Questa mattina Alex Zanardi e Vittorio Podestà hanno vinto la medaglia d’oro ai Campionati mondiali di paraciclismo che si stanno svolgendo a Baie Comeau, in Canada. Alex ha vinto il titolo iridato nella prova cronometro della categoria MH4, Vittorio nella MH2. Per festeggiare il successo di questi due grandi campioni, ma soprattutto di questi due grandi uomini, riproponiamo un brano dell’articolo uscito sul numero 2 di cicle!: Tre uomini e una gamba. Macchi, Podestà e Zanardi: storia di ruote e di amicizia. Aspettando Fabrizio…

 

di Gino Cervi, foto di Umberto Isman

Vittorio Podestà ai campionati italiani 2013 di Caldonazzo (foto Umberto Isman)

Vittorio Podestà ai campionati italiani 2013 di Caldonazzo (foto Umberto Isman)

Quando vide il BMW fuoristrada parcheggiato nello spazio disabili dell’Autogrill di Bordighera Nord, Vittorio Podestà, campione italiano di handbike nella prova a cronometro, imprecò in genovese, mandando a quel paese il solito stronzo. Decise di restare in macchina ad aspettare. La moglie, mentre si avviava al bar dell’Autogrill, gli fece notare che c’era poco da mugugnare: anche il BMW portava ben visibile sul parabrezza il contrassegno arancione per disabili. Poco dopo Vittorio vide arrivare il proprietario del macchinone e non ci mise niente a riconoscerlo: del resto, sarebbero bastate le tecnostampelle con cui avanzava spedito per riconoscere Alessandro Zanardi. Prima di salire in auto, Alex si fermò a guardare incuriosito quella strana macchina a tre ruote che stava sul tetto dell’auto di Vittorio. I due incrociarono gli sguardi: dopo un secondo Alex era seduto vicino a Vittorio per farsi raccontare tutto dell’handbike. Un corso accelerato in dieci minuti. Quando si salutarono calorosamente, come due vecchi amici, la moglie chiese a Vittorio perché le aveva nascosto che era così amico di un personaggio famoso come Alex Zanardi. «Amico?» rispose Vittorio, «ma se è la prima volta che lo vedo!». Era il gennaio del 2006.

[…]

Idea handbike

A metà settembre del 2007 Vittorio Podestà ricevette una telefonata. Era Alex Zanardi. Non si sentivano da quel gennaio dell’anno prima. Alex aveva perso il numero di telefono di Vittorio: a rimettere in contatto i due fu Fabrizio Macchi. Fabrizio e Vittorio si conoscevano da tempo e facevano parte della squadra nella nazionale di paraciclismo: nel 2007, ai Mondiali di Bordeaux, Vittorio vinse due ori nell’handbike, nella prova a cronometro e in quella a squadre; Fabrizio conquistò l’argento nella prova di ciclismo a cronometro. […]

Fu Fabrizio a parlare per la prima volta di handbike ad Alex Zanardi, che nel terribile incidente del Lausitzring del settembre del 2001 aveva subito l’amputazione di entrambe le gambe. E Fabrizio consigliò ad Alex, se voleva essere avviato all’handbike, di parlare con la persona giusta: Vittorio Podestà. Dal quel gennaio 2006, da quel casuale “pit stop” all’area di servizio di Bordighera, l’idea di mettersi a guidare quel tecnotriciclo che assomiglia tanto a un kart da far volare a forza di braccia ad Alex non gli era mai uscita di testa. E da quando poi aveva saputo che gli handbikers potevano partecipare alla Maratona di New York aveva deciso: ci voleva provare. Era metà settembre: chiamò Vittorio e glielo annunciò.

Una telefonata e una maratona

Vittorio, quando sentì Alex al telefono, fu felice di averlo ritrovato ma ancora di più della notizia di aver fatto un proselita dell’handbike. «Fantastico Alex, abbiamo più di un anno per prepararci!» gli dice entusiasta. Ma si sentì rispondere: «Vittorio, guarda che non hai capito. Io voglio partecipare alla Maratona di New York di quest’anno, il prossimo 4 novembre…». Mancavano poco più di quaranta giorni e Alex Zanardi non era fino a quel momento mai salito su un handbike. Ma non ci fu verso di dissuaderlo: la sfida era già partita. Oltretutto non era facile trovare una bici adatta alle caratteristiche di Zanardi, ovvero una “bici inginocchiata”. Una delle cose affascinanti dell’handbike e della sua dimensione tecnologica da combinare con quella umana è che ogni mezzo è di necessità strutturalmente diverso dall’altro. Il mezzo handbike, molto di più che una semplice bicicletta per normodotati, è l’esatto complemento meccanico delle potenzialità fisiche dell’atleta disabile: a seconda del tipo di disabilità esistono mezzi diversi e, di conseguenza, categorie diverse. Nelle quattro categorie attualmente riconosciute dalla Federazione Ciclistica Italiana, nelle categorie H3 e H4, differenziate per diverso grado di disabilità, corrono atleti paraplegici o amputati di entrambe le gambe ma con la totale stabilità del tronco; mentre le categorie H1 e H2 sono riservate ad atleti tetraplegici, quadriplegici e paraplegici o con problemi di uso di braccia e mani. Zanardi rientrava nelle categoria H4, non avendo lesioni spinali che inibiscono il controllo dei muscoli del tronco. In pochi giorni, la bici “inginocchiata” arrivò dalla Svizzera. E Alex cominciò ad allenarsi. Un allenamento con una mentalità da pilota che prova il suo mezzo: come se fosse un giro di pista a ogni uscita, sulla distanza dei 42 km, Alex cercava di abbassare il proprio tempo. Dieci allenamenti, uno dietro l’altro. Senza darsi il tempo per recuperare. E non si capacitava di non riuscire a migliorarsi. Vittorio era diventato ormai il suo guru, la sua guida: «Come è possibile – gli diceva – che invece di migliorare giorno per giorno, inverto la direzione delle mie prestazioni?». E Vittorio a spiegargli che non poteva trattare il suo corpo come un motore da Formula 1, che allenarsi voleva dire fare anche attenzione allo scarico atletico, ai tempi di recupero.

«La fortuna di Alex – dice Vittorio – fu che dovette spedire l’handbike a New York una settimana prima. E questo lo costrinse a un riposo forzato, e a recuperare le energie consumate un quel forsennato programma di allenamento.» In queste condizioni, Zanardi, a New York, nella sua prima maratona arrivò quarto, primo degli atleti non professionisti. Il lotto della concorrenza non era eccezionalmente probante, ma quella gara dimostrò a tutti, e ad Alex per primo, due cose: che ce la poteva fare e che correre in handbike era bellissimo. Bellissimo per aver riscoperto l’ebbrezza di un nuovo modo di correre, senza propulsione a motore – e dire che, prima dell’incidente, ad Alex le bici non lo avevano mai fatto impazzire… – ; e bellissimo per aver intuito che quel mezzo poteva diventare davvero suo, mettendoci tutta l’attenzione maniacale da preparatore automobilistico, proprio come quando, nella sua trascorsa carriera di pilota non lasciava mai nulla al caso nella ricerca del miglior assetto di gara tanto da meritarsi, da parte dei meccanici americani con cui lavorava in Formula CART , il nickname di pineapple, in gergo “testone”, proprio per la sua proverbiale meticolosità.

Come in Formula 1

Nei mesi a seguire infatti Zanardi non si accontentò. Trasformò il suo mezzo per ottenere il massimo della performatività dalla struttura, dalla componentistica, dai materiali: in questo è stato incredibilmente aiutato, oltre che dalle sue competenze e dalla sua sensibilità, dal largo credito che continuava a godere presso il mondo dei costruttori e dei meccanici. Ad Alex, quando chiedeva una modifica alle sospensioni, ai freni, alle ruote, non si poteva dire di no: l’innovazione tecnologica da Gran Premio applicata alle tre ruote dell’handbike. Con Vittorio poi il rapporto di fiducia si trasformò presto in vera amicizia. I due passavano ogni giorno ore al telefono, al punto che Vittorio, da buon genovese attento al risparmio, attivò con Alex una tariffa “you&me”, roba quasi da fidanzati. Per un po’ di tempo Vittorio fece anche da preparatore atletico, fino a quando ormai le potenzialità di Alex non furono ormai così evidenti da richiedere l’assistenza di un vero professionista della preparazione atletica come Francesco Chiappero, di Saluzzo.

Al mezzo, invece, Alex continuava a pensare da sé. Spesso prendendo strade non sempre tra le più spedite. Ad esempio, per un certo periodo, Alex si era messo in testa che la propulsione più efficiente fosse la pedalata alternata, che permetteva il movimento asincrono delle braccia. Per ottenere questo si sarebbe dovuto però applicare un sistema sterzante che permettesse di separare il movimento di sterzo dal sistema propulsivo.

Se la propulsione ne traeva beneficio, il problema era tuttavia la stabilità. Dice adesso Alex, ridendoci sopra: «Ho fatto dei voli clamorosi! La mia handbike era più instabile della Lotus 101 di Colin Chapman col doppio telaio! Mi ricordo una volta che mi allenavo alla periferia di Padova, nella zona industriale. Ho preso una curva talmente veloce che mi sono ribaltato. Passava di lì un vecchietto che vedendo la scena, ma non realizzando bene che cosa ci facessi io senza gambe lì per terra e a fianco una strana bicicletta a pezzi, rimase letteralmente atterrito ed esclamò. “Ma si è fatto male sul serio?!?”»

La felicità del lunedì

I tentativi sono stati molti, e non tutti positivi, prima di trovare l’assetto migliore, in funzione dell’ottimizzazione dello sforzo, del recupero dei watt. Questo diceva Alex nel giugno del 2012 a Caldonazzo, dopo aver vinto a mani basse il campionato italiano, praticamente senza rivali e nonostante due forature – per la seconda, addirittura si è fermato e ha chiesto una pompa a uno spettatore lungo il percorso… – : «Nella mia breve storia di corridore paraciclista, per il mio entusiasmo nella ricerca di nuove strade e soluzioni, ho sprecato molto tempo ma ho portato a casa molto, molto di più di altri colleghi che si sono più concentrati sull’allenamento che sul mezzo. Ora non ho più dubbi: ho stretto l’ultimo bullone e sono pronto per Londra. Ma soprattutto mi sono divertito un mondo.»

L’impressione, contagiosa, di Alex Zanardi è proprio quella che davvero si diverta un mondo in tutto quello che fa: vincere le Olimpiadi o presentare Sfide su RaiTre. Ed è questo forse il suo segreto. Quello che gli faceva dire anche, sempre nel giugno 2012: «Le Olimpiadi, più che un traguardo, io le vivo come un passaggio. Certo, la vita è molto bella, molto affascinante quando puoi fissare obiettivi, mirare a grandi orizzonti. Io sono stato fortunato: mi è capitato spesso, prima con l’automobilismo, ora con le Olimpiadi. Però sono convinto di una cosa: se pensi che quello sia la felicità sia lì ad aspettarti al traguardo, al traguardo non ci arrivi, oppure, se ci arrivi, non la trovi. Solo per ambizione non si va lontano. Per fare bene una cosa la si deve amare profondamente: e questo vuol dire che devi provare più piacere il lunedì in allenamento di quando taglierai il traguardo la domenica. Se è vero tutto questo, e io sono convinto che lo sia, la felicità la incontri tutti i giorni, quando sei da solo in allenamento, e pensi agli affari tuoi, e fai chilometri e chilometri.

E ti assicuro che è la felicità più piena, quella più vera. Londra sarà solo la fine di un bel gioco, se non sarò in grado di rilanciare, di cercare un nuovo orizzonte.»

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