Il gran finale in notturna

Il gran finale in notturna

Di Luca Regonaschi (da Brescia)

Sfilano le vecchie glorie bresciane

Sfilano le vecchie glorie bresciane

C’è una corsa capace di illuminare la notte; e l’ausilio di attempati lampioni e dei fanali delle motostaffette al seguito è davvero limitato. È una gara storica, che con l’edizione di martedì scorso ha spento cinquanta candeline. Eppure il suo fascino attrae ancora tutte le generazioni. Il 50° Trofeo città di Brescia, il “Guizzi” dal 1963 al ’97, è innanzitutto la corsa notturna dedicata ai dilettanti, Under 23 ed Elite. Poi, in secondo luogo, tante altre cose, quelle che rendono la competizione una manifestazione popolare. È il punto di ritrovo della famiglia del ciclismo – non solo provinciale -, la ricorrenza annuale per salutare ex compagni di squadra e vecchi amici, direttori sportivi ed allievi. Per i bambini, è una giostra colorata lunga ventuno giri, solo da osservare, però non mancano le bancarelle che vendono dolciumi e quelle facce gonfiabili da allacciare al polso. Per i ragazzi impegnati nelle categorie giovanili, è una lezione scolastica di ciclismo, teorica in attesa della pratica. È lo stadio, per i tifosi più accesi, dove urlare la propria passione, specie dalle curve che portano il gruppo verso il colle Cidneo, traguardo conclusivo e di ogni tornata. Per mamme e papà, è il cinema che trasmette una pellicola imperdibile, fresca di montaggio. Ed è la migliore osteria, per i nonni, un bar sport all’aperto dove ricordare i campioni che furono. A partire da chi ha lasciato il segno a Brescia, presente all’appuntamento per celebrare il mezzo secolo della corsa: dall’anziano Mino Denti al giovane Claudio Corioni, in sella prima del via, lungo l’anello cittadino, per ricevere gli applausi del pubblico.

Fasi di gara al tramonto

Fasi di gara al tramonto

Al secondo passaggio della gara, è già bagarre, mentre il profumo delle salsicce alla brace ricorda un rito irrinunciabile. Il “Guizzi” è una corsa a eliminazione, perché allunghi e contrattacchi continui spengono i sogni di gran parte dei partenti. Le seconde linee più coraggiose si fanno avanti. Lo speaker ne elenca successi e parentele, il pubblico scruta i volti ormai adombrati per incitare il beniamino e indicare il favorito. Il buio oscura mano a mano la strada: è la sabbia della clessidra che detta il conto alla rovescia verso la fine delle ostilità. Esperti del pedale dai capelli argentati profetizzano la bontà della fuga o scuotono la testa per un tentativo azzardato. Meno quattro tornate all’arrivo, cioè venticinque chilometri al termine. “Adès ambià èl bèl”, ora viene il bello, assicurano in dialetto bresciano per rafforzare uno dei tanti pezzi del repertorio. Suona la campana, ci prova un finisseur: “È lo scatto del morto”, e infatti lo riassorbono. Alle 23 e qualcosa sfrecciano gli sprinter. Ride l’italo-russo Ivan Balykin. È tardi, la cerimonia delle premiazioni scorre svelta, scandita dalle grida del fotografo, le ammiraglie si riempiono e salutano, gli amici si danno appuntamento all’anno venturo, un corridore festeggia il compleanno con compagni e parenti, spumante e pasticcini, il palco e le transenne spariscono. La notte riesce finalmente a inghiottire le luci della corsa.

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