Bike Shop

Di Lorenzo Franzetti

Voglia di bici, moda di bici. Si traduce, tutto ciò in un vero business? Purtroppo non siamo ai livelli degli anni Settanta, quando la crisi petrolifera provocò l’assalto ai negozi di biciclette. Ci sono una crisi economica, una pressione fiscale e una burocrazia che, indubbiamente, complicano la vita di chi vuol vendere biciclette alla vecchia maniera, ovvero nella bottega di città o di provincia, con annessa officina.

Tempi e spazi non sempre facili da conciliare con le esigenze di un nuovo cliente

Tempi e spazi non sempre facili da conciliare con le esigenze di un nuovo cliente

Come sta andando il mercato delle bici, in Italia? L’entusiasmo del 2012, causato furbescamente dalla notizia che le vendite di bici avevano superato quelle delle automobili, difficilmente sarà contagioso in questo fine 2013. Il mercato, quasi certamente, subirà una contrazione: questa è la tendenza, anche se le cifre ufficiali saranno diffuse da Confindustria Ancma soltanto a febbraio 2014. Contrazione o stabilità al ribasso, ma non tracollo: nel nostro Paese c’è anche chi vende tante bici, non tutti vanno male. Le bici si vendono, soprattutto nei canali di vendita più vicini e attenti al pubblico.

Piero Nigrelli, di Ancma, propone corsi di formazione per i negozianti

Piero Nigrelli, di Ancma, propone corsi di formazione per i negozianti

Ma qual è il pubblico che alimenta la domanda? Soprattutto la gente, tanta, che si accorge che la qualità della propria vita quotidiana va migliorata. Dai media alla pubblicità, dai social network ai salotti culturali, fino alle ciclofficine popolari: la bicicletta è un oggetto di moda, un tema di attualità, un elemento chiaramente identificato con il benessere e la voglia di cambiare le vecchie abitudini. Questioni di vivibilità e la bici è un simbolo chiaro e sempre più evidente di benessere. «È curioso, per esempio, come i telegiornali o i siti web danno le notizie relative all’inquinamento. Quando nelle città si superano i livelli di PM10, fateci caso, l’immagine scelta è quasi sempre la stessa: una donna in bicicletta, in mezzo al traffico e con la mascherina antismog». La considerazione è di Piero Nigrelli, direttore di Ancma, settore ciclo, da sempre molto attento alle dinamiche di comunicazione. Contro l’inquinamento, per tradurre in un’immagini, le televisioni e i giornali ricorrono a una donna che pedala con la mascherina: la salvezza, questo è il messaggio,  è da una scelta alternativa alle auto. Scelta fatta da una donna che è o potrebbe essere anche madre, quindi un simbolo per le generazioni future. Dai giornali e le televisioni alle tante pubblicità, la bici è un fenomeno di moda. Perché tutto questo non si traduce in business? Che c’entra la foto della donna con la mascherina con i negozi di bici che dovrebbero vendere di più e non ci riescono? «C’entra eccome – ribatte Piero Nigrelli -, perché i mezzi di comunicazione e la pubblicità sono il veicolo di una moda: la bici è di moda e sta sensibilizzando grandi fette di pubblico. Un pubblico nuovo, però, che scopre e riscopre la bicicletta da neofita. A questo tipo di domanda, corrisponde un’offerta adeguata da parte dei negozianti?».

Inquinamento, smog: tv e giornali scelgono la stessa immagine per rappresentare questo messaggio

Inquinamento, smog: tv e giornali scelgono la stessa immagine per rappresentare questo messaggio

Un uomo, o una famiglia, che entra per la prima volta in un negozio di biciclette, che tipo di accoglienza riceve? Un potenziale ciclista che sceglie di entrare in un negozio tradizionale, che si rivolge al vecchio ciclista e non al centro commerciale, ottiene risposte adeguate? I negozianti attuali, in Italia, sono in grado di comunicare a questo nuovo grande pubblico, potenzialmente pagante? Queste domande se le è posta anche Confindustria Ancma che ha studiato il problema con un’indagine specifica, in collaborazione con Gfk: e cosa è emerso da questo lavoro? «La necessità di una maggior formazione del negoziante: c’è un’opportunità da sfruttare, un pubblico nuovo, ma non sempre chi vende bici sa rispondere in modo adeguato alle esigenze di un mercato fatto da gente che s’innamora della bici, da neofita. Un mercato non facile, al quale bisogna saper rispondere e comunicare un messaggio convincente».

Presente e passato, tradizione e territorio, esigenze attuali e messaggi positivi: il negozio di fronte al nuovo pubblico deve imparare a comunicare

Presente e passato, tradizione e territorio, esigenze attuali e messaggi positivi: il negozio di fronte al nuovo pubblico deve imparare a comunicare

Ambientalista o modaiolo, radical chic oppure stufo del vecchio stile di vita, il nuovo cliente, il neofita, ha due scelte: il grande magazzino oppure un negozio che, molto spesso, è gestito da un ex corridore o da un cicloamatore. E l’impatto con il negoziante non è sempre dei più facili: concetti complicati, carbonio o alluminio, front suspension o all-mountain, pesi al minimo, ruote ultralight, cambi elettronici, prezzi stellari, cardiofrequenzimetri e officine sovraffollate da superesperti dalle gambe depilate. Inevitabile che il nuovo cliente si senta quanto meno a disagio, inadeguato: e un pesce fuor d’acqua difficilmente compra o si affiderà a un negoziante che parla un altro linguaggio…

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Cultura ciclistica: ecco il concetto che cycle! sostiene e porta avanti dal suo primo giorno. Per intercettare il nuovo pubblico, una massa potenzialmente enorme, il negozio deve diventare un luogo di cultura ciclistica. Cultura ciclistica che è tutto fuorché esasperazione. Il cliente che entra nel negozio tradizionale e vuol capire, vuol sapere, è una risorsa e non una perdita di tempo. I negozi tradizionali sono un elemento chiave per trasformare una semplice moda in un fenomeno culturale ed economico importante. Il negoziante, insomma, deve saper mettersi in gioco, confrontarsi con il nuovo mercato: ancorato ai vecchi concetti, rintanato in un covo per cicloamatori da 20.000 chilometri l’anno, si espone al rischio di rimanere tagliato fuori dalla grande opportunità che si sta presentando, ovvero conquistare al (e non spennare o frustrare) un mercato “vergine” o quasi.

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«Nella nostra indagine – spiega Piero Nigrelli – abbiamo anche chiesto ai negozianti cosa si dovrebbe fare per mettere più gente in bicicletta: le risposte sono state, come prevedibile, più piste ciclabili, incentivi statali e soluzioni efficaci contro i furti. Questioni sacrosante, per carità: ma nessuno si è messo in gioco in prima persona a dire “io voglio fare questo…”. Ora, invece, è il momento di pensare a nuove strategie, in prima persona».

Per questo, Ancma propone un vero e proprio workshop per i negozianti, un convegno dedicato alla loro formazione: lo organizza a Expobici, a Padova, dal 21 al 23 settembre. «Sarà un momento per confrontarsi con i negozianti: con l’obiettivo di farli uscire da questi incontro, almeno con una nuova idea».

I media e le pubblicità scelgono la bicicletta anche per i messaggi più provocanti

I media e le pubblicità scelgono la bicicletta anche per i messaggi più provocanti

Va detto, però, che i negozianti di biciclette in Italia hanno problemi oggettivi e non facili con cui convivere: il problema è comune a molte altre attività nel nostro Paese, complicate da questioni specifiche. Le idee, magari, ci sono, ma per realizzarle occorre convivere con grossi freni legati ai costi dell’attività e alla pressione fiscale. Oggi il fisco può arrivare a prendersi fino al 60% o anche di più dei guadagni di un negoziante di bici ed è comprensibile che si chiedano incentivi e sostegno anche da parte di Ancma. Gli studi di settore impongono un regime durissimo (i negozianti di bici non hanno una categoria specifica e sono parificati ai rivenditori di motocicli e agli elettrauto). Per non parlare della burocrazia: oggi, in Italia, è impossibile o quasi (salvo armarsi di pazienza e tanti soldi), aprire per esempio un bike café (per problemi burocratici e di asl), cosa invece molto più semplice da fare all’estero. In Italia, per un semplice noleggio bici occorrono carte bollate e approvazioni addirittura dei Vigili del Fuoco. Le idee, quando ci sono, non sono sempre facili da realizzare. E poi, il negozio tradizionale ha indubbi problemi di spazi e tempi. Di fronte a tutto questo e al nuovo mercato, che fare? Adeguare, saper cogliere quanto di positivo sta accadendo. Per non sparire.

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