Schermata 06-2456465 alle 17.26.42

L’Italia è un paese all’avanguardia per ciò che riguarda l’incidentalità stradale: è ormai scontato leggere sui giornali il quotidiano bollettino di morti e feriti che l’uso indiscriminato dell’automobile provoca sulle nostre strade. Le ultime ore di ordinaria mobilità presentano i casi della madre con passeggino investita ieri (20/6) a Rimini, con il bimbo di sei mesi in prognosi riservata; due giorni prima un bambino di 10 anni investito a Milano, grave; l’anziano disabile di 73 anni investito a Padova in carrozzina sulle strisce, morto; per finire con la bambina di tre anni investita ed uccisa, sempre a Milano, la domenica. Ripeto: sono storie di ordinaria mobilità, il conto che ci viene presentato ogni giorno da parte di una forma insensata e costosa di relazione, quella basata appunto sull’uso indiscriminato dei mezzi a motore per la mobilità individuale.

Le associazioni e gli attivisti tengono sempre alta la guardia su questa triste teoria di vittime e mai come in questo momento i temi della mobilità si affacciano davvero nell’agenda delle amministrazioni, anche grazie a questo indefesso lavoro di sensibilizzazione e di proposta. Più che il colpevole disinteresse del governo nazionale riguardo a questi temi lo scoglio che queste forze devono superare è quello di un intero paese intriso fin nelle sue strutture più semplici della falsa convinzione che abbandonare il modello di mobilità attuale non solo è impossibile, ma anche da evitare come il più indesiderabile ritorno al medioevo. L’Italia vive nel culto di un tragico ideale di velocità, un culto al quale è ammesso sacrificare la vita stessa. Il ritardo accumulato nel garantire efficienza e sicurezza alle aree metropolitane è sotto gli occhi di tutti. Mettere in sicurezza le città, luoghi di produzione e di crescita per il paese, non è evidentemente una priorità. Non bastasse, il modello di benessere e di status che il marketing automobilistico continua a sostenere per promuovere i propri prodotti non manca di creare curiose se non tragiche interferenze tra le opposte opinioni.

Nel blog di un celebre attivista (Paolo Pinzuti, che è anche un amico di cyclemagazine.eu), ospitato sul sito di un importante quotidiano nazionale, ho trovato un articolo che, sulla scorta di queste ultime morti, chiede giustamente una scelta tra “moderazione del traffico e barbarie”, invocando una apertura di fronte in questo senso da parte del neoeletto sindaco di Roma, un politico che con pochi e finora inauditi gesti dimostra di avere a cuore la sicurezza ed il benessere dei cittadini. Se Roma apre la strada, il governo dovrà seguire, si spera. Mentre leggo accade l’irreparabile. Una finestra pop-up interrompe la mia lettura spalancandosi sul testo. Vedo un paesaggio italiano da cartolina, non faccio in tempo a riconoscere quel paese abbarbicato sulla costa che subito c’è uno stacco su un’infilata di falesie, forse siamo alle Cinque Terre, poi la cima di una collina, poi un tratto di costa; ed ecco arrivare il SUV protagonista della pubblicità e di quel paesaggio, un paesaggio ovviamente senza traffico: corre sulla spiaggia, sì, proprio con le ruote sulla sabbia, una ripresa per la quale come per le altre saranno stati certamente pagati tutti i diritti d’immagine allo stato, ma che rimane in ogni caso e forse proprio per questo offensiva della dignità del paesaggio stesso. Ma non è tutto.

Il payoff che compare al termine dei quindici secondi di spot recita: “Italia. Land of quattro®”. Il corto circuito tra il contenuto dell’articolo e quello dello spot lascia un sapore di bruciato in bocca. La collocazione di quello spot in un contesto così delicato è evidentemente inopportuna, aggiungerei gravemente inopportuna, ma non è evidentemente  frutto di malafede, né da parte della testata, né dell’inserzionista, tantomeno del blogger. È frutto di semplice nonsense, di un’eclisse della ragione, di un sistema di valori talmente radicato che vede normale, all’interno di un contesto di informazione, accettare un messaggio opposto ai contenuti della pagina, sia pure per semplice disattenzione: una cosa che infatti succede spesso, anche a proposito di altri temi. Se l’Italia volesse andare in direzione di una maggiore moderazione del traffico dovrebbe prestare più attenzione al contenuto dei messaggi pubblicitari prodotti sul suo territorio – ad esempio non dando il permesso a riprese che mostrano un’automobile correre su una spiaggia, cosa che configura tra l’altro un reato – e sorvegliando anche la loro collocazione.

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.