La passerella pedonale che scalalca l'Arno unendo il rione dell'Isolotto al parco delle Cascine

La passerella pedonale che scalalca l’Arno unendo il rione dell’Isolotto al parco delle Cascine

testo e foto di Gino Cervi

A Palazzo Medici Riccardi, in una saletta al piano terra, la mostra Firenze 2013. Da Bartali agli Azzurri di Alfredo ripercorre quasi 80 anni storia d’Italia attraverso la memoria e le immagini di ciclismo. La saletta è piccola, troppo piccola per una storia davvero grande. A mettere in fila ritratti e avvenimenti, imprese di sport e scenari di politica, costume e società in questo bell’affresco italiano del Novecento è stato, con l’aiuto di molti, Franco Quercioli.

 

Franco Quercioli, fiorentino, 72 anni, a 22 cominciò come maestro elementare alla scuola della Montagnola, all’Isolotto, storico quartiere d’Oltrarno fuori porta San Frediano. Quercioli è capace di disegnare con poche, chiare parole la storia di questo pezzo di Firenze.

«Oltre Porta San Frediano, un tempo era campagna. Campagna buona. I Medici avevano bonificato quelle terre, regimentanfo le acque d’Arno con opere di contenimento, come l’Argingrosso. Monticelli e San Quirico a Legnaia, San Bartolo a Cintaia, Le Torri, Ugnano e Mantignano: questi i nomi dei borghi lungo la via Pisana, asse viario dell’artigianato e del commercio. Intorno le campagne, quelli che erano chiamati gli “orti di Firenze”. Tanto per dire di una cosa assai inutile, a Firenze si diceva “portare i cavoli a Legnaia”.»

Ma il nome dell’Isolotto è legato anche a una storia molto novecentesca, che Franco Quercioli ha vissuto in prima persona.

«La storia dell’Isolotto è scandita da due ponti. Il primo, il Ponte Sospeso, venne costruito nel 1832, nella Firenze del Granduca Leopoldo che si apriva alla modernità. Servì nella seconda metà del secolo come collegamento tra la stazione Leopolda e la prima zona industriale della città, il Pignone, aldilà del fiume. Nel 1932 il ponte Sospeso venne sostituito dal ponte della Vittoria. Molto più a valle, nel 1978, venne inaugurato un altro ponte sospeso, il Ponte all’Indiano, che come quello ottocentesco, segno l’espansione della città verso nord-ovest e la nuova zona industriale della piana di Novoli. In mezzo a questi due ponti, si può dire che si svolga gran parte della storia novecentesca di Firenze.»

Il Pignone era il quartiere operaio, quello raccontato da Vasco Pratolini nel romanzo Lo scialo. C’era il gasometro, la fonderia. Proprio sui detriti delle lavorazioni industriali, accumulatisi in un rilievo, detto la Montagnola, si decise di insediare il polo scolastico primario del quartiere, formato da un’asilo nido, una scuola materna e un’elementare.

 

Franco Quercioli, con cycle!

Franco Quercioli, con cycle!

«Avevo ventidue anni quando nel 1962 ho iniziato a insegnare come maestro elementare alla Montagnola. Vi rimasi fino al 1971, e in quegli anni mi diedi da fare nel movimento di “Scuola e Quartiere” e della CGIL scuola di Firenze. Negli anni Cinquanta Firenze divenne un laboratorio politico. Giorgio La Pira, sindaco democristiano, incarò l’esperimento di un programma politico e sociale che tentasse di coniugare i valori cristiani e quelli socialisti. Non ebbe vita politica facile, personaggio troppo scomodo per le gerarchie moderate della DC. Dopo la morte del cardinale Della Costa, suo amico – e amico di Gino Bartali, a cui chiese durante la seconda guerra mondiale di prestare la propria collaborazione di corridore ciclista per trasportare clandestinamente, nascosti nel tubo piantone del telaio della bicicletta, i lasciapassare per gli ebrei perseguitati – a inizio anni Sessanta La Pira venne di fatto estromesso dai vertici del partito. Ma all’Isolotto l’esperimento di politica partecipata andò avanti a lungo, ad esempio con il movimento di base religioso di don Enzo Mazzi, il parroco del dissenso, e spesso intrecciò la sua storia con la stagione delle rivolte studentesche del 1968.»

Quel che resta oggi è un quartiere, il Quartiere 4, che raggruppa gli storici rioni d’Oltrarno fuori porta San Frediano, e che presenta una forte identità sociale, enfatizzata soprattutto nell’Isolotto da architetture e soluzioni urbanistiche, alcune delle quali recano il segno di grandi nomi, come quello di Giovanni Michelucci, che a distanza di decenni rivelano ancora originalità e sostenibilità. Unità abitative di piccola volumetria, palazzine di non più di tre piani, piccole case autonome con giardino, ma soprattutto un tessuto connettivo fatto di spazi comuni verdi, tra cui il celebre viale dei Bambini, dove ancora oggi si affollano torme di ragazzini che impazzano nelle aiuole e nelle aree gioco.

«All’Isolotto-Legnaia è nata anche la prima società ciclistica fiorentina, l’ASD Itala, fondata nel 1907. La sua sede è oggi nel circolo Arci di San Bartolo a Cintaia. Vi sono passati molti corridori toscani, e tra gli ultimi anche Franco Ballerini. Perché all’Isolotto, altra tradizione di lunga durata è proprio il ciclismo. I miei primi ricordi da ragazzino sono nell’immediato dopoguerra, quando d’estate, finita la scuola, quando si andava sulla strada sopra Sesto Fiorentino, a veder passare i corridori che salivano, o più spesso scendevano dal Mugello. Noi ragazzini ci si appostava a una curva e si restava ad aspettare il passaggio in discesa. Quanto volte abbiamo assistito a rovinose cadute sul brecciolino. La prima cosa che facevano i corridori, quando si trovavano a gambe all’aria, magari con le gambe o le braccia sbucciate e sanguinanti, era controllare che non si fosse rovinato nulla della bicicletta. Il mio babbo tifava per Coppi, in un contorno municipale che era tutto per Bartali. A me piaceva Gastone Nencini, che se avesse avuto più fortuna, e se si fosse di più riguardato, avrebbe potuto vincere molto di più di quanto non fece. Gastone in bicicletta, e non solo lungo le fantasmagoriche sue discese a “tomba aperta”, era forza bruta, imprevedibile sempre, ma anche incorreggibilmente dissipatore del proprio talento.»

Passano sullo schermo del ricordo di Quercioli decine di campioni: Bartali e Coppi, ovviamente, ma anche altri grandi toscani, Aldo Bini, Franco Bitossi, ma soprattutto Alfredo Martini. Per l’Alfredo, Franco Quercioli ha parole di grande affetto, come del resto testimoniano proprio la mostra a lui dedicata, e il significativo libretto che lo accompagna. Dal momento in cui Martini è sceso di sella, a fine anni Cinquanta, mezzo secolo di storia del ciclismo s’intreccia con fatti e ritratti della storia del paese. Con Franco Quercioli si potrebbe continuare all’infinito a parlare di Firenze, di sport, della sua passione per il ciclismo. E bisognerà trovare il tempo, il posto e il modo di farlo un’altra volta.

 

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