Kevin Reza dalla Guadalupa al Tour de France

Kevin Reza dalla Guadalupa al Tour de France

Television_remote_controlDi Albano Marcarini

Primi tre giorni di Tour: cento edizioni dell’evento ciclistico più popolare al mondo. L’occasione merita l’intervista al direttore di cycle!, la miglior voce

Direttore, cento anni di Tour, cosa vogliono dire?
Vogliono dire tanto. Spegnere con un soffio cento candeline vuol dire far passare un alito d’aria sulla storia e sulla memoria del ciclismo. Penso poi che questo centenario sia arrivato al momento giusto. Il Tour de France, come del resto il Giro del Rwanda, sta cercando una rinascita dopo i ben noti fatti degli anni passati.
Si riferisce alla decisione di togliere i sette primati di Armstrong?
Non non mi riferisco al grande Louis e neppure all’astronauta. Dico solo che negli ultimi tempi il Tour mi era andato un po’ a noia: prima i Pirenei, poi le Alpi, oppure il contrario… sempre le stesse salite, sempre l’arrivo ai Campi Elisi. Insomma tutto prevedibile. Già la Corsica quest’anno è una bella novità.
Appunto la Corsica come partenza. Cosa ne pensa?
Mah, è difficile dire… La Corsica è un’isola e come tutte le isole è un po’ isolata. Per cui tutte le novità sono prese un po’ come meraviglie. La bicicletta non è molto diffusa su quelle strade e poi, si sa, lì non si sgarra. Uno sgarbo si paga ancora con la ‘vendetta’, coltello alla mano. Già nelle prime tappe, gli imprevisti non sono mancati: e le insidie per alcuni corridori non mancheranno nemmeno nei prossimi giorni, con Tour in Costa Azzurra.
In che modo il direttore di una rivista di ciclismo, prestigiosa come la sua, seguirà il Tour?
Bé, tranquillamente in poltrona e in pantofole, davanti alla tv!
Ma come, lei che, come molti suoi colleghi, potrebbe essere accreditato e vivere da vicino, dal vivo, la corsa?
Ha ragione, ma sono fondamentalmente pigro e non amo la ressa. In ogni caso sono stato invitato, questo sì. Nella carovana pubblicitaria c’è un mio omonimo belga che vende magliette e cappellini ai tifosi. Mi ha invitato sul suo furgone e penso che qualche tappa, per entrare nello spirito vero della corsa la seguirò da lì.
E quali sono i suoi favoriti?
Non ho un favorito in particolare. Mi pare una gara che si gioca sugli equilibri e tutto potrebbe succedere. Ho una certa predilezione per il numero 57 dell’Europcar. Si chiama Kevin Reza. Giovane, ha 25 anni, della Guadalupa, ma cresciuto sulle strade della periferia parigina. Un atleta solido (alto 1,87 m) che potrebbe dare delle sorprese. E poi punto molto su Gorka Izagirre, dell’Euskaltel-Euskadi, fratello maggiore del più noto Jon Izagirre. È al Tour senza un ruolo preciso nella squadra, anzi non si sa bene perché sia al Tour, forse solo proprio per una questione di parentela. Ma penso che se la giocherà benissimo. È un corridore completo. Infine il numero 219, Alexis Vuillermoz, non solo perché è l’ultimo iscritto ma perché viene dritto dritto dalla mountainbike, tanto che si è presentato con quella a Porto Vecchio. E si sa che quelli che vengono dalla mountainbike…
E gli italiani?
Oh bé, certo. Felice Gimondi è sempre una garanzia, con la sua bella esperienza. Ma è un po’ avanti con l’età e non so se riuscirà a reggere le ‘famose’ tre settimane.
Cosa avete programmato, come testata giornalistica, per il Tour?
Abbiamo pensato a una nuova strategia di comunicazione in tempo reale. Abbiamo assoldato una banda di ragazzini che andranno a scrivere ‘cycle!’ sull’asfalto delle strade del Tour. 
Direttore, cosa augura al Tour degli anni a venire? 
Bè… certamente sempre cose nuove. Una partenza dalla Cayenna, per esempio, mi sembra un’idea. Oppure una tappa solo in discesa, molto spettacolare. O anche una su una sola ruota, anche se conosco già il vincitore… Ma soprattutto mi piacerebbe che il Tour, come le Piramidi d’Egitto o il Taj Mahal o la Grande Muraglia, venisse inserito nel ‘patrimonio dell’umanità’. Perché no?
Già, perché no! Grazie direttore.

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