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Duemilacinquecento ciclisti si sono ritrovati in Valtellina a pedalare con lo spagnolo Alberto Contador, sulle salite della leggenda ovvero sul Gavia e il Mortirolo: una festa in cui tutti, Contador compreso, almeno per un momento, hanno pensato al Pirata, a Marco Pantani. Il mito, così come l’ha spiegato Guido Rubino in una sua recente riflessione.

Pantani sempre e comunque, fa ancora parlare e non si fa dimenticare: nessuno lo dimenticherà mai. In questo periodo, l’immagine delle sue imprese ritorna spesso alla mente degli appassionati, anche perché Pantani è diventato l’argomento, non della settimana, bensì dell’estate. Perché un bel giorno, alcuni senatori francesi si sono improvvisamente accorti che un certo ciclismo, quello degli anni Novanta, andava ridimensionato. Gli anni dell’epo andavano smascherati solo fino a un certo punto, però. Gli anni dell’epo, che ora tutti ripudiano, ma che, all’epoca, non davano affatto scandalo. Erano gli anni dell’epo, non solo nel ciclismo, ma i senatori francesi, al minimo accenno di estendere la loro indagine sul doping nel 1998 anche alla Francia dei miracoli di Zidane, hanno fatto rapidamente marcia indietro.

Le emozioni restano, perché sono un sentimento intimo e popolare, ma tutto il resto cambia sapore: manca, però, ancora oggi, una riflessione seria e onesta del ciclismo, a proposito di quel passato degli anni Novanta. Manca a tutti i livelli e non può bastare la confessione tardiva di questo o quel campione. Così come manca la certezza che questo sport abbia imparato davvero la lezione, dopo anni duri, durissimi, in alcuni casi addirittura sfociati in tragedia. Perché il mito Pantani non può nascondere la tragedia.

Il ciclismo all’epo era un sistema corrotto: un intero sistema, fino all’osso. Vuol dire che ogni componente di questo sistema, o sapeva (e taceva impotente) o era complice e partecipe. A un certo punto della storia del ciclismo, ogni logica venne stravolta, quando medici e macchinette misuratrici dell’ematocrito presero il sopravvento nelle squadre professionistiche. Quando certi tecnici e preparatori gettarono nel cesso gli insegnamenti del passato e dissero: “ora se vuoi vincere, si fa così”. Quando i ronzini del ciclismo diventavano purosangue per qualche stagione.

Fa un brutto effetto notare come i cultori di quel modo di fare sport, ancora oggi non siano completamente condannati dal sistema ciclismo: «È il migliore», si dice ancora oggi di uno tra i più famigerati e celebri preparatori del ciclismo. C’è una sorta di ammirazione, purtroppo è così, e non di condanna, per chi ha contribuito enormemente a distruggere la credibilità e l’immagine di uno sport nazionalpopolare. I medici, i preparatori, i tecnici: sono ancora quasi tutti al loro posto, invecchiati forse, ma un aiutino lo danno ancora volentieri.

Un intero sistema ha taciuto, dalle istituzioni alle squadre, dagli sponsor agli organizzatori, dai tecnici ai corridori, molti dei quali oggi riciclati in mille ruoli anche di prestigio nel ciclismo, nelle tivù, sui giornali. Un intero sistema, compresi i giornalisti, quelli che ora denunciano ma si chiamano fuori da quel passato scomodo: quelli che, invece, denunciavano allora (pochi), negli anni Novanta, erano messi ai margini. Addirittura insultati. Un sistema che ha avuto molte occasioni per cambiare, per fare un passo unico e storico nel mondo dello sport: ma non ne ha mai avuto né la forza, né il coraggio. Nemmeno di fronte al feretro del povero Pantani.

I miti, si sa, sono immortali, ma c’è una storia da accettare: perché ai tanti bambini, ai giovani entusiasti che oggi s’innamorano della bicicletta e di uno sport bellissimo non possiamo andare a dire “quello è il ciclismo”. Quella roba era il risultato di un sistema corrotto, quel ciclismo non ha avuto campioni: perché la parola “campione” sottointende un esempio da imitare. Non ci sono esempi da imitare, purtroppo.

Cycle, che nella sua mission mette il rispetto dell’uomo al primo posto, non può non ricordare questo aspetto, anche di fronte ai ricordi del mito che tutti noi abbiamo amato, ovvero Pantani. Ai ragazzini che sognano grandi imprese, in sella alla loro prima bici da corsa, non posso dire loro: «Fate come lui, il ciclismo lo si fa così». Ci ha regalato emozioni inarrivvabili, ma il prezzo è stato altissimo.

Un sospiro, un ricordo triste, ma poi, per fortuna la bici per ogni ragazzino è ancora una volta la gioia del vento in faccia.

 

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