Pietro Weber e Carlo Chiattone, gli organizzatori della mostra a Cles, con Francesco Moser e Maurizio Fondriest

Pietro Weber e Carlo Chiattone, gli organizzatori della mostra a Cles, con Francesco Moser e Maurizio Fondriest

Foto di Giovanni Bettini

Foto di Giovanni Bettini

Di Giovanni Bettini

“Per ogni bicicletta c’è una storia da narrare, c’è una vita da ascoltare, un racconto che corre lungo ammaccature, graffi, cromature saltate e polvere di strada”. Sono queste “le biciclette di papà”, secondo lui: Carlo Chiattone, agricoltore, figlio di Walter fervente cicloamatore di Vigone, provincia di Torino. Conosci Walter e conosci la passione, conosci Carlo e conosci l’Amore. Quello puro, quello di un figlio che guarda il padre mentre “lucida, vernicia, ricerca pezzi ed accessori mancanti”. Carlo è il figlio dell’appassionato. Della mostra “Scatto Fisso, storie di biciclette, di uomini e di artisti” che è possibile visitare  a Cles (Tn) presso il Palazzo Assessorile fino al 6 ottobre, Walter Chiattone è l’anima.

La passione non si può né comprare, né descrivere. Guai a vendere e lucrare sulle biciclette, patrimonio dell’umanità quasi fossero le Dolomiti o il Colosseo. Zero soldi, zero ingaggi, zero compensi. L’unico “incasso” di Walter è quello della relazione. Sguardi, dita alzate in segno di rispetto per il velocipede del pompiere, o la Moser con il “ruotone” o quella Milani del ’37 donata da un amico. Metà gialla e metà rossa. Colori giullareschi, cuore multiplo perché la bicicletta ispira musica, poesie, attori e saltimbanchi. Ma il bello è che alla partenza mostri un colore e all’arrivo un altro.

La ricchezza della cultura è democratica, a disposizione di tutti. “Ti serve un cambio Vittoria Margherita? – chiede Chiattone – Io ce l’ho. Prendilo!”. In cambio magari una sella, una vecchia maglia di lana, ma basta anche un grazie, alla stregua del bicchiere di vino o di un paio di colpi di pedale in compagnia. Non si scherza con le bici, patrimonio dell’umanità. Come il figlio non può prendersi gioco del padre. Quando qualcosa tra Carlo e Walter “si rompeva”, Walter spediva il figlio nel magazzino a lucidar raggi, in punizione, ma in fin dei conti a pensare. Per capire se era giusto o sbagliato.

Foto di Giovanni Bettini

Foto di Giovanni Bettini

Walter, commerciante per lavoro, collezionista di biciclette per mestiere ha le stimmate del genio. Chi è il genio in fin dei conti? “Un uomo capace di dire cose profonde in modo semplice” scriveva Bukowski in Musica per organi caldi”. Così è Walter quando parla delle sue creature. C’è la bici di Gilberto Simoni al Giro del 2001, quella vecchia Fiat del 1915, la Bianchi di Coppi, le arti e i mestieri che una volta filavano su due ruote. Macellai, gelatai, panettieri, vignaioli. Cerchi a balloncino, veloci tubolari e magari ruote piene. Tutte cose da rivedere e c’è da chiedersi se gli ingegneri di oggi lo fanno apposta o copiano semplicemente dal passato sostituendo l’acciaio al carbonio.

Vicino a Carlo, di fianco a Walter, dietro alle sue biciclette c’è l’arte. Non si tratta di ristrutturare un telaio, ma anche di dare nuove forme. Allora ecco la bici fatta a mano dai ragazzi della comunità di San Patrignano di San Vito di Pergine. Giovani che hanno perso la strada a causa delle dipendenze, ma che ora stanno cercando di tornare a casa e la bicicletta pare un bel modo. Carbonio ad alto modulo fasciato e legno di barrique. Il legno delle botti, forgiato dal tempo. Materiale di recupero assemblato da chi vuole recuperare per darsi una nuova forma. Poi ci sono i quadri, le fotografie, le opere. Ventisei contributi, un ponte tra due ruote, creatività ed immaginazione. Firme d’autore, come d’autore sono la mano di Chiattone, un telaio Legnano o una Rola del 1917 con freno a tampone. C’è “Bicicletta” opera del maestro Mario Schifano, “Pedala pedala” di Giorgio Griffa, “Giro d’Italia ciclistico” di Silvano Nebl, pittore della Val di Non. Come Coppi, anche questa mostra ha i suoi angeli, fidi gregari. Pietro Weber, artista di Denno è colui che dalla scintilla ha acceso la fiamma, mettendo insieme la ricerca di nuovi orizzonti possibili alle sue conoscenze. E’ un gregario di lusso per intenderci perché ha esposto alla biennale d’Arte Africana a Dakar e al 59° Film Festival di Venezia.  Di ciclismo dice di sapere poco o niente. Poi ci sono Marcello Nebl, figlio di Silvano, storico dell’arte ed Emanuele Lomello.

DSC_0836“Chiamatela follia, insana pulsione, cercate se volete di trovare un motivo, il perché di tanto affanno e tanto lavoro di ricerca e di restauro. Io la chiamo passione”. Scatto fisso.

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