Grand Tour, Massimo poggio, blu video, cycle

di Gino Cervi

Domenica, alle 16, a Expobici, la fiera della bicicletta di Padova, cycle! presenterà il progetto Grand Tour, una serie di documentari alla scoperta di strade e storie in sella a una bicicletta. Massimo Poggio, attore e innamorato delle due ruote, sarà il nostro volto, il cavaliere che, a colpi di pedale, ci accompagnerà puntata dopo puntata, a cominciare da queste prime sulle strade di Fausto Coppi, sui Colli tortonesi, tra Castellania e Volpedo.

Al progetto Grand Tour cycle! ha lavorato fianco a fianco con Blu Life, un laboratorio creativo che racchiude professionalità provenienti dai più diversi ambiti dell’intrattenimento televisivo (fiction, documentari e informazione). Soci di BluLife sono:

Umberto Fiume, autore e producer di programmi per Mediaset, Eurosport e TMC e quindi, con l’avvento delle tv satellitari, di rubriche e programmi per diversi canali tematici (Disney Channel, Salute e Benessere Channel); da una sua idea è nata proprio Blu Life;

Gianluca Brezza, regista televisivo – sua la regia di Life Bites, sit-com di Disney Channel – e di pubblicità, è anche autore di apprezzati documentari: La casa verde (una storia politica), che racconta la vicenda di un condominio milanese fagocitato dal cantiere della nuova sede di Regione Lombardia, è stato selezionato in più di venti festival e ha ottenuto numerosi riconoscimenti (tra gli altri il Genova Film Festival 2010 e il Bolzano Film Festival 2010);

Paolo Massari, regista e autore, ha iniziato lavorando a reportage, quindi è passato alla fiction: da Agrodolce (Rai Tre) a Crimini bianchi (Canale 5) ad Andata e ritorno (Rai Due).

Gianluca Brezza, nel suo lavoro di videomaker, prova a tradurre la sua passione nel raccontare storie. Che stia filmando una fiction, uno sport, un programma televisivo o un documentario, la domanda che sta alla base del suo lavoro è: «Che storia sto raccontando?». Per Gianluca, infatti, la narrazione resta lo strumento più efficace rappresentare la realtà, anche quando si lavora a un documentario (il genere che predilige). Nei suoi trascorsi professionali c’è stata una digressione ciclistica. Nel 2009 ha realizzato il documentario che ha raccontato Il lavoro in marcia, un Giro d’Italia in bicicletta organizzato dalla FIOM, e con l’adesione di ARCI e di UISP, e che ha visto la carovana toccare i luoghi di fabbriche in crisi, in un calendario di incontri, dibattiti e spettacoli sul tema della solidarietà nel mondo del lavoro.

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Paolo Massari fa sport da quando era bambino e venne mandato a fare judo: dice che il pediatra lo consigliò ai genitori perché lo vedeva po’ rachitico. Deve avergli fatto bene: ben piantato quasi sul metro e novanta, è passato al basket – giovanili del Cinzano, quindi Billy «a livello discreto», ci tiene a precisare… – e poi al grande amore: il rugby. Praticato fino ad oggi,

Con la bici Paolo ha un rapporto, diciamo, discontinuo. La usa in città, nonostante i tentativi di dissuasione di ben due furti nel cortile di casa. Ma sostiene di essere “troppo pesante” per fare troppa strada, fuori città: insomma, si sente un ciclista “sotto i 15 chilometri”.

Ma la bicicletta, o meglio il mondo del ciclismo, ha avuto modo di incontrarlo per lavoro qualche anno fa. Come ce lo racconta lui stesso.

«Era il ’98 e lavoravo per Play Life, un magazine di attualità sportiva, coprodotto da Benetton, che andava in onda su TeleMonteCarlo ed Eurosport. Pantani aveva appena vinto il Giro, un’apoteosi. Un mese ci avrebbe provato anche al Tour de France. Allora ci era venuto in mente di provare a fare un piccolo reportage sul pubblico del Tour. Avevamo scelto di seguire la tappa del Galibier. Ero però completamente digiuno di cosa fosse seguire una corsa a tappe. Chiesi l’accredito alla società del Tour e sorprendentemente l’ottenni. Sbagliai però completamente l’organizzazione del lavoro.

La tappa del Galibier è il lunedì, con arrivo alle Deux Alpes. Io vado a dormire a Briançon sabato sera, e prendo un appuntamento col Club Pantani di Borello per vedersi al secondo tornante del colle. Domenica mi sveglio con calma e vado a fare un sopralluogo. Ma quando arrivo lì scopro che avrebbero chiuso la strada già dalle 14 di quello stesso giorno. Non c’era tempo da perdere: torno in albergo, prendo il sacco a pelo e l’attrezzatura e riesco a salire in cima al passo. Inizia a piovere a dirotto. Aspetto seduto in macchina: «Prima o poi smetterà» penso fra me e me. Risultato: passo la notte in auto e mi risveglio all’alba della domenica con le ossa cigolanti. Ha smesso di piovere, però ci sono sette gradi! Scendo lungo la strada per tratto e finalmente trovo i due camper dei romagnoli del Club Pantani. Mi ospitano, mi rifocillano, mi fanno festa come se ci conoscessimo da una vita. Qualche tempo dopo mi sarebbe arrivata a casa addirittura la tessera.

La mattina seguente, lunedì, ricomincia a diluviare, ma la griglia fumante e il vino a litri sono buoni antidoti contro l’umidità. La mattina arrivano un po’ di amici dal fondo valle: appassionati e soci del club che passavano le loro vacanze al seguito delle corse ciclistiche per fare il tifo per Pantani. Sulla strada una serie interminabile di scritte per il Pirata, ma anche per gli altri corridori romagnoli in gara. Tra una chiacchiera, una piadina e un bicchiere di sangiovese arriva il momento della gara. Si segue tutto dalla tv: gli attacchi di Jalabert, Ullrich che controlla… Ma c’è aria di attacco del Pirata: eccolo che puntualmente parte e lascia il segno. Un tifoso del club corre sulla strada e urla impazzito di gioia: “L’è scatté l’è scatté!”. Passa un’altra ora e arrivano le moto, le auto della giuria, i corridori. Pantani passa in un attimo e io manco me ne accorgo. La ripresa video sarà una schifezza, ma per fortuna anche i miei generosi ospiti avevano una telecamera con cui riprenderne il passaggio. Poi tutti gli altri, Ullrich a quasi cinque minuti e in affanno, ma incoraggiato da tutti.

C’è ancora il tempo di seguire gli altri corridori fino alla chiusura della corsa, poi si guarda l’arrivo in tv. Ci salutiamo. Loro sono determinati ad andare fino a Parigi ed io felice per il lavoro fatto e per la scoperta di un mondo davvero unico. È stata l’unica volta che ho seguito da dentro una corsa, una vera festa popolare, per me un’esperienza unica e irripetibile.

A parte la storia epica e tragica di Pantani, mi rimane in mente un’intervista a un tale, si chiamava Danilo Scaccabarozzi, in cima al Galibier, sabato all’una, due giorni prima della gara. Piange, commosso per aver raggiunto la cima facendo con una bici da cicloturista – borse e sacco a pelo al seguito – il percorso dei suoi eroi. Non riesco a far altro che spegnere la telecamera e dargli un fazzoletto. Restiamo qualche istante in silenzio. Forse è lui il ricordo più vivo, a quindici anni di distanza.

 

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