Foto BrakeThroughMedia

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Il Tour tiene banco. L’estate cycle! è sì fatta anche per andare alla scoperta di nuove strade ciclistiche o per guardare città e meraviglie pedalando in bicicletta. Tuttavia, il fatto che fa discutere maggiormente è la corsa francese. O meglio, la corsa globale, se consideriamo che ora è dominato da Chris Froome, il primo africano che potrebbe vincere il Tour.

Fa discutere il Tour, fa discutere Froome perché sulla prima salita vera, ovvero verso il traguardo di Aix-3-Domaines, il mingherlino capitano del team Sky ha letteralmente seminato gli avversari, con una facilità quasi imbarazzante. I vari Contador, Schleck, Evans, ovvero i giganti delle edizioni passate, sembravano cicloamatori al cospetto del  keniano trasferitosi in Sudafrica e ora naturalizzato britannico.

I “maniaci” dei numeri si sono divertiti a prendere le misure a Froome e, tanto per dare un idea, sull’ultima salita di Aix-3-Domaines, avrebbe spinto sui pedali a una media di 422 watt, quasi una moto, ma comunque una potenza inferiore a quella che faceva registrare Contador negli anni in cui era più forte. Ora, il valore di questi numeri è relativo perché, di fatto, solo il corridore con il suo computer in bici ha il dato vero. I dati usciti sui giornali sono stime, cifre che potrebbero anche rivelarsi non corrette. Tuttavia, quel che fa discutere è quello stile, quella cadenza di pedalata, quel dominio assoluto. Insomma, quell’immagine del corridore “robot” che fa girare i pedali a tutta velocità, che tanto ricorda altre scene di corridori del passato finiti ora in disgrazia a causa di scandali e doping.

E al traguardo, seppur felice per la sua impresa, Froome ha colto la diffidenza di molti e ha dato la sua risposta: «Se vi potete fidare? 100% sicuro». Ovviamente non basta per farci stare più tranquilli. La storia recente ha insegnato che i miracoli nel ciclismo raramente sono possibili. Froome giura che non è un miracolo, giura come hanno fatto tutti.  Per ora parlano i fatti e il suo palmarés che fino al settembre 2011 era praticamente vuoto (è professionista dal 2007): poi tutto è cominciato con una vittoria di tappa alla Vuelta e un secondo posto in classifica generale. Poi il silenzio, fino alla vittoria successiva,  in una tappa al Tour 2012 dominato assieme a Wiggins. Il 2013, invece, è il presente, in cui ha decisamente una marcia in più.

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Al bar sport, e non solo, si diffida oggi più che mai dei trionfi facili: Froome, però, ribatte in sala stampa e assicura che non c’è niente di facile e che la sua forza attuale è frutto di tanta fatica. Onore a Froome, dunque, fino a prova contraria. Per il bene del ciclismo e di chi ama questo sport, tuttavia, un consiglio glielo darei: trasparenza. Che non vuol dire, come già fa, pelare le albicocche per non aumentare di peso. Trasparenza vuol dire mostrare al mondo che un ciclista che vince non può avere segreti, perché l’unico segreto è nelle sue doti.

Questo ventennio funesto e macchiato dal ciclismo dopato ha alimentato (e con il senno di poi si capisce perché) la leggenda dei grandi metodi di allenamento, il mistero del “tanto lavoro in inverno”, come spesso si è detto. Attorno alla preparazione dei corridori vincenti in modo sorprendente c’è sempre stato un clima da grandi segreti. Ma davvero il ciclismo è una scienza occulta? Facendo inorridire gli allenatori e i maestri in fisiologia, io semplifico all’estremo: il ciclismo dal punto di vista scientifico, da sempre e per sempre, sarà una questione di peso/potenza.

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Un ciclista che vince pulito non dovrebbe aver niente da nascondere perché l’unico segreto è nella sua dote, nel suo estro umano. Certi preparatori/stregoni che, questo sì che è assurdo, sono diventati grandi miti del passato e del presente, avevano qualcosa da nascondere e facevano del mistero la loro forza: e si è capito perché. Il mio consiglio a Froome, dunque, è di non nascondere nulla: l’allenamento di un ciclista non può avere formule magiche o chissà quali segreti. Con questo non voglio sminuire il ruolo degli allenatori e dei preparatori, quelli onesti. Anzi, è un invito a spiegare in modo inequivocabile che i miracoli non esistono, ma tutto ha una spiegazione credibile.

Quando ai tempi del Barcellona, Ronaldinho dominava a tutto campo, non aveva senso spiegare a parole come faceva a mettere all’incrocio una punizione da trenta metri. Certo, sarebbe stato più tranquillizzante e trasparente se avesse spiegato come riusciva a correre e a battere il suo difensore sempre e costantemente, per novanta minuti, come fosse Carl Lewis.

Daniel Martin, vincitore della seconda tappa pirenaica

Daniel Martin, vincitore della seconda tappa pirenaica (Foto BrakeThroughMedia)

Il Tour ha superato i Pirenei sollevando domande su Froome, dunque: il suo dominio, tuttavia, è qualcosa almeno all’apparenza, di diverso rispetto a quelli di certi fantasmi del passato. Intanto, al sua squadra, la corazzata Sky è in ginocchio: perché dopo l’exploit nella prima tappa di montagna, al secondo giorno sui Pirenei, si è sgretolata completamente. Con addirittura un corridore finito fuori tempo massimo (Kiriyenka). Insomma, le prestazioni super ci stanno, ma nemmeno loro sono extraterrestri. E con Froome, la maglia gialla, quasi isolata, la battaglia sulle Alpi è tutt’altro che scontata. Buon divertimento, allora, ma mister Froome, “no secret, please!”

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