di Claudio Sanfilippo (foto CS)

Ecco, ce l’ho fatta. La mia prima New York si è rivelata in modo inaspettato, pronti via, si parte. Il muscolo del viaggio era un po’ atrofizzato, da tempo non mi capitava di prendere e andare, prima perché i figli piccoli richiedevano spostamenti più agevoli, poi il maledetto conto in sofferenza che non consentiva di far correre lo slancio interiore.

sanfi4Ma questa era un’occasione imperdibile: un biglietto-quadrifoglio e l’ospitalità in un piccolo appartamento di Chelsea, quasi al confine col Greenwich Village, che dopo tre giorni era già il mio quartiere preferito. Sorvolo sui concerti al Village Vanguard, sul tempo splendidamente dissipato al Central Park e in Union Square con un “guitalele” (incrocio tra chitarra e ukulele) tra le mani, sulla commozione condivisa con un poliziotto davanti al cantiere di Ground Zero, sulle passeggiate infinite a ritrovare l’occhio e il cuore del fotografo che era in me tempo fa e che ho scoperto abitare ancora da queste parti.

Mi concentro sull’idea di Massimo e Matteo, squisiti compagni di viaggio, che un bel giorno mi buttano lì l’idea: Sanfi, domani ti andrebbe di affittare una bicicletta e andare a spasso per New York ?

L’ultima bicicletta seria che ho avuto era una Fusar Poli dei primi Ottanta che ho dato a mio cognato in cambio della sua mountain bike. Risultato: lui va come un treno, io invece mi sono arreso e qualche mese fa mi sono portato a casa una cyclette da spinning. Che tristezza. Anche perché abito in campagna, in una zona particolarmente felice per chi ha voglia di andare in bicicletta. Ma tant’è. Poca voglia di raccontare le mie pigrizie, il mio rapporto strambo con lo sport, che ho sempre vissuto con grande passione ma con molto senso del gioco e poco della fatica.

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Ore 10, ci presentiamo davanti al negozio di Zen Bikes, sulla 24a, che presenta in vetrina un adesivo che recita il seguente pay-off: we’re not dicks, non siamo dei cazzoni. Bene. Nemmeno noi. Almeno da un certo punto di vista. Cinque minuti e siamo in sella. La mia bici ha una targhetta col numero sette, ancora una volta mi ritrovo a fare i conti col fatidico numero. L’appartamento a Chelsea, per dire, è sulla settima strada all’incrocio con la ventottesima, un multiplo. Culo in sella e via, si va. Decidiamo di farci qualche miglio a West Side Manhattan, costeggiando il Greenwich Village, Soho, Tribeca e Chinatown, fino a Lower Manhattan.

sanfi6Una pista ciclabile bellissima lungo l’Hudson River fino al colpo d’occhio della Statua della Libertà che, sebbene sia un panorama da turista seriale, a me trasmette un certo fascino. Poi a ritroso, risalendo fino a Midtown, passando davanti alla portaerei Intrepid, che dal 1982 è ormeggiata all’altezza della 46a e ospita un museo di storia marittima e militare.

La bicicletta è perfetta, ha un cambio agilissimo, è molto comoda e maneggevole. Per fortuna, perché se decidi di spostarti da West a East Side le corsie dedicate alle biciclette sono di grande aiuto, ma il traffico di Manhattan non è uno scherzo e sentirsi seduti su una bicicletta di qualità aiuta ad affrontare la traversata.

Andiamo belli sparati e ci ritroviamo sull’East River, dove in pochi anni la municipalità della Grande Mela ha trasformato una zona abbandonata in un parco bellissimo – l’East River Park – con una pista ciclabile ampia e panoramica. La giornata è bellissima, ventilata, il cielo è l’azzurro in festa. Sulle ciclabili newyorchesi è bene stare all’occhio e comportarsi come se si guidasse una moto, dietro di te arrivano spesso dei tuoi simili che pedalano a sessanta all’ora. Sempre bene guardarsi alle spalle quando si supera.

Nonostante il clima ideale comincio a sentire un po’ di debito ma tengo botta, i miei due pards sono allenati e mi tocca tenere alto l’onore dello sportivo che era in me. Panchine e tavoli ovunque, alberi, campi di calcio e da basket, parchi per i bambini. È vero che per vivere bene a New York ci vogliono molti denari ma è altrettanto vero che la città è piena di piccole isole di civiltà alla portata di tutti.

C’è gente che prende il sole, che ascolta musica, che legge, che lavora. A New York ci sono un sacco di posti belli per lavorare lontano dal caos della città. Chiamare città un posto come questo suona strano. Lo dicevo al mio amico Andrea Malaguti, ferrarese che vent’anni fa si è trasferito negli USA per insegnare letteratura italiana e cinema. Prima alla Columbia e da qualche anno vicino a Boston. Una delle amicizie telematiche che si sono rivelate nella loro squisitezza annunciata un paio di pomeriggi dopo, suonando insieme la chitarra in Union Square. Lui, che a New York ha abitato e lavorato per diversi anni, mi dice: hai ragione Claudio, è proprio così, in effetti New York più che una città è una specie di enciclopedia vivente. Semovibile.

sanfi10E in questa natura così prodigiosamente estesa ci sta questa capacità di dimenticare se stessa, le facce, i rumori, gli odori, le lingue, il caravanserraglio di infiniti umori che in tante piccole isole si fanno magicamente lontani. Lo ammetto, New York mi ha stregato. Però qui c’è da pedalare, la meta è il ponte di Brooklyn, qualche miglio davanti a noi. Arriviamo fino al Pier 36 e ci ributtiamo in mezzo alla città per trovare l’accesso al ponte, che è bellissimo. Inaugurato nel 1883, è il più antico della città, il primo ad essere costruito in acciaio, per lungo tempo è stato il ponte sospeso più grande al mondo.

sanfi7Sono circa le due e il sole fa il suo dovere, e anch’io non mi tiro indietro ma quell’ultimo chilometro scarso di lieve salita mi presenta il conto, arrivo a metà del ponte, scendo dalla bicicletta e mi sdraio a riposare. Ai miei due compagni di viaggio dichiaro che dopo la discesa verso Brooklyn farò un break di un’ora, va bene che ho promesso a mia moglie di non mettere su nemmeno un chilo però il croissant l’ho mangiato sei ore fa e il mio metrottantacinque sta protestando. Ci fermiamo in un parco appena usciti dalla discesa, Matteo si presta all’approvvigionamento, hot-dogs e acqua fresca.

Mi sogno una birra ma c’è da mettere in conto il rientro, non so se conviene. Abbiamo pedalato per una trentina di miglia e per essere uno che l’ultima volta le ha fatte una decina di anni fa mi faccio i complimenti. A voce alta. Massimo sorride, mi conosce bene, in un sussurro sottolinea il mio eccesso di auto-indulgenza. Io so che ha ragione ma il motore era arrugginito e il serbatoio quasi in riserva. Fare altre trenta miglia per tornare a casa ? No, grazie.

Massimo e Matteo mi salutano e ripartono in scioltezza mentre io pedalo a passo d’uomo verso la subway più vicina di Brooklyn. Per la prima volta mi capita di prendere la metro con una bicicletta, a cui tra l’altro faccio pagare il biglietto, da bravo turista modello. Una signora dietro di me mi guarda sorridendo e dice: sei l’unico che ho mai visto prendere la metro con la bici (a New York capita) e timbrare due biglietti…

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Poco male. L’aria condizionata è, come sempre nei mesi estivi nei vagoni della metro di NY, a palla. Non sarà il massimo ma in pochi minuti recupero un colorito meno paonazzo, lo intuisco specchiandomi nel vetro davanti a me. Guardo la pianta della città con le piste ciclabili in evidenza e penso che, dovessi tornarci con un po’ di gamba e di fiato, vale la pena di spendere più di una giornata in bicicletta.Tra l’altro stanno lavorando per allungare i percorsi dedicati ai ciclisti e ormai sia a West che a East Side ci sono molte miglia da percorrere e molte cose da vedere. Senza contare il Central Park, che in bicicletta può trasformarsi in un gioco bellissimo. Decido di scendere alla 14a e di raggiungere Zen Bikes pedalando ancora un po’, anche per non sentirmi troppo in colpa per avere alzato bandiera bianca di fronte alla salita del ponte di Brooklyn (blanda, per dirla tutta).

Eccomi qua, consegno la bici e scatto la fotografia all’adesivo: we’re not dicks, non siamo dei cazzoni. Fino a prova a contraria.

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