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di Silvano Calzini

Anno domini 1950: hanno rubato la maglia gialla. Al raduno di partenza delle tappa lo svizzero Ferdi Kubler, il leader della classifica che poi vincerà il Tour di quell’anno, quando è stato il momento di indossare la maglia gialla non l’ha più trovata. Per qualche minuto si sparge il panico tra gli organizzatori. Allora non era come oggi con decine di maglie già confezionate pronte ogni giorno per i corridori. Poi per fortuna tutto si risolve. Il ladro viene individuato, ha ancora la fiammante maglia gialla addosso e non fa niente per nascondersi. È un tipo buffo, con due occhialoni con la montatura nera che lo fanno assomigliare ad Harold Lloyd, il famoso comico americano del cinema muto. Lo riconoscono subito tutti, un po’ per quegli inconfondibili occhiali, un po’ perché non poteva essere stato che lui ha mettere in piedi una burla del genere. Ma lui chi? Come lui chi? Lui José Beyaert.

José Beyaert

Tutto quello che abbiamo raccontato fino adesso è assolutamente vero, ma l’unica testimonianza rimasta è una vecchia fotografia in bianco e nero, dove si vede Ferdi Kubler che prende per la maglia Beyaert. In mezzo ai due c’è Jean Maréchal, il direttore sportivo di Beyaert, e dietro il giornalista Jean Coussy. Nell’immagine tutti stanno ridendo: gli spettatori intorno che osservano divertiti la scena, Maréchal, Coussy, Kubler con il suo nasone e Beyaert con la sua faccia da gran figlio di buona donna. Definizione quest’ultima quanto mai appropriata per definire un personaggio che ha dell’incredibile.

Nato a Lens nel 1925, Beyaert cresce nella banlieu parigina tra una scazzottata e l’altra. Negli anni della Seconda guerra mondiale si divide tra i primi incontri da pugile e le prime corse, sempre da dilettante. Poi opta per la bicicletta e arrivano le prime vittorie. Nonostante sia insofferente alla disciplina e al gioco di squadra, viene selezionato nella squadra francese che parteciperà alle Olimpiadi del 1948 e lì Beyaert fa il botto. Nella prova su strada, scatta a due chilometri dall’arrivo, resiste al ritorno degli inseguitori e conquista la medaglia d’oro. Nel 1949 passa professionista e vince subito una corsa in linea, il Grand Prix de “L’Echo d’Alger”. È un corridore allergico alle strategie di corsa e alle tattiche; è uno che corre in modo dissennato, quando gli salta il ticchio scatta senza guardare in faccia nessuno. Nel 1950 partecipa sia al Giro d’Italia, che conclude penultimo in classifica, sia al Tour de France, dove si classifica 47°.

olympic gangsterAlla fine del 1951 riceve una lettera da un ex corridore francese trasferitosi in Colombia che lo invita a partecipare all’inaugurazione del nuovo velodromo di Bogotà. Beyaert parte. Dovrebbe restare in Colombia solo qualche settimana, invece ci rimane per 50 anni. Comincia facendo il corridore, poi l’allenatore, si mette negli affari, apre un ristorante, commercia in biciclette, in legname, in diamanti, fa il contrabbandiere di qualsiasi cosa. Lascia la moglie francese che ha fatto venire in Colombia e si fa una nuova famiglia con una ragazza molto più giovane di lui. Insomma, una seconda vita, una terza o chissà quante altre. Ce n’è abbastanza per scrivere un romanzo, o almeno una sua biografia come ha fatto il giornalista Matt Rendell con Olympic Gangster, dove racconta le mille avventure, vere o presunte che siano, di José Beyaert, la quintessenza di quello che i francesi definiscono un “blagueur”. A sentire lui, per un certo periodo avrebbe fatto anche il killer a pagamento. Sarà vero? Quello che è certo è che nel 2000 Beyaert, ormai anziano, lascia per sempre la Colombia e torna in Francia, dove morirà nel 2005.

A proposito, che giorno era quello in cui Beyaert rubò la maglia gialla? Interrogato al proposito, lui ha sempre detto che era la tappa di Montpellier, ma si da il caso che il Tour del 1950 non sia mai passato da Montpellier. La maggior parte dei testimoni non ci sono più o sono troppo anziani per ricordare, per cui anche su questo episodio della sua vita aleggia l’ala del mistero. È un po’ il destino dei “blagueur”, che a forza di raccontare storie mirabolanti finiscono per non essere più creduti. Pensate che ancora oggi gli annali del ciclismo riportano che José Beyaert non ha mai indossato la maglia gialla al Tour, e invece quella fotografia dimostra che non è vero.

 

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