di Roberto Peia*, foto di Dario Malaterra e Simone Regio

Ed eccomi qui dopo un po’ di anni torno a pedalare, finalmente, sui Monti Pallidi. Quest’anno però c’è una grossa novità: ci torno come “normale cittadino” e non , come per ben cinque volte in passato, con tutti i privilegi della casta giornalistica.

Ebbene sì, in passato ho usufruito, nell’ordine, di: iscrizione gratuita, alberghi sontuosi, cene meravigliose, gadgets vari e, privilegio dei privilegi, partenza in griglia uno!

All’edizione 2013 invece ci arrivo in modo fortuito ed inaspettato: alcuni ragazzi che lavorano con me come corrieri fanno parte della mitica, sgarruppata, toccante, indomita Squadra Corse Fulgenzio Tacconi. Che quest’anno miracolosamente è stata sorteggiata! Però uno dei ragazzi già sapeva che il 30 giugno 2013 non sarebbe stato in Italia e così alcuni “Fulgenzi” mi hanno chiesto se mi sarebbe interessato prendere il suo posto.

Chiesto il permesso alla consorte, rispondo subito di sì, ed espletate velocemente dal segretario generale della Fulgenzio tutte le procedure burocratiche (in primis, il cambio di pettorale) mi ritrovo socio onorario e subito travolto dalla loro macchina organizzativa (dove organizzativa deve leggersi disorganizzativa) che inizia a manifestarsi attraverso un bombardamento di mail e notifiche facebookkiane.

Del tipo: “ Allora: tre in macchina, quattro sul camper di Iamo, quattro su quello di Simo”; “ No, il camper di Iamo è rotto!”; “’Azz, allora serve un’altra macchina”; “ La mia serve a mia sorella che si sposa”; “Contrordine, Fabrizio e Bugs vanno da soli, con la tenda”; “Dario cerca un posto per dormire la sera prima perché lavora fino alle tre di notte”; “Io non me lo prendo, altrimenti partiamo che la Maratona è già finita “ ecc ecc.

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Per farla breve mi ritrovo all’alba di sabato insieme a Dario – che nessuno ha ospitato ed è riuscito a dormire un’ora non si sa dove – lungo la via Emilia dove veniamo raccattati da un pulmino Volkswagen, modello Freak Brothers (probabilmente dell’era Freak Brothers) che raggiunge, con vento a favore, la folle velocità di 70 km/h, che – per fortuna – ci porterà in quel di Piacenza dove dei loro splendidi amici ci presteranno un nuovissimo camper con il quale raggiungeremo l’Alta Badia.

Trasbordiamo le nostre quattro bici, i nostri bagagli, gli zaini, i caschi , le vettovaglie sul camper che, rimasto posteggiato non si sa da quanto sotto una pianta di ailanto in fiore, è ricoperto di rami secchi, foglie, polline il tutto ben bene incrostato. L’interno del camper è perfetto, il motore va benissimo e i freni sono stati appena rifatti (in realtà, scopriamo subito, che non frena una cippa).

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Ma l’entusiasmo è a mille e si parte. Dario si addormenta subito sul pavimento tra una Colnago ed una Trek. Iamo inizia a dire che ha fame, la musica ci sprona. Qualche cambio guida e si arriva a San Leonardo per ritirare pettorali e pacco gara e ricongiungersi con gli altri della squadra. Solito giro tra stand, strudel e birra e poi dritti al campeggio dove gli altri hanno montato le tende. Riscarichiamo le bici per approntare la cucina e mi ritrovo ai fornelli a preparare pasta e sugo per 12?13?14? persone , boh… non so neanche quanti sono e soprattutto: “Ma quanto mangiano?!?”

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Intanto con il buio inizia a calare anche un bel freddino. E così si ci si dà il cambio per stare un po’ al caldo nel camper. Alla fine ci si saluta dandosi appuntamento per l’indomani mattina in griglia.

Noi rimontiamo le bici sul camper: e qui va detto che, siccome le biciclette dai nostri eroi vengono idolatrate e curate e tenute in palmo di mano molto più delle loro fidanzate, questa operazione, che abbiamo già fatto e che faremo ancora chissà quante volte, non è tra le più semplice e veloci.

Partiamo verso La Villa, con l’intenzione di trovare un posto il più vicino possibile alla nostra partenza, il che vista l’alta presenza di camperisti, il buio, la poca conoscenza del luogo ci porta via un po’ di tempo. Finalmente troviamo un posto adatto, riscarichiamo le bici, allestiamo i giacigli, rismontiamo e ricarichiamo tre bici (iniziate a contare quante volte si celebra il rito) . Solo io mi azzardo a legare fuori la mia Losa, sfidando la nomea che alla Maratona ne fottono sempre una gran quantità.

Io mi addormento a fatica e dormo da cane, anche perché il camper non è proprio in bolla, tendo a cadere dal letto che divido con Dario, che invece crolla subito tra le braccia di Morfeo (e sarà per quello che durante la notte mi tira un paio di “bracciate” in faccia?)

La sveglia è drammatica: innanzitutto un freddo canaglia: per fortuna ho portato sia i manicotti di lana che quelli wind stop: me li metto entrambi e non li toglierò per tutta la gara così come i gambali; per fortuna tra i gadget degli espositori c’è uno scaldacollo; per fortuna ho portato i guanti invernali oltre ai guantini.

I miei tre coinquilini riscaricano le bici e le rimontano. Non riusciamo neanche a fare bene colazione perché arrivano quelli che hanno dormito in tenda e ci mollano maglioni, cappelli e tutto quello che li ha un po’ protetti dal gelo nel primi 8 chilometri dal campeggio a noi.

Poi si va in griglia: e qui, con una temperatura polare, mi rendo conto cosa voglia dire partire con i peones… e per fortuna siamo proprio gli ultimi, quindi l’attesa non è poi così lunga, anche se basta a rendere ancora più rigide le mie veterane ginocchia.

Ho già dichiarato che farò il corto: la settimana prima avevo fatto la prima uscita con salite. Avevo affrontato, senza alcun allenamento specifico, i tornanti della val Mara: 130 chilometri e con qualche pendenza intorno al 20 per cento che mi avevano prostrato. E poi non ho niente da dimostrare, nessuna ansia di prestazione: ho già fatto sia il medio che il lungo più volte, quindi i lazzi dei miei compagni d’avventura manco mi scalfiscono.

peia14Finalmente si parte: i più giovani fulgenzi iniziano a superare altri concorrenti. Io me la prendo comoda col mio passo bradipesco. Dopo pochi chilometri raggiungo Dario che, non riuscendo a resistere al suo animo samaritan/meccanico si è fermato a riparare il cambio di un norvegese?, svedese? finlandese? ( dal nome sul pettorale si capisce solo che arriva da quelle parti lassù) E così, forse per farmi da gregario, me lo trovo accanto per tutto il percorso, con Iamo che meccanico lo è davvero e che anche lui si è fermato a prestare soccorso al ciclista vichingo.

Solo che loro la prendono con un misto di goliardia e fanciullezza: si fermano a raccogliere mazzi di fiori che poi offrono alle ragazze; a raccogliere guanti e quant’altro viene perso o gettato dalle migliaia di ciclisti che ci stanno davanti; fanno gare di impennate e, sul Pordoi , addirittura anche anche a palle di neve!!! Beh, devo ammettere che questa Maratona è stata molto divertente!

E poi che altro aggiungere: il posto è tra i più belli al mondo; la solita perfetta macchina organizzatrice; i volontari, commoventi, sia nell’accoglienza ai ristori che nel raccattare i rifiuti che ancora troppi lasciano per terra, (ma quando la capiranno che – parafrasando una delle massime della Fulgenzio Tacconi – non saranno quei pochi grammi in meno addosso a farli andare più lenti!).

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Alla fine ci ritroviamo tutti al pasta party: c’è chi ha fatto il medio, chi ha fatto il lungo (scopro che Simone aveva lasciato a casa le scarpette e che l’ha fatto tutto con le All Star!!!) ed iniziano i racconti che ci accompagneranno per il viaggio che dai Monti pallidi ci porterà alle nostre dimore… e vi risparmio l’ennesimo smonta e rimonta le bici…

* Roberto Peia, milanese, giornalista, fondatore degli Urban Bike Messenger, ha scritto per edicicloeditore il libro Tutta mia la città. Diario di un bike messenger.

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Una risposta

  1. Avatar
    Matteo

    Bellissimo articolo, bravo Roberto!
    La maratona oltre ad una grande organizzazione è sopratutto questo: PASSIONE… e i Fulgenzi (tutti un po’ pazzi e squattrinati) ne hanno da vendere!!!

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