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Di Lorenzo Franzetti – Foto di Guido Rubino

Vienna, settimana della bicicletta nell’anno della bicicletta. Raccontare Velo-city 2013 con il piglio del cronista sarebbe un’occasione sprecata, perché renderebbe ogni giorno privo di colore. In tutta onestà e schiettezza, il lungo susseguirsi di discorsi e conferenze è un filo invisibile collegato con le palpebre che tendono a chiudersi. Tutto molto interessante, per carità, ma quasi mai ci si trova di fronte a conclusioni inedite. Ciò che, invece, è straordinario è la crescita costante di attenzione, l’impegno profuso da studiosi di ogni parte del mondo: economisti, sociologi, architetti, ingegneri, ciclisti per il tema bicicletta. E tutti convergono nell’immensa community che, a Vienna, è rappresentata dalla Rathaus, meraviglioso edificio gotico che sembra fatto apposta per sognare un’altra epoca: un salto nel tempo, quando la bicicletta non era ancora stata inventata.

12062013-GPR_1524Velo-city, giorno secondo: la giornata comincia con una ragazza in gonna corta e tacco alto che sfreccia in bicicletta da corsa davanti al nostro naso, appena fuori dall’albergo, l’elegante hotel Daniel, sulla collina del Belvedere. Inebriante. Come un miraggio, la leggiadra ciclista sparisce all’orizzonte, mentre rimaniamo piantati sulle nostre biciclettone, un tantino arrugginite, da quindici chili abbondanti l’una. Colpa delle biciclette, sia chiaro: non sono contemplate allusioni al nostro stato di forma.

Giornata di sole, cielo terso, Vienna ha altri colori, altri odori rispetto a ieri, martedì inumidito dalla pioggia e raffreddato dal vento. E le sensazioni prendono una piega positiva: dall’hotel Daniel alla Rathaus, sede di Velo-city 2013. I palazzi, i teatri, i giardini: una magia dietro l’altra, un rapido scorrere di fotogrammi, visti da una pista ciclabile. Tre chilometri di strada, quasi tutti lungo il Ring, che dispone di piste ciclabili ben segnalate e sicure.

12062013-GPR_1522Nonostante il sole e tutti gli elementi per scatenare una tempesta ormonale, a Velo-city si parla già da un’ora. Studiosi e politici a confronto: su come trasformare le città a misura di ciclista. Su come si è fatto e come si farà. Copenaghen, Amsterdam e Monaco di Baviera capofila. Ma nel salone d’onore, c’è il vicesindaco di Vienna a introdurre, con orgoglio, il discorso: una donna, bella e orgogliosa, Maria Vassilakou, che ha voluto tutto questo. Una Vienna che, per colpa di rumori molesti i auto e pullman e fumi maleodoranti, si stava allontanando dal suo feeling con l’armonia e il bel vivere: non più carrozze, ma le bici sì, possono essere un’alternativa per riportare la magia che non sia solo una parola scritta nelle guide turistiche, per dar “colore alle polpette”.

I politici nel salone d’onore, gli economisti nelle cantine

Nel salone d’onore parlano i politici, nelle cantine della Rathaus, si confrontano gli economisti: un danese, Jens Loft Rasmussen che dimostra, in numeri, come sia molto conveniente per tutti andare al lavoro in bicicletta. E, poco dopo, un italiano, l’economista Luca Stanca dell’Università di Milano, quantifica addirittura la felicità di chi usa la bici in città, in alternativa agli altri mezzi. Numeri che, alla vista di un cicloromantico, non dicono nulla, sembrano aria fritta: tuttavia, per chi volesse pianificare un’economia o per chi avesse l’ambizione di costruire un nuovo modello di sviluppo sociale, quei numeri sono importanti.

11062013-GPR_1348Parole e sbadigli, appunti illeggibili, spunti sempre interessanti: e il buffet. Che se hai fame, non è l’ideale, ma per conoscere e incontrare persone interessanti, è perfetto: come un giovane ingegnere che mostra orgoglioso la sua piccola invenzione. Una manopola per bicicletta con tanto di segnale d’indicazione. La manopola con la freccia, insomma. In Italia, probabilmente, vista l’età, questo ragazzo sarebbe a portar borse a qualche capufficio. In Austria, invece, realizza un progetto: piccolo, ma che potrebbe essere grande.

12062013-GPR_1431Tartine e caffè da dimenticare, ma la giovane Andrea no: una graziosa ragazza rumena che sta promuovendo l’uso della bicicletta tra le donne di Bucarest. «Perché le donne sono il vero motore per i cambiamenti della mentalità della società», dice.  Parole pronunciate con timbro dolce, ma con la forza della dinamite. Ed è venuta a Vienna per parlare al mondo del suo progetto: accanto a sé, una ragazza cilena con un progetto analogo. E poi ci sono anche le messicane.

Amanda Ngabirano e l’Uganda da mettere in bici

12062013-GPR_1488Amanda Ngabirano, invece, bisogna ricordarla con nome e cognome: vive a Kampala e porta avanti il suo progetto di città eco-sostenibile. Faceva la giornalista, ora si dedica alla sua città, per provare a cambiarla in meglio: è l’Africa orgogliosa e grintosa che risale la china, dai meandri della povertà. «Vorrei offrire un’opportunità. In Uganda, non si va in bici perché non ci sono le possibilità. Occorre crearle».

In Africa, si moltiplicano i progetti di solidarietà legati alla bicicletta: il team Qhubeka, la squadra sudafricana che ha vinto la Sanremo con Ciolek, porta nel mondo il messaggio di un progetto di lotta alla povertaà Donando bici alle comunità più arretrate, offrendo ai poveri un’alternativa per spostarsi e lavorare. Amanda, però, avverte: «Attenzione, però. La bicicletta aiuta, è un mezzo prezioso per le persone povere. Ma non deve passare il messaggio “usa la bici perché sei povero”. Le nostre società hanno maturato l’idea sbagliata che la bici sia un mezzo per i poveri: cosa falsa. Bisogna, invece promuovere un altro messaggio: che la bici va usata perché è comoda, perché è piacevole, perché fa bene. A ogni livello. In Cina, per fare un esempio in grande, si è pagato un prezzo altissimo per questo messaggio distorto: il paese ha abbandonato la bici perché simbolo di povertà. Con conseguenze disastrose per l’inquinamento e altro».

Dalla Nuova Zelanda alla Romania, la rivoluzione è donna

12062013-GPR_1499Il discorso è complesso, la battaglia di Amanda coraggiosa e non facile. Intanto, nei sotterranei della Rathaus si è ricominciato a discutere: tra economisti e sociologi. Dalla Nuova Zelanda, Christina Bellis è scesa nelle cantine per illustrare il suo progetto cycle style, ovvero la realizzazione di abbigliamento fashion e sexy, da tutti giorni, per le donne che utilizzano la bici tutti i giorni. Perché andare in bici è un fatto di eleganza. Le donne in cattedra, le donne in bici: Bente Knoll parla di conquiste sociali, di una lunga storia cominciata centocinquant’anni fa, quando la donna in bici era un fatto rivoluzionario. Come oggi, probabilmente.

Sulla pista ciclabile, di fronte alla Rathaus, una gonna svolazza, un lampo in bicicletta da corsa e tacco alto s’intuisce appena, ma lascia una scia al profumo di mughetto: Vienna, che sorpresa.

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