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di Gino Cervi

C’era una volta Pinza d’Oro. Così venne chiamato da Jacques Goddet, il patron del Tour de France, quando nel 1949 lo vide cambiare a tempo di record un tubolare alla bici di Fausto Coppi, che quel Tour poi lo vinse.

Il suo nome era Giuseppe De Grandi, meccanico torinese. Ma tutti, a parte il soprannome romanzesco di Pinza d’oro, lo hanno conosciuto come Pinella. Meccanico prima alla Frejus, fu al seguito della rappresentativa nazionale al Tour fin dal 1938, anno in cui mise a punto le Legnano che portarono Gino Bartali al suo primo successo d’oltralpe, con buona pace dei francesi che s’incazzano… Poi ancora, come si è detto, al servizio di Coppi nel trionfale Tour del 1949. Fausto tanto fece che nel 1951 convinse la Bianchi ad assumere Pinella come capo-meccanico.

Fateci caso: nelle foto del Campionissimo sul tornanti dei tapponi dolomitici spesso inquadrano la Checca, l’ammiraglia Bianchi decapottabile al seguito. L’uomo con gli occhialoni da motociclista tirati su, che sporge dal parabrise, è proprio lui. Pinella De Grandi: occhio vigile, mano pronta alla ruota, che non sia mai che si perda anche un solo secondo in più del necessario per assistere al suo amico-campione. Già, perché tra Pinella e Coppi c’era più di un rapporto di stima professionale. Basti pensare che la moglie di Pinella De Grandi fu l’amica fidata che accompagnò Giulia Occhini, la Dama Bianca, nel suo viaggio a Buenos Aires, dove partorì Faustino: era l’unico modo per far sì che il bimbo, figlio di tanto scandalo nella bigottissima Italia del dopoguerra, potesse essere riconosciuto, secondo la legge argentina, figlio legittimo di Fausto Coppi.

Pinella De Grandi e Fausto Coppi a colloquio nel garage di Novi Ligure, a casa del Campionissimo

Pinella De Grandi e Fausto Coppi a colloquio nel garage di Novi Ligure, a casa del Campionissimo

Pinella De Grandi, un pezzo di storia del ciclismo italiano e internazionale, ritorna oggi alla ribalta della cronaca grazie a un libro, dal titolo che promette emozioni agli appassionati della mai esaurita mitografia del Campionissimo. Le bici di Coppi. Il tesoro ritrovato di Pinella De Grandi e la vera storia delle biciclette del Campionissimo. Lo pubblica ediciclo editore (192 pagine, 29 euro) e lo hanno scritto due collezionisti di bici d’epoca, Paolo Amadori e Paolo Tullini. Romagnolo il primo, di Savignano sul Rubicone, bolognese il secondo, hanno dedicato anni a una lunga e appassionata ricerca. Quella della ricostruzione il più possibile filologica delle biciclette realmente usate da Fausto Coppi nel corso della sua carriera da corridore professionista, dall’esordio in Legnano nel 1940, fino all’ultima stagione corsa con biciclette marcate Coppi, ma costruite dalla Fiorelli di Novi Ligure su telai realizzati dalle mani d’oro di Faliero Masi, detto “il Sarto”, nella sua officina dentro la pancia del Vigorelli.

L’impresa di Amadori e Tullini non sarebbe però stata possibile senza un sensazionale ritrovamento: quello dei Registri di produzione del Reparto Corse della Bianchi, che si credeva fossero andati perduti nel corso dei vari trasferimenti aziendali. E invece sono riemersi dal fondo di una favolosa valigetta, quella di Pinella De Grandi, e che Amadori è riuscito a ottenere grazie all’amicizia con la nipote di Pinella, la signora Caterina. Dai Registri di produzione, è possibile risalire all’informazione che le bici da corsa realizzate dall’officina Bianchi per Coppi furono 70: 53 da strada e 17 da pista.

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Sulla scorta di questa prova documentaria inconfutabile, Amadori e Tullini hanno censito 13 biciclette Bianchi, da corsa e da pista, il cui numero di matricola di telaio corrisponde effettivamente a quanto riportato sul registro. Nelle relative schede, un’attenta analisi tecnica mette in evidenza le caratteristiche di costruzione del telaio e gli altri aspetti relativi ai componenti dell’allestimento del mezzo. Tullini e Amadori, con occhio attento e appassionato, annotano e descrivono tutte la parti della bicicletta, evidenziandone le peculiarità che possono essere riportate alla mano sapiente del telaista Bianchi che ha lavorato il pezzo, da Luigi Valsassina a Luigi Gilardi.

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La scoperta porterà certo un certo scompiglio nel mondo del collezionismo ciclistico. Sono infatti molte in circolazioni le Bianchi di cui si attribuiva una presunta appartenenza al Campionissimo: ora, la conoscenza di questo pezzo di archivio storico, sarà una controprova decisiva rispetto a molte contraffazioni.

Oltre alle 13 Bianchi, completano il regesto, la mitica Legnano, usata da Coppi per stabilire il record dell’ora su pista il 7 novembre 1942 al velodromo Vigorelli e una bici del 1958, una Fiorelli marchiata Coppi ma che rivela la sapiente arte telaistica di Faliero Masi. Infine, una Bianchi da strada del 1945, appartenuta a Serse Coppi, è un omaggio all’amato e sfortunato fratello del Campionissimo.

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Dalla valigetta del Pinella, oltre ai preziosi registri, sono uscite fotografie e taccuini, alcuni dei quali riportano meticolosamente, stagione per stagione, corsa per corsa, tutti i rapporti utilizzati dai campioni che De Grandi ha avuto l’onore di assistere con la sua arte meccanica.

Insomma, un libro godibilissimo, sia da chi è alla ricerca di una nuova storia che arricchirà il mito di Fausto Coppi, sia da chi attende con curiosità di avere notizie tecniche sull’arte di costruire biciclette dall’anima senza tempo.

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da oggi, 26 settembre, in libreria

Paolo Amadori e Paolo Tullini, Le bici di Coppi. Il tesoro ritrovato di Pinella De Grandi e la vera storia delle biciclette del Campionissimo, con scritti di Claudio Gregori, Giuseppe Castelnovi, Mario Fossati, edicicloeditore, 192 pagine, 29 euro.

 

 

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