Hamiltongiusta

Un personaggio controverso e, per certi versi, negativo. Protagonista di pagine tristi del ciclismo, parte di un sistema che, purtroppo, da anni mette in difficoltà anche chi ama e pratica onestamente questo sport. Tyler Hamilton è un ciclista che ha sbagliato e, ora, a suo dire, si è pentito: ha pagato un prezzo piuttosto alto per i suoi errori e le conseguenze personali di quegli anni assurdi non sono state indolori. Oggi è uno dei grandi accusatori di Lance Armstrong, nonché autore di un libro “The secret race” che ha fatto molto scalpore. La sua testimonianza, inoltre, ha ispirato un film diretto da Jay Roach, prodotto da Warner Bros e con protagonista Bradley Cooper.

L’intervista, che presenteremo in due puntate, è stata realizzata dal bravo collega Giovanni Bettini. Si ringrazia, inoltre, la collaborazione di Melinda Travis.

 

hamilton2Di Giovanni Bettini

Tyler, oggi incontri una persona che non conosce la tua storia e devi raccontare chi sei. Cosa diresti?

Mi piace quando le persone non sanno chi sono e questo non perché sto scappando via da qualcosa, ma perché non guardo al mio passato da ciclista professionista. Mi identifico piuttosto nella figura di un insegnante e di un allenatore agli inizi del proprio percorso, una persona che ha molte conoscenze da condividere con gli altri. Penso di avere molto da dare alle giovani generazioni e questo è quello che sto provando a fare.

Il tuo libro “The secret race” (La corsa segreta) ha una frase “chiave”, a pagina 313: “E’ la verità che ti renderà davvero libero”. Ora, qual è, per te, l’importanza  della parola “verità”?

La verità è tutto per me. La verità è libertà. Quando si vive dentro ad una bugia quest’ultima ti fa pagare un prezzo molto pesante sia dal punto di vista fisico che psichico. Io sono grato per tutto quello che è successo e per le circostanze che mi hanno forzato ad abbracciare la verità. Hai bisogno della verità per rimarginare le ferite. Io indosso una collana con un’incisione in latino che dice proprio questo: “la verità ti renderà libero” e non la tolgo mai.

lancearmstrongvignettaOggi se diamo uno sguardo alla società moderna possiamo vedere per esempio cantanti coinvolti in problemi di droga, politici corrotti o caduti in adulterio e attori con problemi di alcool. Uno sportivo, però, deve essere sempre un santuario di purezza. Perché con gli atleti siamo così intransigenti (soprattutto con i ciclisti)?

«Penso che la gente si aspetti grandi cose dagli atleti perché sono considerati dei modelli di vita a differenza di un attore o di un politico. Le persone capiscono ad un certo punto che non sono più “reali”. Lo sport invece è una cosa vera. Vedi un atleta vincere e lottare. Ricordo quando ero ragazzino: tutti i miei eroi erano degli sportivi. Una persona insomma crede ad un atleta perché lo sente più vicino a sé».

Nella tua carriera di ciclista professionista hai mai conosciuto e parlato con un collega onesto?

«Non ne sono sicuro. C’erano un paio di persone che dicevano la propria opinione schierandosi contro il doping,  ma anche allora, avrei potuto dire che erano puliti al 100%? Non lo so… I corridori non parlano apertamente di quello che hanno fatto così non c’è modo di sapere cosa c’è dietro a delle  porte chiuse».

L’ex ciclista professionista Erwann Menthéour, scrisse un libro denuncia sul doping nel 1999, lo stesso anno del primo trionfo al Tour de France di Lance Armstrong, dove un altro ciclista francese, Christophe Bassons, scrisse che il doping non aveva abbandonato il ciclismo. Nonostante tutto come è possibile che le bugie nel ciclismo siano potute crescere anno dopo anno fino allo scandalo Armstrong?

«Penso che questa sia una domanda da rivolgere ai media.  Questo era un argomento dibattuto nel mondo del ciclismo, ma solo poche persone hanno fatto queste dure e difficili domande».

In quali condizioni è oggi il ciclismo?

«Onestamente non ne ho idea perché non ci sono più dentro e in generale non seguo più molto lo sport. Dire che è cambiato tutto dalla sera alla mattina, è poco realistico. Ci sono parecchi “ex” che si sono dopati per tutto l’arco della loro carriera e che oggi occupano posti da dirigenti e altre persone ancora operative che erano parte di una certa cultura. E così mentre i test antidoping migliorano, ci sono ancora molte scappatoie. Nel libro, racconto di quando si riceveva dal dottore il “foglio dell’imbroglione” riguardo cosa fare e non fare per eludere i controlli. Vi garantisco che questi fogli esistono ancora. Sono appena un po’ più lunghi e un po’ più complicati rispetto a qualche anno fa».

(Continua)

 

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