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«Ti si raffredda il naso, sai»

Il ragazzino si voltò di scatto, con gli occhi di un ladro di marmellata scoperto sul più bello, e mi guardò. Stava tanto appiccicato alla vetrina che faceva la nuvoletta con l’alito. Immobile e incantato. Per colpa mia si sentiva come alla fine di un piccolo sogno ad occhi aperti. Decisi, allora, di stare al gioco per non interromperglielo.

«Quale ti piace?» gli domandai.

Lui non disse nulla, ma tornò a guardarla: me la indicò, lasciando una ditata sul vetro.

«Quella rossa?»

Egli annuì.

«Con le gomme sottili sottili?»

Annuì di nuovo.

«A Gabriéeee! Accenaèpronnt!» un urlo di donna isterica attraversò la piazza, lanciato da un balcone che dava su un cortile affacciato sulla piazza.

Il ragazzino sbuffò e corsa via. Mentre rientrava verso casa, feci in tempo a dirgli: «Allora ti chiami Gabriele?»

E lui, in corsa, «sì e tu?»

«Gimmy, chiamami Gimmy!»

Sulla piazza si spandevano odore di pesce fritto e una voce dalla tivù che diceva «l’accendiamo?» su sottofondo di una musica da film thriller.

Seduto su una panchina, mi godevo quella serata con un cono gelato ai gusti pistacchio e stracciatella, con la bici appoggiata al muro: lo facevo tutte le sere, come antistress, come antidoto per l’alienazione della vita da pendolare. Pedalata con gelato premio: me l’aveva consigliata un medico, una volta, quando mi ero precipitato al pronto soccorso convinto che stavo per morire di lì a pochi minuti, per infarto. Il dottore mi aveva guardato in faccia e aveva sospirato, quasi scocciato della mia presenza che aveva valutato una gran rottura di scatole: «Lei non morirà stasera, ne sono certo. Quello che lei sente lì nel petto è ansia. Solo ansia. Le consiglio due cose: la prima, appena si dovesse sentire mancare il respiro, è di respirare in un sacchetto di carta. La seconda…»

«La seconda? Dica, dica, dica» avevo risposto in preda al panico.

«Si trovi uno sfogo, un momento tutto per sé. Magari lo sport, torni a fare sport. Dalla pancetta che ha messo su, si direbbe che non ne fa da un po’, di sport»

Scegliere un momento tutto per me, era un’occasione che non volevo più sprecare. E la bici, l’antica passione, era un tassello di un mosaico che volevo ricomporre, un ritorno al vecchio mondo che avevo lasciato sbiadire quando l’università mi aveva portato con i piedi e la testa in altre scarpe e in altri pensieri, quando Milano aveva preso il sopravvento nelle mie giornate.

Il momento tutto per me era diventato un rito delle piccole cose: intanto avevo deciso di tornare a pedalare lungo la riva del lago, esercitandomi a respirare lentamente, cercando di assorbire il più possibile l’energia positiva che emana la mia terra, mentre il sole calava dietro le montagne del Piemonte. E il traguardo era quasi sempre lì, su quella panchina con un bel gelato, in una piazza in pavé, con i contorni disegnati da una chiesa, un cortile, quello nel quale abitava Gabrié, vecchi palazzi con balconi fioriti e la bottega di un ciclista, con la vetrina piena zeppa di bici e accessori colorati. Dentro, oltre la vetrina s’intravvedeva anche una vecchia officina, con un grosso banco di lavoro tutto in legno, sporca di grasso e polvere, ma che trasudava vita, anzi migliaia di vite che in tanti anni erano passate di lì.

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In quella bottega ci andava già mio padre, da ragazzo, e mi aveva raccontato di un meccanico dalla pancia tonda e le mani da pianista, agili e veloci anche se sporche di grasso e spelacchiate e callose per gli sforzi, e una gran voglia di chiacchierare, discutere, dialogare. Riusciva a lavorare e, al tempo stesso, a tenere viva la conversazione con chiunque, soprattutto quando si tiravano in ballo Fausto Coppi e Gino Bartali.  Dopo la guerra erano in pochi, in paese, a potersi permettere una bicicletta; mio padre l’aveva sognata fino al primo stipendio, a 17 anni, dopo le scuole professionali. E fino a quel giorno aveva trascorso ore sempre lì, davanti alla bottega a bocca aperta davanti a una Legnano da ragazzo, di color gialloverde, con il manubrio alla francese, piegato leggermente all’ingù, e una trombetta ad aria sul manubrio, al posto del campanello. Quando il meccanico lo vedeva lì fuori, in adorazione, lo invitava a entrare: «Vieni, te la faccio toccare, ma sta attento a non farla cadere dal trespolo». Mio padre aspettava soltanto quel permesso, un privilegio che non era mai toccato a nessuno tra i suoi compagni di scuola.

La bottega del ciclista era anche un circolo di perditempo e affabulatori. Tutta gente che non aveva soldi per andare al bar e allora si fermava lì all’officina, a raccontar balle e a litigare. Nel frattempo, il meccanico lavorava su un po’ di tutto: si professava ciclista, ma per campare si era adattato a riparare tutto quel che gli capitava in bottega, dai carretti del latte alle macchine per cucire.

5webDa tempo, al vecchio meccanico era succeduto il figlio che pareva la sua copia fedele, anche se con meno pancia: mentre ero ancora lì con il mio gelato, uscì con un’asta metallica e tirò giù la serranda davanti alla vetrina. Un’altra giornata lavorata finiva, mentre le rondini garrivano nel cielo e sembravano rincorrersi lì sopra, attorno, al campanile.

Rividi il piccolo Gabriele due giorni dopo ed eravamo già amici: «Ce l’hai il contachilometri?» erano state le prime parole che m rivolse il ragazzino, mentre faceva rimbalzare un pallone, sul pavé della piazza.

«Certo che ce l’ho» e glielo indicai, sulla mia bicicletta, appoggiata alla panchina.

«E allora quanto riesci a fare nella discesa che porta giù al lago? Un mio amico ci è andato a 53 all’ora»

«E tu ce l’hai il contachilometri?»

«No, non ho nemmeno la bici. Quando ero piccolo ne avevo una che mi aveva prestato mio cugino Toto, ma non gliel’ho mai ridata perché me l’hanno rubata. Mia mamma s’incazzò, sai. Ha detto che ora me la sogno»

E il suo sogno era una bicicletta da corsa, con il manubrio curvo, il sellino nero e il telaio rosso fiammante.

Gli altri episodi:

Episodio 3

Episodio 2

Episodio 1

Introduzione

3 Responses

  1. Avatar
    Lorenzo Franzetti

    No, semplicemente un romanzo a puntate. A disposizione gratuita anche per i commenti di qualche patetico opinionista che sceglie di rimanere anonimo.

    Rispondi

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