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Di Marco Briata

A prescindere da quello ci diranno in futuro i laboratori sul doping, resta il fatto che Froome ha stravinto il centesimo Tour de France. Con uno stile sicuramente sgraziato, scomposto, ma anche con una superiorità evidente e indiscussa. E allora mi piace provare a capire il significato di questo successo e quello che può rappresentare per il ciclismo. Perché Froome ha aperto un mondo nuovo, non so se migliore, ma sicuramente diverso. Ma di chi è figlio Froome? A quale grande campione del passato assomiglia?

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Tutti i grandi campioni erano prima di tutto corridori, nascevano dalla pancia del Gruppo, dalla sua storia, fatta di facce, comportamenti, abitudini, storie di fatti e parole.

Ci sono sempre stati campioni più grintosi, combattenti, cagnacci (Bartali, Hinault, Magni, Chiappucci), altri più calcolatori, regolari, serafici (Anquetil, Indurain, Bugno, Moser), altri istintivi e rapaci (Saronni, Bettini, Amstrong) ancora fuori serie come Coppi, Merckx. Ma tutti nascevano da lì, dal gruppo. E di quel gruppo e delle sue strategie facevano parte. I primi americani o gli australiani (Lemond, Amstrong, Evans) hanno dovuto fare una lunga gavetta per apprendere e digerire la corsa e le sue dinamiche, il gruppo e le sue cattiverie.

Il loro problema non era la forza fisica, ma come scatenarla in corse difficile da addomesticare, su un gruppo spesso troppo furbo. Amstrong era molto più potente e forte di Argentin, ma il nostro Argentin lo aveva quasi confinato ai bordi delle corse grazie al suo carisma e alla sua capacità di reggere le sorti del plotone.

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Froome invece no. Froome è il primo campione che potrebbe correre le stesse gare anche da solo. Nel bene e nel male lui non nasce dal Gruppo, non è un tattico, non segue troppo le strategie. La squadra c’è e conta ma solo in quanto parte del suo disegno teso a fare un certo numero di watt in un certo momento del percorso. La squadra non serve più per allungare, andare a chiudere, rinforzare il ritmo, ma solo perché in un certo momento è meglio stare a 250 watt e allora ci si riesce solo da coperti. Froome in salita non scatta, accelera perché sa di dovere far salire i watt fino a una certa soglia ben definita. Froome non si arrabbia se un avversario scatta, perché non lo vede, è troppo intento a guarda il contagiri dei suoi watt e sa benissimo che a una certa potenza nessuno può scattare davanti.

Per Froome le gare sono tutte con e contro il suo misuratore di potenza: sa che per vincere deve fare un certo TSS (è un dato che esprime lo sforzo medio di un allenamento) e per raggiungerlo sa come si fa, lo ha già provato altre volte in allenamento. In salita gli avversari ci sono, ma più che gli avversari contano i dati per capire se si sta andando bene, per rafforzare l’animo e aprire il sorriso se sono come previsti, per abbattersi se è giornata no e i numeri restano fissi sul fondo.

Tutto questo per dire che Froome è il primo campione Figlio di un Misuratore di potenza e di tutto quello che vuol dire correre e allenarsi con e contro quello che gli americani chiamano un powermeter… Vuol dire sacrifcio, sincerità con lo strumento, solitudine, precisione, ma anche intelligenza per interpretare e leggere i dati.

Ecco perché Froome pedala ingobbito, perché da anni è abituato a guarda il computerino, più che gli altri, più del paesaggio, più del gruppo. Contano solo quei maledetti dati, in una gara che è più simile a un’esercitazione contro un videogame che a una gara di ciclismo.

Allora il ciclismo perde il suo aspetto più romantico? Allora viva Contador che ha dimostrato che anche in pianura i watt non contano nulla, prima vengono sempre l’uomo, il gruppo e la sua capacità di leggere eventi atmosferici e avversati? Allora viva Quintana che dice che lui non ha bisogno di dati, perché lui sa quando finisce la benzina, perché lo sente dentro cosa vuole il suo corpo, un po’ come suo papà misurava la benzina dell’auto con un vecchio bastone di legno. Allora meglio Sagan, tutto istinto e tecnica?

Lui, Eddy il cannibale, non aveva bisogno di un powermeter

Lui, Eddy il cannibale, non aveva bisogno di un powermeter

Forse sì, ma intanto Froome ha vinto il Tour del centenario, mica poca roba. E lo ha fatto da uomo-macchina sfruttando al massimo la tecnologia, in un modo sicuramente meno romantico, fregandosene delle dicerie del gruppo, dei giornalisti e dello scarso amore dei tifosi. Sarà quindi un ciclismo più povero, freddo, schematico? Io non ne sono così sicuro, cosa c’è poi di più romantico, quasi sublime, dell’uomo che si allena, solo, contro le serie storiche della propria potenza e contro se stesso. Ogni giorno con tenacia, resistenza, adattando il proprio corpo ai quei watt, cercando di migliorarsi in continuazione. Perché la verità è che un powermeter è una strada verso il miglioramento, ma è anche uno strumento orrendamente sincero, dove non contano interpretazioni e stati d’animo. E poi richiede anche intelligenza, richiede di sapere usare un computer, di conoscere matematica e qualche base di statistica. Siamo sicuri che non sia meglio un campione del genere, più autonomo, consapevole, magari anche secchione? Forse non sarebbe meglio che anche il ciclismo italiano si facesse più umile e ripartisse da qui, da quello che gli stranieri hanno portato nella nostra tradizione. Il futuro non starà nel chiudersi nel proprio passato, ma solo nel sapersi adattare a quello che il mondo ci sta facendo vedere come un’opportunità. Sì, è sicuramente una strada difficile, ma il mondo globalizzato è più difficile per tutti, per tutti i mestieri. L’alternativa è continuare a guardarsi allo specchio, ripetendo come una scatola vuota che i tempi di una volta erano migliori.

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Un mio amico dice sempre che sono pazzo a usare un powermeter, che è un oggetto alienante. Io lo uso poche ore al giorno, chissà quanto deve essere stato alienante per Froome, che ha passato più tempo con lui che con tutti gli altri per arrivare sul podio, a Parigi. E allora capisci anche la sua dieta, perché il dato vero non è quello dei watt in valore assoluto, ma sempre rapportati al suo peso sulla bilancia. E’ un rapporto, Sembra freddo, ma se il denominatore cresce e il rapporto scende, poi come si fa a vincere la sfida quotidiana? E poi, quanta solitudine e quanta tenacia! Si perdono riti e abitudini, voglia di stare insieme, soste al bar, parole e tanti discorsi. Il mio amico dice che fanno bene alla testa. Ma se poi Froome fosse diventato Froome solo perché ha deciso di nascere nella provetta di un misuratore di potenza e non nelle comode certezze consolatorie del gruppo, nelle sue abitudini, nelle sue battute e nei suoi soliti personaggi. In fondo sentendolo parlare davanti ai giornalisti, anche la sua testa non mi sembra poi così male, forse certi riti fanno bene solo alle convinzioni di chi non ha tanta voglia di vedere altro che se stesso…

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