cino Cinelli tre valle 1940

“Fausto ma perché fai quella faccia, dopotutto hai vinto, no?”. C’era una folla immensa attorno al Campionissimo che aveva appena beffato Gino Bartali, lasciandolo a brontolare in una Varese d’altri tempi. Immagini sbiadite, ma più vive che mai, uniche: parte della storia di un’Italia che era un paese di pane, cipolla e ciclismo. Trent’anni dopo, in un velodromo stracolmo di spettatori, Francesco Moser in maglia iridata trionfava in volata davanti a Battaglin e Baronchelli: quel Moserone a braccia alzate, a Masnago, me lo ricordo bene anche io. Era la prima volta che mio padre mi portava a vedere una corsa dei professionisti: e, per l’emozione, non ci avevo dormito tutta la notte prima e tutta la notte dopo, con l’adrenalina a tutta e le immagini che continuavano a venirmi in mente.

Il croato Durasek, vincitore di una Tre Valli Varesine 2013, emigrata a Campione d'Italia

Il croato Durasek, vincitore di una Tre Valli Varesine 2013, emigrata a Campione d’Italia (foto Rubino)

Sono due spunti, questi, per ricordare cosa era la Tre Valli Varesine, ma ce ne sarebbero molti altri, con protagonisti altri miti, da Bartali a Merckx. E altri ricordi si potrebbero benissimo riproporre anche per altre meravigliose classiche lombarde come la Coppa Bernocchi (95 edizioni e cento anni di storia) che colora la Valle Olona o la Coppa Agostoni, che trasforma ogni anno la collina di Lissolo in uno stadio. Tre classiche da brivido, che sono un patrimonio culturale immenso: e come queste tre gare, anche altre corse storiche del ciclismo italiano. Tutte decadute, se non proprio estinte.

Questa settimana, la Tre Valli Varesine l’ha vinta un croato: onore al giovane Duresek che, probabilmente, diventerà un grande campione  e che si è imposto con una vera e propria stoccata (non da fiorettista, ma da ciclista). Un croato alla Tre Valli Varesine, perché no? In una corsa che arrivava a Campione d’Italia, che di varesino non ha proprio nulla, se non i soldi di qualche ricco borghese che la sera  sconfina al casinò. Tre Valli, Bernocchi, Agostoni, ma anche Giro di Toscana, Giro dell’Emilia, Giro dell’Appennino, Giro del Veneto: un patrimonio decaduto. Per non parlare del Giro del Piemonte, l’ultima classica italiana a sparire del calendario. Il ciclismo cambia, si dice, si evolve: giusto, ma la gente per le valli varesine era tanta anche quest’anno. Non come ai tempi di Coppi, ma comunque tanta. Ed era tanta anche alla Bernocchi. Gente con la passione negli occhi e tanti punti di domanda nella mente: gente con la voglia di vivere emozioni, ma senza conoscere chi gli sfrecciava davanti. Squadre mai viste, corridori ingaggiati non si sa bene come, pochi, anzi pochissimi nomi noti, livello tecnico scarso. Le classiche italiane stanno morendo, si sta cancellando un patrimonio culturale.

Colpa del doping? Niente affatto, non è il caso di sbandierare sempre la solita storia, quando si parla di ciclismo. Una volta la Tre Valli Varesine era una gara prestigiosa che vedeva al via tutti i migliori corridori, i campioni che la gente amava. Oggi non più, impossibile appassionarsi: perché il ciclismo che conta, oggi, non gira in ammiraglia, ma prende aerei in continuazione. L’Unione ciclistica internazionale ha sposato da tempo un progetto faraonico che ha smantellato quasi totalmente l’anima popolare di uno sport nato povero e che ora vuol essere ricco a tutti costi: risultato? Un business per pochi, con squadre e corse costosissime, con i migliori corridori sempre in viaggio per cinque continenti. Un ciclismo che si allontana dalla gente e si mette a favore di telecamera (ma solo quella in mondovisione).

Modolo vince la Bernocchi, festival dei velocisti orfano però dei vari Cavendish e Kittel che navigano in lidi lontanissimi (foto Bettini)

Modolo vince la Bernocchi, festival dei velocisti orfano però dei vari Cavendish e Kittel che navigano in lidi lontanissimi (foto Bettini)

E le vecchie classiche? Vivono solo grazie alla passione infinita (che temo prima o poi finirà) di poca gente di buona volontà: li conosco tutti, o quasi, gli organizzatori. Brava gente, persone che fanno i salti mortali per tenere in vita piccoli gioielli che oggi vengono snobbati. Gente che rincorre gli sponsor fino allo sfinimento oppure è costretta a compiacere controvoglia a questo o a quel politico, unico canale di finanziamento possibile per corse che la gente ama, ma che il ciclismo snobba. La Coppa Bernocchi, grande festival dei velocisti, non aveva, per esempio, sprinter come Petacchi o Viviani impegnati in Olanda, nientemeno che all’Eneco Tour… Eneco che?? Sempre alla Tre Valli, il pubblico varesino non ha nemmeno potuto abbracciare l’eroe di casa, Ivan Santaromita  il campione italiano in carica, perché? Non stiamo parlando di Contador o Cancellara, gente che pretenderebbe ingaggi fuori portata, ma di Santaromita. Perché un Santaromita campione italiano non può onorare una classica sulle strade di casa? Perché la sua squadra, la Bmc era chissà dove a correre… Per non parlare di Pozzato che, dopo aver vinto in scioltezza l’Agostoni (con un parterre di squadre misero), ha snobbato la Tre Valli per andare alla Vattenfall classic… Vattenfall che???

Ci ostiniamo a organizzare corse e siamo pure bravi a farlo, le classiche resistono grazie alla passione infinita e gratuita: e quando, invece, si guarda al business, tutto finisce, tutto sparisce. Quest’anno l’Italia sta pure organizzando l’ennesimo campionato del mondo, a Firenze (il terzo in meno di dieci anni). I soldi che l’Uci pretende per questo giochino permetterebbero la sopravvivenza di buona parte delle classiche italiane, tutte insieme: certo, la portata mediatica è totalmente differente, ma non si può non riconoscere la crisi profonda del ciclismo italiano. Di un patrimonio culturale lasciato morire.

In Italia non ci sono più squadre professionistiche , o quasi, se si considera che la stragrande maggioranza delle formazioni esistenti ha la sede all’estero, per sfuggire al massacro fiscale burocratico nel nostro Paese. Organizzare una corsa di alto livello, sempre nel nostro Paese, è diventata un’impresa titanica, se non impossibile. In Italia, bisogna riconoscerlo (e mi dispiace), c’è una Federazione che non riesce a tutelare il proprio patrimonio: che non è il misero bilancio, il patrimonio è un movimento straordinario, fatto di passione. Di gente che è lì sullo stradone ad aspettare un Durasek e ad applaudirlo, anche senza sapere chi cavolo è.

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