28102010-IMG_5700-Modificadi Guido P. Rubino (foto GR)

La pista dormiente, la città dormiente. Milano ad agosto è come un pensiero al rallentatore. E il Vigo, dormiente, è ancora in piedi (chissà forse ancora per poco). E sotto la pista lui c’è ancora, anche se non più giovanissimo: un’istituzione, un altro monumento nel monumento. Al Vigorelli le biciclette non ci giravano solo. Ci nascevano e ci nascono ancora oggi. Proprio lì, sotto una delle curve paraboliche. In un posto fatto di legno come la pista, ma con l’odore del grasso che fa scorrere via veloci i meccanismi semplici delle bici da pista e non solo.

È il laboratorio di Masi, Faliero prima, Alberto poi. Oggi è il figlio che porta avanti quella bottega piena di ricordi e di sogni. E la rilancia con l’acciaio più moderno e per favore non parlategli di fibra di carbonio.

«Avevo dato il marchio a un americano per fare delle bici lì, in cambio lui mi avrebbe dato le congiunzioni per farle in acciaio qui. Ma poi si è messo a marchiare pure i telai in carbonio. Ci sono di mezzo gli avvocati…» mette subito in chiaro Alberto Masi.

Quadri di foto e ringraziamenti a lui e a suo padre sono la tappezzeria del laboratorio. Dietro, da una parte, conservate ma non abbandonate, ci sono ancora le dime delle biciclette di Fausto Coppi: cronometro, strada e pista. Potrebbero rifarle ancora oggi perfette come le voleva “il Fausto”. «Che era pure un tipo preciso – puntualizza Alberto – quando mio padre gli preparava un telaio lui veniva a prenderlo col metro in tasca. Si metteva lì a misurare e se non andava bene via a rifarlo».

Masi con un telaio appartenuto a Fausto Coppi, recuperato quasi per caso e restaurato.

Masi ne ha fatti per tutti di telai particolari. I campioni passavano di lì e poi in verniciatura per mettere su i nomi dello sponsor. Spesso, anzi, era proprio Masi a verniciare direttamente con le scritte giuste. C’è ancora un cassetto di legno, lì in officina, con i marchi di una volta. Ma anche un rammarico: «Anni fa han fatto dei lavori qui al velodromo. E hanno tirato giù una parete dove erano conservate molte di quelle scritte, che ormai erano cimeli. È capitato proprio in un giorno che non c’ero, quando son tornato avevano già buttato via tutto».

Storia che se ne va e storie che proseguono. Ora l’acciaio si chiama Inox, ma Alberto lo fa ancora come una volta, ed è apprezzato e ricercato per questo. Ha pure modernizzato il logo per non perdere la ruota dei tempi.

Ma chi cerca una Masi vuole anche quella storia che c’è dietro. Come la bici del Record dell’Ora di Anquetil, fatta in fretta e furia per accontentare il francese che altrimenti avrebbe dovuto rinunciare che la sua, si era accorto troppo tardi, non andava bene per il Vigorelli. «E ha corso con il telaio con una sola mano di vernice. Non c’era tempo per rifinirlo per bene».

Ma Faliero era bravo anche a capire i problemi dei corridori e risolverli.

L'Eroica 2011

«Maspes aveva una potenza che quando scattava uscendo di curva faceva scondinzolare il telaio, mio padre pensò di modificare i foderi posteriori per mettere un rinforzo».

Sembra di sentirlo ancora il rumore del legno da sotto la pista. Quello unico del velodromo, che l’Italia dovrebbe riscoprire. La passione, poi, verrebbe da sola.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.