coppi16Alla ribalta del melodramma che è il ciclismo, il baritono pare regga più a lungo le note. Gino non spara gli acuti di Fausto, il tenore capace di solitari prodigi nelle corse in linea, al Lombardia, al Giro dell’Emilia. Ma ha più tenuta. Nelle corse a tappe, la bilancia registra una sua leggera superiorità. Ha resistenza, ha carattere. È coriacieo. La bilancia, alla Milano-Sanremo 1947, ha un altro sussulto a favore di Bartali. Vince su Cecchi. Coppi, a Ovada, ha preso la via di casa, accecato da una congiuntivite che a molti sembra un chiaro segno di veleni chimici, di intossicazione da droga, da doping. «A me proprio non interessa dire se Fausto prendesse qualcosa» raccontava Bartali vent’anni dopo. «Adesso che è morto, la strombettano tutti questa storia delle droga. Perché non gliel’hanno rinfacciata sul muso. Io mi sono drogato una sola volta, in un campionato del mondo, e ho avuto dolori, nausee. Sono allergico.» Giovannino Chiesa, il “siamese” di Coppi, s’indignava anche vent’anni dopo a chiedergli di “bombe”  e doping: «Al massimo erano tubetti di  simpamina. Di droga non ne girava. Il suo medico personale gli faceva di tanto in tanto e soprattutto al Tour, delle iniezioni di simpatolo, per sostenere il cuore. Più tardi, divenne maniaco dei corroboranti Hauser, i ricostituenti del dottor Hauser che aveva incontrato a Milano e che era di gran moda. Erano polverine in sacchetti di colore diverso. Ne metteva due, tre cucchiaini dentro alla minestra o nella pappa del tè, miele, melassa e riso stracotto che mangiava in corsa. Chimica, davvero niente».

Congiuntivite da polvere di catrame o congiuntivite da intossicazione di “propellenti” che allora non erano proibiti, Fausto tornò ben presto sulle stesse strade di Gino: Giro di Romagna e vittorio in volata.

carocoppiTratto da

Orio e Guido Vergani

Caro Coppi

Mondadori, 1995

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