logo fanclub

«Hai visto? Ha sedici marce e sembra quella di Pantani. Io tifo per Pantani» e indicò un poster esposto nella bottega con il suo eroe in maglia rosa. Da quando l’avevano cacciato dal Giro d’Italia con il sangue sballato non era più riuscito a vincere nulla. I miei colleghi dicevano che era un dopato, ma lui sosteneva che l’avessero incastrato quelli della camorra e delle scommesse: non vedevo l’ora d’intervistarlo, di conoscerlo, di capire e ricostruire tutta la vicenda, ma il mio direttore mi aveva sempre tenuto alla larga da Pantani. «Lassa staa, non è roba per te, quella. E poi non c’è niente di nuovo da dire su di lui», mi aveva liquidato il direttore, un pomeriggio.

Da quando ero stato assunto alla redazione, a Milano, stavo invece inseguendo Cipollini che, circondato da belle donne, manager con facce da brutti ceffi e grandi firme dei quotidiani, mi aveva sempre snobbato. Una volta addirittura sfottuto: «E tu chi cazzo sei?» mi disse, pronunciando la c quasi muta, quando gli chiesi l’intervista, mentre si apprestava a prender parte a un’esibizione serale, assieme ad altre vedette del pedale. «Umorismo toscano», disse il manager alle sua spalle, ma io non ci trovavo niente da ridere.

cipolliniImmaginandomi Gabriele pedalare su quella bicicletta da corsa, mi ricordai che, da bambino, Cipollini l’avevo creato nella mia fantasia, già molti anni prima che un omonimo e reale campione, diventasse davvero Cipollini: mio padre mi regalò una Learco Guerra gialla con manubrio da velocista, da professionista vero. E io, pedalando avanti e indietro per interi pomeriggi, nella via di casa mia, avevo finito per costruirmi imprese e gare immaginarie, sfide con campioni di un mondo inventato da me. E un tale Cipollini, nome inventato per caso, un giorno, guardando mia nonna che puliva la verdura, era il mio avversario più temibile: finché non andai a sbattere contro il muro.

Mi portarono al pronto soccorso pensando che la botta in testa mi avesse rotto qualche rotella, ma non era così: i dottori dissero a mia madre, «poteva andare peggio, tutto piegato in avanti su quel manubrio da corsa».

Quella sera, mia madre litigò tutta la sera con mio padre. E alla fine vinse la sua battaglia: al posto di quel fantastico manubrio da sprinter, mi venne montato un ridicolo modello da città, tanto che mi sembrava un aggeggio da vecchi. «Poi quando cresci, vedrai che te lo rimetto», aveva detto mio padre, ma se ne dimenticò. Crescendo mi venne regalata una Saltafoss con il sellone nero e il fanale da moto. Per i miei compagni di scuola, la Saltafoss era una «doppia libidine», quella per impennare e sgommare. A me non piaceva, «ma quando mai si era visto Saronni fare una volata su un trabiccolo simile?» dicevo tra me, ma siccome i miei non volevano regalarmi la bici da corsa, allora scelsi un modello che mi faceva sembrare figo agli occhi dei miei amici.

«Gabriéee non rompere a quel signore, vieni a casa!», gridò la madre del ragazzino, dal solito balcone. Quella donna faceva spettegolare il paese, poiché non era ben chiaro quale mestiere facesse: tuttavia girava spesso con scollature vertiginose che mettevano in mostra tette enormi e vistosi stivali di pelle con tacchi altissimi. Lei era minuscola, alta quanto una bambina, ma le curve erano da donna dei fumetti e, dall’alto dei suoi tacchi, riusciva anche a suscitare un certo effetto. Il padre di Gabriele non era mai esistito. Me lo rivelò lui stesso in uno dei nostri incontri serali, dopo avermi chiesto che mestiere facevo: «Davvero fai il giornalista?» mi aveva domandato sgranando gli occhi.

Saltafoss«Perché ti dovrei raccontare frottole»

«Allora tu conosci Pantani e puoi chiedergli se mi regala un cappellino»

Lo accontentai e conquistai la sua eterna amicizia, ero diventato il suo eroe: il cappellino in realtà non era quello di Pantani, e Gabriele non lo seppe mai, ma in redazione sponsor e uffici marketing che gravitavano attorno a questo campione dalla uova d’oro, mi riempivano spesso la redazione con omaggi e gadget di ogni tipo.

La scuola era appena finita, Gabriele nei cinque minuti quotidiani dei nostri incontri, sempre davanti alla solita vetrina e alla solita bicicletta, non perdeva le speranze, guardando con emozione il suo premio: «Siccome sono stato promosso, forse mia madre mi regalerà la bicicletta rossa. Gliel’ho chiesto, lei ha detto che ci deve pensare»

Sapevo benissimo che il povero Gabriele avrebbe cullato quell’illusione per troppo tempo, tutta l’estate sicuramente, ma forse anche per tutta la sua giovinezza. Mi si stringeva il cuore se pensavo a quell’entusiasmo innocente che presto sarebbe stato mortificato. Sua madre mai avrebbe potuto permettersi di regalargli quella bici e anche se avesse potuto, mai avrebbe potuto comprendere quella passione pura e gli avrebbe risposto: “Se aspetti qualche anno, ti compro il motorino, che vedrai che ti piacerà di più”.

Fu questo che mi convinse, una sera, a citofonare a casa di Gabriele e a chiedere di parlare con sua madre, che si chiamava Rosaria. Per chiederle il permesso di fare un regalo a suo figlio, proprio quella bicicletta. Subito lei disse: «Lasci perdere, scherza? E se Gabriele prova a chiederle qualcosa, lo prendo a scappellotti. Lui non si accontenta mai, non conosce il limite e, mi scusi, se a volte è sfacciato»

Provai a insistere, e lei mi non si convinse, anzi s’insospettì: «Che vuole da mio figlio?». Io quella sera decisi di non reagire alle provocazioni e ripresi la discussione qualche giorno più tardi, quando mi ripresentai dalla signora con una foto in mano. C’ero io bambino seduto su una biciclettina minuscola, con un piede a terra e l’altro sul pedale: avevo in testa un berrettino girato con la visiera al contrario, come facevano Bartali e Baronchelli, e il mio volto esprimeva tensione, quella di un corridore alla partenza dalla sua prima gimkana. Primo premio un libro a disegni sugli animali della giungla. Ma non vinsi io.

«Guardi quel ragazzino, sono io, e oggi mi rivedo in suo figlio. Tutto qui»: mamma Rosaria rinunciò a ribattere, quella sera, mi guardò in faccia dopo aver fissato suo figlio. E disse il suo sì, pronunciato per sfinimento, non senza imbarazzo.

cerottiGabriele non mi ringraziò mai, ma disse molto di più: «Facciamo che siamo come fratelli. Dai sei mio fratello, ora»

In cambio, dalla signora Rosaria rimediai un invito a cena, all’inizio dell’estate. Spaghetti con le vongole e peperoncino a cucchiaiate. Quello calabrese che le mandava su sua madre, da Grisolìa. E a me vennero la faccia paonazza e le lacrime agli occhi. Noi mangiarisotti del Nord non siamo mai stati abituati al piccante “sputafuoco”, ma per non deludere la signora, non osai lasciare nemmeno uno spaghetto nel pietto e feci pure la scarpetta, anche se avevo la lingua completamente fuori uso e non sentivo più i sapori. La signora Rosalia non mi guardò mai negli occhi, mentre Gabriele non smise un minuto di guardarmi, come si ammira un eroe. Dopo mangiato, era sceso a giocare, mentre io sorseggiavo un caffè.

«Grazie per quanto ha fatto per mio figlio» mi disse la signora Rosalia a bassa voce. E mi si avvicinò fino a sfiorare il mio viso con il suo seno turgido. Io seduto al tavolo, lei in piedi, minuscola e formosa. Il profumo di lavanda che emanava la sua pelle, mi fece perdere il senso della realtà per un istante. Giù, in piazza, sotto le rondini che garrivano, Gabriele pedalava avanti e indietro e gridava: «E vince Pantani!»

Gli altri episodi:

Episodio 4

Episodio 3

Episodio 2

Episodio 1

Introduzione

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.