testo e foto di Francesco Ricci

Som dolomitich (Sogno dolomitico)
Come la bici salva le Dolomiti dalla catastrofe annunciata
grazie a uomini e donne ladini coraggiosi e lungimiranti.

Personaggi e interpreti:
Michil e Joe, Mathias, Arturo, Merch, Gigi e tutto lo staff dell’Hotel La Perla, Corvara, Val Badia

Special guest:
La Pina, alias Pinarello Dogma 65.1 Think 2, e Ramin Bahrami

Dormire, sognare, pedalare forse? L’Amleto ciclista che è in me si arrovella da anni nella fatidica domanda: essere o non essere dipendenti e schiavi dell’auto? Può sembrare una domanda retorica, banale, scontata e in fondo senza risposta.

Ma tant’è. Che sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, lo smog e i dardi inquinanti scatenati dalle due e quattro ruote a motore, o prender l’armi contro un mare di triboli rumorosi e puzzolenti e combattendo disperderli?

Ecco che il sogno si fa materia, di quella consistenza a metà fra le nuvole del cielo e le lacrime di una bella donna distesa su una lunga spiaggia deserta. Sono in Val Gardena e non ricordo più dove ho piazzato l’auto. Avrò pagato il parcheggio? L’avrò chiusa come si deve? L’avrò lasciata al sole o all’ombra? Fortunatamente i piccioni cagatori in Dolomite non ci sono. Cammino. Non so bene dove.

Devo andare a Corvara, così mi sembra. Devo fare il passo. Ma sono confuso. Non sento rumore, non ci sono motociclette starnazzanti, nemmeno l’ombra di camper, bus elefantiaci, auto in fila indiana che sbuffano infastidite e fastidiose. Guardo in su. So che all’interno di noi ci sono stanze segrete. Sono ingombre di cose e con le luci spente. Ma ecco apparire in lontananza un riflesso. Un bagliore. C’è qualcosa che si muove laggiù, fra le verdi pieghe delle montagne. Cerco di mettere a fuoco, con l’età che monta come la chiara d’uovo non è così semplice.

Dalla finestra del sogni.

Dalla finestra del sogni.

Un sussulto. Ma quello è un trenino. Come quelli giocattolo della mia infanzia. Un modellino. Eppure va, si muove. E mi pare che nei piccoli vagoni ci siano delle persone che fanno ciao con la mano. I vagoni sono verdi, con texture floreali che mi ricordano la Rolls-Royce di John Lennon. Magical Mistery Tour. I’m the valrus. Cucucuciuf. Ciuf ciuf. Ma il treno non sbuffa. E’ morbido e soffice come un pan cake inzuppato di succo d’acero. E’ elettrico. C’è una sola piccola lunga rotaia, non più grande del cavo di una seggiovia. E si mimetizza nei boschi, fra i prati e prosegue oltre il passo insinuandosi come una biscia d’acqua dolce fra i pendii rocciosi con una delicatezza sconosciuta. Come se non volesse fare rumore. E, in effetti, rumori non se ne sentono.

E le auto? E le moto? Svanite nel nulla. Salgo su un vagone emozionato come un bambino. Sono un bambino. Pieno di gioia e incantato da tanta bellezza. Il piccolo vagone si muove verso l’alto ed io faccio ciao con la mano. Guardo giù. La vecchia strada, quella dei Coppi e Bartali, dei Merckx e Gimondi, dei Pantani e dei Guerini è invasa da ciclisti. Oltre agli appassionati che ci danno dentro come non mai vedo anziane signore incappucciate in eleganti foulard, distinti signori che pare abbiano dimenticato il SUV a Porto Cervo e a dire il vero non sembrano affatto preoccupati, vedo bambini che se la godono alla grande. Ma sì, hanno bici elettriche dotate di pedalata assistita. Geniale. Così tutti possono affrontare il passo, non solo i fuoriclasse del pedale. L’ho sempre pensato che la bici è lo strumento più democratico che esista. Ma guarda come si divertono. Tutti sorridono, salutano, piegano la testa con fare gentile al passaggio dei ciclisti che vengono dalla parte opposta. Il cuore ha un sussulto. Sogno o son desto? Amico Pessoa, salvami tu: “Chi sogna di più, mi dirai. Colui che vede il mondo convenuto o chi si perse in sogni?”

Sul trenino regna quiete mista a eccitazione. Ogni piccolo vagone riporta all’esterno sui fianchi una scritta: Lümvjag. Penso che voglia dire viaggio luminoso. Adesso chiederò in giro. Siamo sul passo. Non ci sono auto, non è possibile. Nemmeno le moto. Ma questa è un’autentica rivoluzione. Pacifica, silenziosa, strepitosa. Il tempio non è più profanato. Le montagne sembrano più rilassate. Anche i canaloni, le lunghe rughe di roccia, le guglie maestose, i paneuch (così li chiamo i cocuzzoli che assomigliano ai panettoni), i camin che fumano appaiono più fieri, orgogliosi di essere tornati a essere quello che per millenni sono stati: anfiteatri giganteschi di roccia che chiedono rispetto, ammirazione, devozione, contemplazione.

Scendo dal treno. Voglio godermi un po’ il passo senza veicoli a motore. Un alito di vento mi saluta con vigore. Inspiro profondamente. Vacca boia, voglio una bici anch’io. Dai Frank, non fare il bambino, aspetta e vedrai. Si vedrò. Vedrò le menti migliori della mia generazione abbandonare l’auto e, non più affamate isteriche nude, comprendere che ben diciotto bici si possono parcheggiare nello spazio occupato da una macchina. Per non parlare di pullman e camper. Mi avvicino a un gruppo di ciclisti con la divisa uguale. Sul petto e sulla schiena una scritta: Hotel La Perla.

– Scusate, ma dove sono andate a finire le moto, i camper, i pullman, le auto?

I ciclisti mi guardano sorridendo, un po’ stupiti dalla domanda. Come dire: ‘ma questo da dove viene?’ Guardate che anch’io non so da dove vengo. Ma comunque mi piace qui. Fico, davvero.

– E’ da qualche anno che d’estate i passi dolomitici di giorno sono chiusi al traffico. Ognuno può salire in treno o in bici. Anche con le bici elettriche che si possono noleggiare in ogni paese. Ma se vuole saperne di più lo chieda a Michil.

I ciclisti risalgono in bici e salutandomi scappano veloci verso Colfosco. Li guardo scivolare per un attimo lungo i primi tornanti e decido di risalire in treno. Direzione: Hotel La Perla. Vamonos.

1. continua

 

3 Responses

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.