia che si fermasse prima della discesa così pericolosa.

“Oh, basta moccolare eh! Un serve a nulla e poi io c’ho uno zio prete che fa i’ priore a Pulicciano, qui vicino…”
La voce lo scosse.
Quelle parole le aveva pronunciate un corridore che si era fermato e ora lo guardava.
Era abbastanza male in arnese: una coppola gli nascondeva i capelli sopra un viso affilato, il naso in bella vista, le guance scavate. La maglia del “Ciclo Club Appenninico” un po’ sdrucita e stinta.
La bici pesante era sverniciata sul telaio.
“Oh te chi tu sei? Un missionario? Lasciami perdere Dio…”
“Guarda, te, che con i moccoli un si riparte, giucco, raccomoda piuttosto la catena!”

Gastone, che nel frattempo aveva continuato ad intrattenersi con la Sacra Famiglia, non risponde.
“Come, non ti riesce ? Ah, mi pareva, con la montura nuova, nuova e la bicicletta ultraleggera… Almeno la catena di riserva ce l’hai?”
Gastone scuote il capo.
“Che la porto a fare, tanto non la so montare, è solo peso.”
“O bravo, ma una maglia o due tu potresti far lo sforzo.”

Il ragazzo, perché di un ragazzo come lui si trattava, aveva tirato fuori dalla tasca due pezzetti di catena e da sotto la sella un paio di pinzette di metallo scuro.
In pochi secondi la catena di Gastone era come nuova, se non fosse stato per il colore diverso delle maglie nuove, sarebbe sembrata quella di prima.
“T’aspetto?” domanda Gastone pieno di riconoscenza e meravigliato di quel miracolo.
“No, vai, vai Conte Gastone Brilli Peri, te tu puoi vincere, io no…”
“Come ti chiami?”
“Emilio Materassi di Borgo San Lorenzo, il paese grande che tu incontrerai più avanti, mòviti ora e in bocca al lupo!”
“Crepi e grazie mille!”

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Non so dirvi se quella corsa poi Gastone riuscisse a vincerla, quel che è sicuro è che quella discesa l’avrà fatta à tombe ouverte, come dicono i francesi.
La storia invece racconta che Gastone, nel 1911, a diciotto anni, vince il campionato toscano e che si piazza discretamente in quello italiano, disputato sul percorso Alessandria-Legnano e vinto dal romano Dario Beni.
Sono gli anni di Eberardo Pavesi, l’avocatt di Addio bicicletta, il capolavoro breriano, gli anni nei quali si annuncia Girardengo e tramonta Cuniolo, gli anni di Ganna e Galetti.

Gastone, ormai diciottenne, si è imposto anche col padre che da qualche tempo, anziano e ammalato, si arrende sempre più spesso alle mattane del figlio.
Nel 1912, cento anni fa esatti, si innamora dei motori.
In fondo a Gastone importa solo della velocità e allora se un motore può farlo andare più forte della pedivella, spinta a furor di mulinanti rotule, meglio.
Si iscrive al Moto Club d’Italia, prende la licenza per correre e nel 1914 partecipa alle prime gare ufficiali: il Giro del Trasimeno, il Giro Umbro-Toscano, e vince il primo Giro Motociclistico d’Italia. Poi parte per la Grande Guerra dove fa il porta-ordini motociclista ed ha la ventura di tornare, senza un graffio, ma in tempo per cambiarsi i connotati correndo in motocicletta per beneficenza a favore degli orfani di guerra.

E per ritrovare Emilio Materassi…
Non so se Emilio Materassi, figlio di un cordaio, e Gastone Brilli Peri, nobile proprietario terriero, si fossero già incontrati prima in un’occasione simile a quella che ho descritto, mi fa però piacere pensarlo. Quel che è certo è che la loro fu una grande storia di amicizia: Emilio e Gastone che andavano fortissimo e non sapevano cosa fosse la paura, si completavano.

Una sola cosa li divideva: la meccanica. Emilio era capace di riparare quello che si rompeva, di migliorare il mezzo che guidava con piccoli accorgimenti, regolazioni, di mettere a punto macchina e motore; Gastone non sapeva né voleva sapere, Gastone voleva solo correre.

Si ritrovarono assieme quando Emilio fondò la prima “Scuderia” automobilistica e chiamò con sé l’amico caduto in disgrazia, cui nessuno più affidava una macchina da corsa. Emilio modificava, provava, metteva a punto, Gastone fumava seduto sulle gomme.
Il 9 settembre 1928, a Monza, Emilio Materassi si uccise facendo strage di spettatori innocenti e, da sera a mattina, divenne un paria, un uomo da dimenticare.
Nel mondo delle corse tutti voltarono le spalle alla vedova e alle figlie, tutti meno Gastone che rilevò la Scuderia e vinse qualche corsa per continuare il grande sogno d’Emilio, l’amico che gli mancava ogni giorno di più.

Forse si accorse all’improvviso d’essere un sopravvissuto, si rese conto che gli amici di un tempo erano morti tutti correndo in macchina. Forse gli mancò l’amore di una ragazza tanto bella e più giovane, un amore che l’aveva illuso.
A Tripoli, dove si correva il Gran Premio, si era portato una vecchia bici da corsa ed era uscito a pedalare sul circuito che con l’auto gli sembrava corto e facile, ma che in bici era tutta un’altra cosa. Pedalava, sbuffando, era come se rincorresse la gioventù, ormai in fuga, e nessuno gli offrisse un cambio per tagliare il vento.

Quando rientrò in officina sentì Clemente, un pilota giovane che correva per la Scuderia, lamentarsi coi meccanici: “Questa macchina la un va…”
Quante volte l’aveva gridato lui a Emilio…
Era tardi ma Gastone disse: “La provo io, bischeraccio, e te la metto a punto”. Gli parve, per un attimo, di sentire la voce di Emilio invece della sua. I meccanici si guardarono stupiti: il conte che provava una macchina?

“Aspettatemi” disse, “torno subito”.
Poi, rivolto a Clemente, quasi mormorò: “Tienimi la bicicletta, e stai attento che la catena me l’ha raccomodata un amico…”
Saltò in macchina e partì. Non sarebbe più tornato indietro, alla curva di Suq el Jum l’aspettava il destino.
O forse un amico.

 

3 Responses

  1. Avatar
    Parigi & Oltre

    Buonasera, vorrei sapere come potrei fare per ricevere il libro:
    Voleva solo correre di Gastone Brilli Peri e del suo amico Emilio Materassi

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