di Gino Cervi

E così Gino il Pio, l’omino di ferro che pregava santa Teresa di Lisieux perché gli desse la forza di arrivare primo in cima a una salita, o sano e salvo in fondo a una discesa, dalla scorsa domenica, 22 settembre, è un “Giusto delle Nazioni”. Nella settimana in cui ci si prepara ai Campionati del mondo nella sua Firenze, il nome di Gino Bartali è iscritto nello Yad Vashem, il Sacrario della Memoria, a Gerusalemme, che rende onore a chi ebbe il coraggio, negli anni durissimi della Seconda guerra mondiale, di mettere a rischio la propria vita pur di salvare quella degli ebrei perseguitati dall’Italia fascista e razzista, alleata con la follia sterminatrice di Hitler.

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Gino Bartali in fuga sulle strade del Tour de France

Come andò quella storia ce lo raccontano le pagine di Bartali. L’uomo che salvò l’Italia pedalando, la biografia di Leo Turrini (Mondadori, 2004), da cui riprendiamo qui qualche passo.

«Appresi in caserma della caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, dopo la riunione del Gran Consiglio. Ne dette notizia la radio a notte inoltrata e l’indomani la gente si riversava nelle piazze. Anche tra noi soldati ci fu un gran fermento, una gran voglia di finirla con la guerra. Ma il sogno era ancora lontano.»

Il crollo del fascismo non colse Bartali di sorpresa. Viveva e pedalava tra la gente, dunque non gli sfuggiva il malessere di un popolo sempre più impoverito e sempre più avvilito: la censura di regime non poteva nascondere la verità. La guerra era perduta e l’Italia viaggiava verso il disastro.

Paradossalmente fu proprio in quella situazione che Gino, da sempre antifascista, accettò di indosssare, per la prima volta, la camicia nera. Non per un ripensamento e nemmeno per un cedimento improvviso alle pretese del potere. No: si vestì da camerata su suggerimento di un prete. Che stava cercando di salvare dall’Olocausto centinaia di ebrei.

Placido Giuseppe Nicolini era il vescovo di Assisi. Amatissimo dai suoi parrocchiani, questo sacerdote trentino aveva conosciuto Bartali qualche anno prima della guerra, nel 1937. Erano diventati buoni amici, il monsignore e il ciclista. E don Nicolini si ricordò di Bartali quando venne il momento di organizzare la fuga di tanti ebrei.

Prima del 25 luglio, Gino aveva cambiato mansioni, sotto le armi: dal battaglione territoriale era stato spostato alla Milizia della strada. Continuava a godere di permessi legati alla sempre più precaria attività di ciclista. E continuava a fare il postino in bicicletta: «Così unirai l’utile al dilettevole» gli aveva spiegato il maggiore Selmi.

Monsignor Nicolini sapeva tutto questo. E immaginava che un personaggio come Bartali, ancora molto popolare in patria anche nei momenti più cupi della guerra, potesse evitare meglio di altri i controlli dei nazifascisti. Dopo l’8 settembre, dopo l’armistizio fra il governo Badoglio e gli angloamericani, nell’Italia repubblichina l’applicazione delle leggi razziali era diventata molto più rigida. Forse, pensava il vescovo di Assisi, Gino avrebbe potuto sfruttare la notorietà a fin di bene.

Papa Pacelli, Pio XII, aveva segretamente garantito pieno appoggio alle iniziative di Giorgio Nissim, un ragioniere. Nissim era un ebreo di Pisa: abilissimo falsificatore di documenti, era l’ultimo anello di una catena di salvataggio che coinvolgeva frati francescani, suore di clausura, nonché gente comune disposta a rischiare la pelle per una buona causa. E nell’Italia della guerra civile Gino si sentiva uno di loro.

Quando glielo chiesero, quando cioè gli chiesero di prestare la sua faccia e le sue pedalate all’operazione messa in piedi da Nissim e da monsignor Nicolini, il campione disse subito di sì. Tante cose del regime non gli erano mai piaciute, ma la persecuzione degli ebrei era sicuramente la più disgustosa. C’era però un problema; subito dopo il 25 luglio, Bartali si era felicemente dimesso dalla Milizia della strada. Perché, nel clima di totale confusione che accompagnò la caduta di Mussolini, poteva accadere anche questo: che, sia pure soltanto per qualche giorno, a chi indossava una divisa venisse accordata la facoltà di scegliere cosa fare. Liberamente. «Un generale si presentò nella nostra caserma» avrebbe ricordato Gino. «Ci disse che a Roma le cose stavano cambiando e che nessuno era obbligato a rimanere, Io, che non vedevo l’ora, sottoscrissi immediatamente la domanda di congedo.»

Così, quando l’amico Emilio Berti venne a parlargli del progetto del vescovo di Assisi, in un primo momento a Bartali quasi dispiacque dover confessare che non era più un miliziano della strada. «Ma guarda che dopo la fuga del re e di Badoglio i repubblichini hanno richiamato tutti sotto le armi» gli spiegò con calma Berti. «Tu devi far finta di niente. Ti metti la camicia nera e pedali. Se ti fermano, rispondi che stai come sempre allenandoti mentre vai a consegnare la posta. Ti crederanno.»

La camicia nera! Non l’aveva mai indossata all’epoca delle vittorie ai Giri d’Italia e al Tour de France, nonostante tutte le pressioni alle quali era sottoposto. Se la metteva volentieri adesso: era il suo lasciapassare per Assisi e per Roma. Nella città di san Francesco e in Vaticano c’era chi attendeva con ansia l’arrivo del campione: perché Gino portava regolarmente con se documenti preziosi. False carte d’identità che sarebbero servite a molte famiglie ebree. Dalle sue pedalate e dalla sua astuzia dipendeva la vita di centinaia di persone.

Come monsignor Nicolini aveva previsto, la popolarità di Bartali superava anche l’ostacolo dei posti di blocco. Più di una volta Gino fu fermato per un controllo. Ma c’era sempre qualcuno che riconosceva il fuoriclasse e allora la faccenda si risvolveva con due chiacchiere e una battuta, sull’ultimo Giro o su quel Tour da favola vinto alla grandissima. E nessuno si prendeva la briga di perquisire il campione. Né la sua bicicletta. Che ospitava, nascosti nella canna, «quei piccoli plichi», come li chiamava Gino, che significavano la salvezza per quanti, senza un passaporto fasullo a portata di mano, sarebbero stati destinati ai lager di Hitler.

Quando Bartali bussava al portone dell’abbazia di San Damiano, ad Assisi, veniva accolto da padre Ruffino. A lui consegnava i documenti. Poi saliva a salutare il vescovo. E ogni volta monsignor Nicolini si spandeva in ringraziamenti per il coraggio dell’amico campione. E ogni volta Gino rispondeva alla stessa maniera, si schermiva ridendo: «Ma veramente io mi sto allenando per il prossimo Giro, anche se non so quando lo correrò. Pedalo e porto la posta, che c’è di strano?» E ripartiva, pronto per nuove missioni.

Non voleva essere ringraziato. Molto tempo dopo, quando la guerra era un ricordo sempre più lontano, ai figli che gli chiedevano di raccontare quei mesi terribili, papà Bartali replicò asciutto: «Giuardate che ho datto semplicemente quanto era bene fare». Diede la stessa risposta a Marek Alter, lo scrittore che stava preparando un libro, intitolato I Giusti, dedicato a quanti avevano aiutato gli ebrei a scampare all’Olocausto. «Rifiutò di ricevermi» testimonia Alter. «Mi spiegò che non era necessario parlare del suo ruolo nella vicenda. Perché, aggiunse, lui aveva agito da buon cristiano, non si sentiva protagonista di qualcosa di straordinario.»

Brano tratto da Leo Turrini, Bartali. L’uomo che salvò l’Italia pedalando (Mondadori, 2004).

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