di Gino Cervi, illustazione di Sandro Ruiti

Partirono tutti insieme da Marsiglia il 13 luglio 1967 e fu nelle prime ore del pomeriggio che videro il mostro. Calvo e scabro era il Ventoux: la sua strada una biscia nera tra il pietrisco. Là davanti due erano in fuga, ma nel gruppo a nessuno sembrava interessare. Meglio sbuffare in compagnia che farsi squartare dal caldo soli sull’asfalto.

Tommy correva dentro la sua maglia a scacchi bianca e nera; lo videro uscire dal gruppo. Qualcuno urlò ‘Dove vai?’; lui non rispose: dieci, venti, cento metri. Sulla faccia magra e gentile, nello sguardo azzurro e pieno di stupore qualcosa di strano, di definitivo. La luce del meriggio accecava gli occhi, il cielo era teso come una vela gonfia di mistral.

Tommy conosceva la sofferenza, il limite entro il quale un ciclista deve sapersi fermare. Nel ’66, sul Galibier, aveva attaccato subito; poi, come spesso accade, al grande sforzo seguì la stanchezza, una formidabile cotta che gli fece mettere il piede a terra. Ma questa volta Tommy sembrava non dare ascolto al suo corpo. I due davanti erano ormai irraggiungibili, eppure si ostinava a pedalare, faticosamente, lungo l’erta sempre più ripida, più assolata. Mancava poco più di un km dalla cima, quando cominciò a zigzagare: un ubriaco riverso sul manubrio. Cadde. Qualcuno accorse, lo rimise in sella. Riprese a spingere sui pedali, ma cadde una seconda volta, l’ultima. Il volto terreo, senza respiro. Il meccanico, disperato, che gli soffiava nella bocca. L’ambulanza che arrivava: maschera a ossigeno e massaggio cardiaco. Poi l’elicottero, in volo verso l’ospedale di Avignone. Sulla strada una bicicletta, il cappellino, la maglia a scacchi strappata nell’estremo tentativo di aprirgli il respiro.

La sera prima Tommy, disteso sul letto della stanza di albergo, aveva letto per caso di un poeta famoso che, sei secoli fa, aveva scalato a piedi l’«alto monte di questa regione, che non a torto chiamano Ventoso».

Messer Francesco Petrarca si era incamminato all’alba del 26 aprile 1336 da Malaucène, sull’altro versante della montagna. In compagnia di amici, attaccò baldanzoso la salita, ma ben presto il fiato si fece grosso e le gambe pesanti. Il fratello, Gherardo, tagliava il sentiero per il crinale più ripido e con grandi gesti lo invitava, lassù, sempre più lontano, a seguirlo. Francesco pigramente indugiava cercando una via più agevole per raggiungere la cima. Ma il cammino solo apparentemente più facile diveniva sempre più lungo e l’inutile fatica lo riempiva di delusione e stanchezza. Di agile gli restava solo il pensiero, che continuava la fuga dalle cose materiali a quelle incorporee.

Lo sguardo intorno toccava i monti di Lione, e a sinistra il mare di Provenza e quello che bagna Aigues Mortes, lontani alcuni giorni di cammino; il Rodano sembrava scorrere lì sotto. La mano corse al libricino che portava sempre con se: Le confessioni di sant’Agostino. Aprì a caso una pagina e le prime parole che lesse furono: «E gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti e i grandi flutti del mare e le vaste correnti dei fiumi e l’immensità dell’oceano e il corso delle stelle: e di se stessi non prendono cura».

13 luglio 2003. A poche centinaia di metri dalla vetta del Ventoux, tra un cappellino e una borraccia, un tubolare e una maglietta posati ai piedi del monumento di pietra grigia dedicato a Tommy Simpson, caduto sulle strade del Tour in un pomeriggio di luglio, ho visto una pagina strappata dal libro di Agostino.

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