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Meron Theshome Hagos, giovane ciclista eritreo: a Firenze ha disputato la sua prima corsa in Italia, provando a mettersi in evidenza con una lunga fuga, con altri quattro atleti

Di Lorenzo Franzetti, da Firenze

Meron Theshome Hagos, un giorno in fuga. Per vincere un viaggio, un ritrono in Europa: «Che sia di sola andata, senza il ritorno». Da Asmara a Firenze, in cerca di fortuna, l’occasione della vita. «Mi avranno visto? Sono andato forte, forse qualcuno si sarà accorto di me». Agli occhi attenti dei talent scout europei non è certo sfuggito, l’Africa cresce, pedala ogni giorno più forte: a tarda sera, in un hotel di Montecatini, il ragazzo è ancora emozionato. Stanco, ma felice: e ora, il futuro potrebbe cambiare… «Un contratto con una grande squadra sarebbe un sogno. Poter correre in Europa come Daniel».

Foto di Guido P. Rubino

Foto di Guido P. Rubino

Daniel Teklehaimanot è stato il primo corridore eritreo a entrare in un team World tour, l'australiana Greenedge

Daniel Teklehaimanot è stato il primo corridore eritreo a entrare in un team World tour, l’Orica Greenedge

Daniel è il mito del ciclismo eritreo. Quello che ce l’ha fatta… «Daniel Teklehaimanot ha dimostrato che anche l’Eritrea può arrivare lontano, con la bici». Teklehaimanot è il primo ciclista eritreo ad approdare in una squadra World tour, l’australiana Orica-Greenedge. IL punto di riferimento di Meron è un ragazzo poco più vecchio di lui, un amico, ma per le strade di Asmara è il più emulato… «Da noi è il ciclismo lo sport più popolare. Ogni domenica c’è una corsa in bici, tutte le categorie. Ogni settimana una festa: la bicicletta è il mezzo per andare più lontano, nello sport. O sei forte nell’atletica o provi col ciclismo, che comunque è lo sport più popolare».

Meron Theshome Hagos, un giorno all’attacco al Mondiale Under 23: in fuga per chilometri, giro dopo giro, tra le bellezze di Firenze… «Città meravigliosa, non l’avevo mai vista prima. Me ne avevano parlato, però. IN fuga, però, non c’è stato tempo per guardare nulla. Anche se quando siamo passati sotto il Duomo, mi sono accorto di essere in un posto speciale». Meron si è arreso a tre giri dalla fine, quando i favoriti hanno accelerato, anche se la prestazione del ragazzo eritreo è di tutto rispetto.

L’Italia di Meron, fino a quattro giorni fa, era un Paese raccontato dai nonni: «Il mio paese è stato una colonia italiana, molto rimane di quel periodo, ma soprattutto sono i ricordi degli anziani». Anche il ciclismo è sbocciato in quegli anni, in Eritrea, ma non è mai riuscito a varcare il Mediterraneo e ad arrivare fino all’Europa… «Perché il ciclismo da noi è finalmente decollato da quando siamo un paese libero. Dal 1991, in Eritrea si è potuto sviluppare anche lo sport in un modo differente. E ora i corridori eritrei sono tanti e vanno forte non solo in Africa».

Foto e festa per il giovane Meron, al traguardo, con in prima fila il presidente della federazione ciclistica eritrea

Foto e festa per il giovane Meron, al traguardo, con in prima fila il presidente della federazione ciclistica eritrea

Meron Theshome Hagos non ha vinto, ma è come se ci fosse riuscito: dopo il traguardo è stato abbracciato, osannato, applaudito, baciato da un folto gruppo di connazionali eritrei… «Siamo un popolo molto orgoglioso e, soprattutto, molto unito. Bella emozione, l’Italia». La  comunità eritrea a Firenze conta almeno cinquecento persone: «Domenica, per la gara più importante, saremo tutti sul percorso, con le nostre bandiere. Per Daniel», spiega uno degli attivisti della comunità fiorentina. Dal sito della comunità eritrea italiana è stato fatto un vero e proprio appello ufficiale: tutti a Firenze. Cinquecento, seicento, ottocento? Intanto, con il giovane Meron si comincia a festeggiare… Si pensa a stare in compagnia, sulle piastre roventi si cucina l’injera, cibo tipico eritreo che, visto da noi europei, somiglia a una crepe. «Domenica, canteremo l’inno nazionale con i nostri atleti. Se si vince, direttamente sul podio: se non si vince, ci si troverà tutti assieme dopo la gara e canteremo». L’orgoglio di un popolo di fronte alla fatica di giovani ciclisti: storie che lo sport regala, ma bisogna andarle a scoprire ai piedi del podio, lontano dai riflettori delle dirette tivù. Anche questo è ciclismo.

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