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Di Gian Paolo Grossi
Da Francesco Petrarca – che ne raggiunse la cima a piedi nella primavera del 1336 – ai moderni scalatori a due ruote, del Mont Ventoux si è ormai detto e scritto di tutto. Come pure è arcinota la forte attrazione esercitata sulle migliaia di ciclisti e appassionati richiamati all’adunanza (restando in tema di Medioevo, preferito al militaresco adunata!), ogni qual volta il Tour ne offre l’ascesa ai suoi sfidanti. Tra i quali, nel tourbillon dell’altro ieri, ho trovato nobile l’iniziativa di un magazine locale di settore, brillante a tal punto da misurare l’abilità dei suoi giovani aspiranti collaboratori, seguiti metro per metro nella loro scalata al Ventoux dalle ammiraglie del giornale, poco prima che della strada s’impossessasse il serpentone della carovana pubblicitaria. Se è una trovata promozionale, ha colto nel segno: complimenti.
Foto BrakeThroughMedia

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Sono parecchi gli sportivi che all’interno dei loro camper ancora bivaccano in zona, dato che oggi la Grand Boucle riparte da Vaison la Romaine, ai piedi del gigante della Provenza. Mi è stato riferito che la processione per la conquista dell’osservatorio è stata ieri non meno incessante, da e per il villaggio di Bedoin, ma anche da Malaucène e dal suo versante più trascurato, con provenienza dall’abitato di Sault: orde di cicloturisti incuranti della calura, della pendenza, della lunghezza, della fatica compresa nel prezzo salato dell’impresa, si sono dati appuntamento in cima. Pare impazzino i tour operator che offrono pacchetti ad personam con le tappe da leggenda in oggetto, da percorrersi un giorno prima o dopo la corsa, ma anche il giorno stesso: in particolare con viaggi organizzati dall’Australia e dagli Usa, oppure, con forme differenti, mediante prenotazioni su internet ad uso di chi si presenta all’appuntamento già pronto a mulinare le gambe.

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SONY DSCPersonalmente ritengo che un giorno di riposo debba essere tale. Un’evasione non dalla bicicletta, beninteso, dalla quale non so separarmi. Ma dalla corsa, questo si può. Serve la complicità del Luberon per estraniarsi dall’ambiente del Tour, a rendere più giustificabile un ‘tradimento’ di questa portata. Avete presente il film “Un’ottima annata” in cui Russell Crowe da queste parti ritrova se stesso e l’amore? Beh, se ancora non vi si è accesa la lampadina, seguitemi. Per i centoquindici chilometri vissuti sui pedali in un paesaggio che regala una scoperta dietro l’altra, occorre destinare una giornata intera. La base di partenza è l’incantevole L’Isle sur la Sorgue, con i suoi mulini e mercatini d’antiquariato, verso Cavaillon e poi, addentrandoci nel Petit Luberon, eccoci a Oppède Le Vieux, dove i resti di un castello raccontano di crociate e combattimenti, nonché di un devastante terremoto e di innumerevoli tentativi di rianimare il borgo, un secolo fa completamente disabitato ed ora tornato lentamente alla vita. Tra vigneti e sterminati campi di lavanda la direzione da prendere è quella di Menerbes (terra di musicanti), poi Lacoste e quindi Bonnieux. E’ proprio in questo romantico villaggio che gli abitanti del posto, orgogliosi di vantare il museo della panificazione e un percorso botanico da favola nel Bosco dei Cedri, giurano di aver visto “quell’attore famoso sorseggiare un buon vino in una piazzetta del centro, seduto al tavolino di un bar in compagnia di una bella ragazza, a poca distanza da una Smart di colore giallo da cui era sceso”. Ma non c’è troppo tempo per i pettegolezzi, la tappa successiva è Lourmarin, nel cui intrico di gradevoli viuzze spuntano le note dei compositori Liszt e Wagner, uniti in matrimonio a contesse cresciute nel castello locale, ancora oggi perfettamente conservato. Si torna in sella per dirigersi più a sud, ad Apt, dove il Petit lascia spazio al più selvaggio Grand Luberon ed al Parco Naturale Regionale, che trova nella cittadina provenzale il punto di partenza per numerose appetibili escursioni. Da effettuarsi, però, a piedi.
SONY DSCE poiché si è fatto tardi ed il punto raggiunto è quello più estremo, non resta che tornare indietro. Toccando Roussillon, sede del più importante giacimento di ocra dell’intera Francia. Impossibile descrivere l’emozione di un tale maestoso e cromatico scenario naturale, disegnato 110 milioni di anni fa dalla presenza del mare, per una di quelle esperienze che non possono trovare nelle parole di un personaggio affaticato e sudaticcio l’equivalente di tale bellezza. Facendo ritorno a L’Isle sur la Sorgue, prima di concludere il viaggio su due ruote apprezzando decine di bories (casupole in pietra calcarea risalenti al 2000 a.C.) ed il Museo della Lavanda situato a Coustellet, all’interno del quale viene trattato il ciclo vitale della pianta caratteristica della Provenza, dalla crescita alla distillazione, c’è ancora una sorpresa ad attendermi. Riconosco nello chateau de Canorgue la tenuta resa celebre dal film che ha accresciuto il mio desiderio di andare alla scoperta della Provenza. C’è proprio tutto: la vigna, la piscina, la fontana ed il balcone sul quale si consuma la scena finale, con protagonisti i due amanti. E c’è anche un cartello che suona come un ammonimento a non introdursi nella tenuta attraverso la fonte: “Il film è finito, rispettate la nostra privacy e lasciateci tornare alla vita normale”.
Già. Che da oggi torna a parlare di fughe, inseguimenti e inevitabili sprint. Viva il giorno di riposo, viva la Provenza.

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