C018F4

Di Gianni Bertoli

C018F2Il Cinema Aurora a Langhirano aveva cominciato la sua vita con l’avvento del sonoro. La parrocchia aveva affittato al gestore un capannone lungo e stretto, in fondo ad un cortile ghiaioso proprio di fianco alla chiesa parrocchiale. Il gestore, Amato Cotti, era un omone greve che, ai nostri tempi, avrebbe potuto essere la controfigura di Tinto Brass. Cotti era sempre vestito di nero: scarpe nere, calze nere, pantaloni neri, camicia senza colletto nera, giacca nera e berrettone nero. Non ho mai capito se il nero fosse un retaggio di una non sopita simpatia fascista o se, molto più semplicemente, consentisse di lavare meno frequentemente gli indumenti.

La sala del Cinema Aurora aveva il pavimento di assi di legno, le poltrone dei primi posti erano situate incredibilmente nelle prime file con garanzia di torcicolli vari mentre, per i posti di minor lignaggio, erano previste sedie impagliate. Il fumo delle sigarette creava una densa cortina degna dei più classici nebbioni milanesi d’epoca. Tre erano gli spettacoli settimanali, al sabato sera, alla domenica sera e il lunedì, giorno di mercato, in matinée, nelle prime ore del pomeriggio.

L’inizio degli spettacoli era preceduto da una mezzora di canzoni trasmesse da due grossi altoparlanti. I miei primi ricordi risalgono all’immediato dopoguerra, quando la gente in attesa di entrare, invitava a gran voce Cotti: “Amato, taca su ‘l boge voge!”, storpiando l’inglese “boogie woogie” giunto in Italia con i soldati iuessei. A metà degli anni cinquanta il cinema Aurora andò in pensione e il suo posto venne preso da un nuova moderna sala che Cotti chiamò con poca fantasia “Cinema Nuovo”. Qualche tempo dopo, il vecchio capannone del cinema Aurora venne distrutto da un incendio che divorò rapidamente la vecchia struttura nella quale la grande quantità di legno favorì enormemente il propagarsi delle fiamme.

C018F7Sulle ceneri del vecchio cinema venne costruito un nuovo stabile adibito alle attività parrocchiali. Sul fronte, dove una volta c’era la facciata del vecchio Aurora, trovò posto un bar che venne gestito da un’anziana signora, la Majlèn (non ho mai saputo come si chiamasse in realtà), e da suo nipote Ceccio (questo invece si chiamava Sergio). Nacque così il bar Aurora che veniva frequentato prevalentemente dai giovani del paese. Mentre il juke box suonava Paul Anka, i Platters, Neil Sedaka e Harry Belafonte, anche noi giovani ciclisti passavamo molte ore ai tavolini discutendo ancora di Bartali e Coppi, sempre vivi nelle nostre dispute verbali, e poi di Nencini, Gaul, Massignan e Baldini.

Eravamo in quatto. Con me c’erano sempre Giancarlo, Guelfo e Guido. Giancarlo, il più vecchio della compagnia era un ciclista potente poco adatto agli scatti brevi, Guelfo si difendeva sui vari terreni senza eccellere in nessuna specialità, Guido era un corridorino leggerissimo, piccolo, uno scalatore puro, sempre in piedi sui pedali, con l’abitudine ad impugnare il manubrio nella parte bassa come usava fare, allora, Charly Gaul e come avrebbe fatto decenni dopo Marco Pantani. Ci allenavamo sempre assieme e, quando il percorso prescelto prevedeva una salita, finiva sempre in bagarre. Guido era soprannominato “il siso” dal vocabolo dialettale “sis”, cioè “cecio”. Era stato suo nonno ad appioppargli quel nomignolo quando l’aveva visto piccolo e magro. Tra Guido e me nacque una simpatica querelle che durò un paio d’anni. Il tutto ebbe inizio nel giugno del 1959, la prima volta che uscimmo in allenamento tutti quattro assieme. Il percorso prevedeva di arrivare a Corniglio, a 700 metri di altezza sui primi contrafforti dell’Appennino. Filammo di buona lena e in pieno accordo sino a circa tre chilometri dalla meta quando Guido scattò. Prima lasciammo fare, poi, vedendo Guelfo e Giancarlo pedalare con tranquillità, decisi di partire all’inseguimento. Raggiunsi Guido su un tornante a circa un chilometro dall’arrivo (pardon, dalla piazza della fontana). Mi misi a ruota per rifiatare. Guido mi invitò a dargli il cambio. Scossi la testa un po’ per respirare e un po’ per fare il furbo. L’invito mi venne rivolto ancora un paio di volte. Niente da fare. Sulla rampetta che portava alla famosa fontana piazzai uno scatto breve ma intenso e superai il Siso di cinque o sei metri. Mentre riempivo la borraccia ad una delle quattro cannelle della fontana, Guido mi accusò deciso: “Succhiaruote! Sei solo un succhiaruote! Neanche un cambio mi hai dato”. La reazione sollevò l’ilarità mia e degli altri due compagni d’avventura.

C018F6Del fatto si discusse molto ai tavolini del Bar Aurora e io, tra il serio ed il faceto, asserivo un concetto vecchio come il cucco: la corsa è corsa.

La cosa divenne un tormentone e tutte le volte che arrivavamo in salita, mi mettevo a ruota di Guido, non tiravo volutamente un metro per poi operare lo scatto minimo indispensabile per beffarlo.

Si giunse così al luglio del 1960. Era in programma la Langhirano-Tizzano, classica del ciclismo open provinciale. Qualche giorno prima della gara si diffuse la notizia che avrebbe partecipato anche Lino Belloli. Belloli, classe 1933, era stato un ottimo dilettante e da un anno era passato professionista pur senza essere accasato. Difendeva, anche tra i “pro” i colori bianco verdi dell’Amatori di Parma e, se non ricordo male, il suo miglior piazzamento fino allora era stato un cinquantaquattresimo posto alla Coppa Bernocchi del 1959. Comunque fosse era sempre un professionista. La settimana precedente la gara tutti noi eravamo in fibrillazione e serpeggiava una certa rivalità tra di noi. Guido fece un paio di allenamenti in solitudine e poi mi apostrofò così: “Domenica sarà la corsa della verità. Vedremo se i succhiaruote l’avranno vinta”.

Il più accreditato tra noi quattro era certamente Giancarlo e quando, il venerdì, venne colto da un attacco febbrile a trentanove, penso che qualcuno di noi si sia fregato le mani. Giancarlo si riprese e la domenica mattina si presentò al via.

C018F5Da Langhirano a Tizzano sono diciassette chilometri. I primi sei, sino a Pastorello, sono quasi pianeggianti con leggere ondulazioni. Da Capoponte, oltrepassato il torrente Parma, la strada sale ininterrottamente fino all’arrivo. La corsa ha avuto vincitori di un certo lignaggio. Il record fu stabilito da un giovane Vittorio Adorni nel 1958, quando gli ultimi cinque chilometri non erano ancora asfaltati.

Avevo il numero 36, il numero caro a Coppi. Le sensazioni iniziali erano buone e mi sembrava di andare piuttosto bene. Guelfo era partito con il numero 20, Guido con il 29 e Giancarlo sarebbe partito col 55, tre minuti dopo Belloli.

Al Boschetto si deviava seccamente a destra e iniziava la parte più dura della salita Due ampi tornanti mi consentirono di vedere davanti a me il mio compagno di squadra Mario Canetti, partito tre minuti prima. Allora stavo andando forte! Sorpassai Canetti incitandolo: “Alè Mario, andiamo!”. Mario rantolò: “Eh  …sì …”.

Giunsi così alla Costa ad un paio di chilometri dal traguardo. La Costa è un tratto di salita a pendenza costante dove la strada è dritta e pare non finisca mai. Poi c’è solo un tratto pianeggiante di qualche centinaio di metri fino al traguardo, posto in corrispondenza dell’Albergo Monte Caio. Quasi al termine della salita avvertii un fastidio al polpaccio della gamba destra. Conoscevo bene quella sensazione: era l’avviso dei crampi in arrivo. Alleggerii il rapporto e proseguii senza forzare fino al traguardo.

C018F1Più tardi arrivò Giancarlo; era distrutto ma tutti capimmo che aveva compiuto l’impresa malgrado la febbre dei giorni prima.

Pubblicarono le classifiche: Giancarlo era quarto con dieci secondi di vantaggio sul professionista, Guido ottavo e io nono a due secondi da Guido. Il Siso non stava più nella pelle: “ Allora? Hai visto che, se non succhi la mia ruota, ti batto?”.

Mi venne da ribattere prendendo la scusa dei crampi ma no … non sarebbe stato giusto. Ci sarebbero state altre occasioni per succhiare la sua ruota e batterlo in volata. E così fu.

 

Una risposta

  1. download kik messenger

    Aw, this was an incredibly nice post. Finding the time and actual effort to generate a top notch article… but what can I
    say… I put things off a whole lot and never manage to
    get anything done.

    Rispondi

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.