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Marino Basso vince il Mondiale 1972, in volata a Gap

Correva l’anno 1972, l’economia non girava più come prima e il sessantotto aveva lasciato in noi tanta confusione, incertezza, rabbia e una voglia non ben definita di riordino. Siamo pure agli inizi degli anni di piombo, periodo difficile, decennio drammatico per non dire tragico. E anche violento. Anche gli Oscar di quell’anno sembrano rispecchiare un clima non tra i più sereni: miglior film a “Il braccio violento della legge” che prevaleva su “Arancia meccanica”.

Monaco 72Rabbia e follia e il gesto di un folle, sempre nel 1972, deturpò a martellate la Pietà di Michelangelo. E poi ci furono le Olimpiadi, quelle di Monaco di Baviera, quelle macchiate col sangue del terrorismo. E per non farci mancare nulla, in Italia, la mafia è protagonista in molte “salse”: a Roma viene presentato il film “Il Padrino” e in Brasile viene arrestato il boss Tommaso Buscetta.

Un anno particolare, dunque, duro. Io ero un ragazzino e ricordo che c’era nella gente voglia di emozioni e di storie belle. Sempre in quell’anno, in una domenica d’estate (era il 6 agosto) io scoprii che in Francia c’era una città che si chiamava Gap. Grazie alla tivù e al campionato del mondo su strada. Per il ciclismo era una stagione decisamente monocolore, ovvero, quasi tutta nel nome di Eddy Merckx: il belga aveva vinto La Milano-Sanremo, il Giro d’Italia e il suo quarto Tour de France.

Il PadrinoA Gap si correva il Mondiale, quell’estate. Un circuito soporifero, quasi, per una domenica davanti alla tivù: ma all’ultimo giro, sette corridori andarono in fuga.  Ricordo in nomi di quel finale di gara: Cyrille Guimard illudeva i francesi, ma con lui c’erano Marino Basso, Michele Dancelli, Leiff Mortensen, Franco Bitossi, Joop Zoetemelk e naturalmente lui, sua maestà Eddy Merckx. A quattro chilometri dall’arrivo, Guymard tentò un attacco. Bitossi lo seguì, quasi a stopparlo. Guymard, però, insiste e i due se ne vanno. A un chilometro e trecento metri dalla fine, il francese rallentò sfinito: Bitossi, allora, giocò la sua carta, con una progressione fantastica. Bitossi era solo ormai in vista del traguardo.  Si sentiva forte, Bitossi, perché non si era spremuto in fuga, rimanendo passivo dietro a Guimard: e alle sue spalle, tatticamente, sembrava tutto a suo favore. Merckx era amico di Guimard e non avrebbe chiuso lui sulla fuga,Basso e Dancelli erano suoi compagni di Nazionale e forse solo Zoetemelk e Mortensen avrebbero potuto tentare l’inseguimento.  Questo, secondo i ragionamenti di Bitossi, confidati dopo la corsa.

La città di Gap oggi

La città di Gap oggi

E invece non andò così: Merckx non rimase a guardare e a 500 metri dal traguardo tentò di andarsene e di riprendere Bitossi che era poco più avanti. Mancavano 300 metri, il traguardo era vicinissimo, ma per Bitossi sembrava irraggiungibile: continuava a voltarsi, era come piantato, pedalava a fatica, cercava di spingere la bici con movimenti di spalle. E io ricordo quella domenica con le grida di De Zan, il telecronista, che continuava a ripetere il nome di Bitossi. “Bitossi, Bitossi, Bitossi!”

Fino a pochi metri dal traguardo, quando lo sentii pronunciare un altro nome: Basso. Non più Bitossi, De Zan ora gridava Basso, che come un fulmine aveva superato il suo connazionale. A pochi centimetri dal traguardo.

Bitossi piangeva, sconfitto. Ricordo le immagini e le grida del telecronista. Bitossi era nel pieno di una crisi di nervi: si sentiva tradito da tutti, mentre Marino Basso veniva festeggiato. Bitossi si sentiva solo. Ma non era così: perché davanti alla tivù c’era un’Italia a bocca aperta che proprio quel nome, Bitossi, non se lo dimenticò più.

Franco Bitossi

Franco Bitossi

Come accadde a casa mia: De Zan che urlava sempre più forte con mio padre un po’ agitato in poltrona. De Zan urlava sempre più forte, ma io guardavo mio padre. E quando Basso lo superò, lo vidi scivolare sempre più indietro sulla sedia, muto, con gli occhi spalancati e le mani alla testa. Ricordo che io ero confuso  e avevo la sensazione che, forse non me ne ero accorto, stesse accadendo qualcosa di drammatico. Per fortuna, niente di grave, mio padre stava bene. Io a sei anni avevo le idee confuse, però. Certo quel piccolo nome, Gap, non me lo scordai mai più.

E anche Bitossi divenne un nome indimenticabile: a volte il destino prende strade impensabili. Bitossi vinse 171 corse, ma di lui gli italiani ricordano soprattutto quella domenica, ovvero una sconfitta pazzesca. Un giorno incredibile, straordinario anche per un bambino davanti alla tivù: che, di fronte a suo padre bianco in volto e ammutolito, capì anche la forza delle emozioni. Emozioni uniche. Vinse Basso, ma il ciclismo regalò fama e popolarità allo sconfitto. Merito delle emozioni e dell’umanità del ciclismo. Due elementi fondamentali rendere indimenticabile uno sport, anche agli occhi di un  bambino, a distanza di quarant’anni.

2 Responses

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    Rob

    Che emozione quando l’ho incontrato alla Polverosa del 2012! Anche se non ero neppure nato ai tempi di Gap, il nome di Bitossi mi è famoso e triste e affascinante… “se non ho Bitossi non gioco”, diceva il protagonista di un film, alle prese con le biglie dei corridori

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  2. Avatar
    kalz

    Quella di Bitossi a Gap è nell’Olimpo delle sconfitte dello sport. Per restare al ciclismno, al pari di quella di Van Looy a Ronse nel 1963. Per andare ad altri sport, la sconfitta del Brasile ai Mondiali del ’50 contro l’Uruguay o nel basket quella degli USA alle Olimpiadi di Monaco contro l’Urss.

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