Firenze dal belvedere di Bellosguardo

Firenze dal belvedere di Bellosguardo

testo e foto di Gino Cervi

Firenze, Bellosguardo. Se parto da qui mi sento al sicuro, con le spalle coperte. Se c’è da raccontare una strada – curve e rettifili, salite e discese, paesaggi e panorami, vie e piazze, storie piccole e grandi storie – l’occhio dev’essere allenato. E, quando serve, farsi sottile e cogliere il dettaglio, il particolare che dura un attimo; oppure diventare grandangolo e abbracciare in un largo respiro l’orizzonte; o ancora, trasformarsi in scandaglio per saper pescare nella memoria e confrontare quello che si vede con quello che si è letto, ascoltato, forse sognato. Non bisogna infine dimenticarsi di avere una coda e di saperla usare: perché come diceva E.M. Forster «solo quello che vedi con la coda dell’occhio ti tocca nel profondo».

Già, E.M. Forster, il romanziere di Camera con vista. Il Lungarno degli Archibusieri e la pensione Bertolini sono proprio laggiù, verso Ponte Vecchio, dietro quei tetti e quei giardini. Ponte Vespucci, Lungarno Soderini, via Sant’Onofrio, piazza de’ Nerli, via di Camaldoli, piazza Tasso, la salita alberata di via dei Villani, fino a piazza S. Francesco di Paola. Questo il mio circuito mondiale, in sella alla bici presa a noleggio alla Cooperativa sociale Ulisse, un gazebo e tante bici in fila davanti alla stazione di S. Maria Novella. Il mezzo l’è quel che l’è e via di Bellosguardo, che sale stretta tra i muri delle belle ville, diventa lo Stelvio.

Svolto a sinistra per una stretta curva ed eccomi al primo belvedere, di fronte alla villa La Limonaia: sul muretto infatti limonano due innamorati, proprio come Helena Bonham Carter e Julian Sands nel film di Ivory. Di fronte, un tabernacolo con madonna robbiesca: un ex voto, «Per Grazia ricevuta da un padre con due figli». Si dice che il graziato fosse nientemeno che il Granduca Leopoldo II, uscito indenne proprio qui da un incidente in carrozza.

Altra curva a sinistra in via Roti Michelozzi, chiusa al fondo dalla villa di Bellosguardo. Non si può entrare, è un lussuoso relais. Ma dalla soglia si ha forse la miglior vista su Firenze, che batte la fin troppo turistica di piazzale Michelangelo. Bello è l’oggetto dello sguardo: porta San Frediano e dietro il Duomo, col campanile e la gran cupola; più a destra, palazzo Vecchio e Santa Croce, e in primo piano Santo Spirito; poi, ancora più a destra, oltre la torre Coppedé di villa Pagani, la mole maestosa di palazzo Pitti, con Boboli alle spalle. Sopra Firenze il cielo è un azzurro disegno di nuvole.

In piazza di Bellosguardo, sul muro d’ingresso della villa dell’Ombrellino, dove anche Galileo abitò negli anni del Dialogo sui massimi sistemi, una lapide ammonisce che «Qui, dove la grazia del cielo e del colle innalza la qualità dell’arte» visse una lunga teoria di scrittori e artisti che mette soggezione: Ugo Foscolo, Nathaniel Hawthorne, Fenimore Cooper, Henry James, Robert Browning… Manca Eugenio Montale, che ai “Tempi di Bellosguardo” intitolò il secondo movimento delle sue Occasioni.

Rimedio all’assenza e lo vado a trovare. Scendo dalla piazza per la via Piana e di qui, per un toboga di straduzze appena sufficienti al passaggio di un’utilitaria, imbocco la via Senese e arrivo a San Felice a Ema. Nel piccolo cimitero alla sinistra della chiesa romanica, al fianco della sua compagna fiorentina, Drusilla Tanzi riposa lo scontroso “Eusebio”.

Attenzione, però: troppa letteratura, si sa, imballa le gambe. Così allungo un poco la strada e da San Felice mi sposto a Ponte a Ema: da qui Gino Bartali partì per conquistare il mondo a colpi di pedale e di mugugni. Ma ai piedi oggi non ho sandali: avrei fatto la rima con un almeno un poco della strada che ha fatto lui.

 

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