Oggi, sabato 21 settembre,  il Giro d’Italia in 80 librerie arriva a Pisa. La pedalata di 30 km parte da Pontedera alle 10 per arrivare a ora di pranzo nella città della Torre pendente. Appuntamenti dalle ore 13 presso le librerie Artemisia (aeroporto Galileo Galilei), SMS Biblio (via S. Michele degli Scalzi), Fogola (corso Italia 82), Libreria dei ragazzi (via S. Francesco 99), La città del sole (via S. Lorenzo 65), Libreria Tra le righe (via Corsica 8), Libreria Ghibellina (Borgo Stretto 37), Blu Book (via Toselli).

Alle 19, alla Libreria Orsa minore (via Coccapani, 1a), Matteo Sametti presenta il suo libro La bicicletta di bambù. 8371 km dall’Africa Nera alle Paralimpiadi di Londra (edicicloeditore).

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Che cosa rappresenti l’Africa per Matteo lo si capisce subito, da come comincia il suo libro. Così.

«Ma non avevi i soldi per tornare in aereo, o almeno in macchina?». Me lo hanno domandato in tanti nei sette stati africani in cui ho pedalato. Un musungu, un bianco, non può muoversi in bici, a meno che non sia al verde! «I bianchi sono tutti ricchi», mi ricordo la sorpresa e lo stupore incredulo sul volto del mio amico Abraham quando fermi a un semaforo di Johannesburg vedemmo un bianco che mendicava con appeso al collo un cartello con scritto sono senza casa e non ho da mangiare.

Il mio primo viaggio in bici l’ho fatto a otto anni. Mi trovavo in vacanza in un campeggio vicino a Como, misi in uno zaino biscotti e cioccolato, acqua nella borraccia, e via! Promisi a mia madre che non sarei uscito dal campeggio, ma non fu così… Esplorai Grandate e ci rimasi molto male quando per attraversare la statale dovetti scendere dalla bici e camminare in preda al panico sulle strisce pedonali.

L’Africa ha sempre suscitato il mio interesse fin da bambino; anzi, fin da quando ho iniziato a capire qualcosa. Già allora mi colpivano la varietà delle sue espressioni e la vastità delle informazioni che, col passare degli anni, raccoglievo sul suo conto. L’Egitto delle piramidi e del Nilo era Africa. Una Madonna nera che avevamo in casa era Africa. I bambini del Biafra che si vedevano in televisione erano Africa. Dovevo mangiare tutto senza sprecare niente perché ero fortunato, non come i miei fratellini in Africa. Ed era Africa Nata libera, il mio telefilm preferito.

Erano Africa Annibale e gli elefanti che attraversarono le Alpi, i felini che vedevo sull’enciclopedia degli animali e i primi immigrati che giravano per le nostre città e chiamavamo semplicemente “marocchini”. Come pure il poster di Henry Rono che vince la Cinque Mulini. Il Sudafrica e il razzismo. Il Kilimanjaro. I neri americani arrivavano dall’Africa. Quando l’Ascoli comprò François Zahoui, ogni lunedì cercavo un po’ d’Africa nella Gazzetta di mio nonno.

Alla fine delle elementari conoscevo la geografia e le bandiere dell’Africa meglio di adesso. Il legame con l’Africa si è rafforzato col tempo a distanza, fino all’estate del 1997 quando andai per la prima volta per un mese in Kenya, in un ospedale missionario sul lago Vittoria. Ci vollero però ancora dieci anni prima che decidessi di venire in Zambia a coordinare le attività del St. Ambrose Trade Centre: una scuola professionale che forma 150 studenti l’anno e tre unità produttive che danno lavoro a circa 70 persone. In questi ultimi anni ho capito di più dell’Africa, dei suoi problemi, delle cause del sottosviluppo, delle “nostre” colpe e delle “loro” colpe, ovviamente senza trovarne la soluzione…

Il sogno di un lungo viaggio in bici attraverso l’Africa mi ha poi accompagnato per tutta la vita. Ne avevo fatti di brevi, di due o tre settimane, in compagnia e in solitaria, ma sempre in Europa. Ogni volta che uscivo ad allenarmi in bici, qui in Zambia dove vivo ormai da quasi otto anni, pensavo a quel lungo viaggio. Col tempo le scuse che la mente oppone alla realizzazione dei nostri sogni sono andate diminuendo: dovevo solo trovare il momento giusto e un valido motivo. Il 2012, l’anno olimpico, il lancio di Sport2build, il passaggio di consegne del progetto che avevo diretto negli ultimi sei anni e mezzo, non mi fornivano più alibi. Come quando decisi di cedere la mia attività di dottore commercialista e trasferirmi in Zambia, avevo capito che la differenza tra il ritrovarmi tra qualche anno a dire «Avrei potuto fare» oppure «Ho fatto» dipendeva solo da me.

Matteo Sametti, La bicicletta di bambù. 8371 km dall’Africa Nera alle Paralimpiadi di Londra, edicicloeditore, pp. 220 pagine, 32 foto a colori, 16,50 euro

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