I ‘forzati’ della strada.Albert_Londres_en_1923

  • Londres Albert, nazionalità francese, nato a Vichy il 1° novembre 1884, morto nell’Oceano Indiano il 16 maggio 1932. È giusto? Sa, l’ho preso da Wikipedia…
  • Sì… approssimativamente.
  • Come approssimativamente?
  • Nel senso che piuttosto che in un bastimento in fiamme nell’oceano avrei preferito morire nel mio letto in Francia.
  • Capisco. Ma non vorrei parlare subito della sua tragica fine che, si dice, nasconda ancora parecchi misteri.
  • Mystère… C’etait de la dynamite ! Diciamo che avevo con me un manoscritto piuttosto interessante che portava allo scoperto il traffico di oppio dalle Indie verso l’Europa. Un manoscritto che avevo rivelato solo ad altre due persone che, guarda caso, quasi nello stesso momento perirono in un disastro aereo.
  • Si è sentito vittima di un complotto ?
  • Vittima o no, sentivo di essere un predestinato. Sa, nella mia vita, ho rimescolato nelle lordure di parecchi posti nel mondo e a molti non fa piacere chi si ostina a difendere i deboli e gli oppressi: le prostitute di Buenos Ayres, i forzati della Cayenna, i ribelli macedoni, i pazzi dei manicomi parigini. Mi auguro che abbia letto qualcuna delle mie corrispondenze dal Congo, dalla Cina, dal Senegal….
  • Certo, certo signor Londres, non dubiti. Lei ha fatto scuola fra i reporter del ventesimo secolo. Eppure per molti è conosciuto come un grande giornalista sportivo!
  • Ouff… non me lo dica. I ‘forzati della strada’! Lo sa che non l’ho certo inventata io questa definizione. Me l’hanno appiccicata addosso quando il Petit Parisien, il mio giornale, mi ha spedito a seguire il Tour del 1924. Forse perché ero appena tornato dalla Cayenna. Ma io non ci volevo andare al Tour. Pensi che ho sempre detestato lo sport. Lo trovo un passatempo inutile. Già soltanto il gioco del tennis mi sembra un’idiozia: correre incontro a una pallina di gomma. Mah!
  • D’accordo, ma tutti concordano sul fatto che da quel Tour, grazie a lei, è cambiato il modo di raccontare lo sport e il ciclismo in particolare.
  • Guardi, ho fatto solo il mio mestiere. Ho semplicemente applicato il mio metodo: vedere e poi scrivere. Non ho mai inventato nulla, solo la cruda realtà fatta parola. Al Tour, benché apprezzassi Bottecchia non mi interessava il suo primato in classifica, mi incuriosiva di più il suo naso che sembrava tagliare la strada come uno spartitraffico. Mi perdoni la battuta, ma trovavo più interesse a guardare in faccia i corridori, a leggere la fatica nello loro smorfie, negli occhi spenti, nei volti sfigurati dal fango e dalla polvere. Lo sa lei che la polvere del Morbihan non vale quella del Finistère e quella della Loira ha un sapore un po’ più speziato? Quanto alla polvere della Vandea è una vera delizia per il palato. Vuole un pastis?
  • No, ora no, grazie. Ecco, ‘Tour de France, tour de souffrance’. Uno dei suoi ‘colpi’ più riusciti fu l’intervista ai fratelli Pélissier appena ritiratisi dalla gara per protesta contro l’organizzazione.
  • Ne avevano ben donde. Il regolamento del Tour era a quei tempi spaventoso e soprattutto irragionevole. I concorrenti non potevano sostituire la bicicletta, dovevano provvedere di persona ai guasti, addirittura non potevano indossare una maglia diversa da quella indossata alla partenza in caso di freddo o di pioggia. Questa cosa aveva fatto imbestialire Henri Pélissier.
  • Ma come riuscì ad ottenere l’intervista?
  • Ricordo che eravamo a Granville quando si scoprì che i due fratelli non erano nel gruppo. Poi giunse la notizia. E fece scalpore. Non perdetti un attimo di tempo. Ordinai al mio autista di invertire la marcia e di filare a Cherbourg senza alcuna pietà per i nostri pneumatici. I Pélissier valevano più di un treno di gomme… Ci indicarono il Caffé della Stazione dove si erano rintanati infreddoliti dinanzi a scodelle di cioccolata bollente. «Non siamo dei cani!» mi accolse Henri «non solo si deve correre come disperati, ma si deve anche morire di freddo o soffocare di caldo!» Ricordo che era un fiume in piena. Il fratello, più timido, si limitava ad assentire con il capo. Ogni tanto si abbracciavano. «Voi non avete idea cosa sia il Tour – mi disse – È un calvario. Anzi peggio, perché il cammino della Croce non ha che quattordici stazioni, mentre il nostro ne ha quindici. Soffriamo dalla partenza all’arrivo. Volete vedere come andiamo avanti?» Ed è lì che si rivelò ciò che tutti noi giornalisti sospettavamo: fiale di cocaina, pillole, pastiglie di cloroformio…

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    La casa natale di Albert Londres a Vichy

  • Insomma ‘bombe’!?
  • Di tutto. Anche un occhio di vetro!
  • Sta parlando di Barthélemy?
  • Un vero eroe, un soldato alla battaglia. Lo avevo intravisto un giorno fermo sul bordo della strada. Non stava sistemando la bicicletta, sistemava se stesso. Si stava togliendo l’occhio dall’orbita per asciugarlo dal sudore. Quello vero lo aveva perso per colpa di un sasso schizzato in una corsa. «Lo porto solo da quattro mesi – mi disse – e non sono ancora abituato. L’orbita è ancora in suppurazione…» Chiesi se ne soffrisse. «Basta non pensarci», mi rispose. Qualche giorno dopo lo vidi rimpiazzare il suo occhio con del cotone che nulla aveva di idrofilo.
  • E la folla?
  • La folla al Tour era letteralmente impazzita. Ma non si trattava di ammirazione. La gente era in preda ad una esaltazione collettiva. Urlava, sbraitava, spintonava, si piazzava nel mezzo della strada per impedire la marcia dei corridori, seminava chiodi lungo la strada. In alcune tappe sembrava di essere a una corrida e i corridori dei tori che dovevano essere messi a morte alla fine dello spettacolo. Nella tappa di Mentone, vicino al confine italiano, Bottecchia si rifiutò di indossare la maglia gialla di leader della classifica perché timoroso di essere riconosciuto dai suoi tifosi che per eccesso di entusiasmo lo avrebbero certamente danneggiato. Mi permetta se le dico una cosa: i ciclisti d’oggi sono delle signorine. Appena vien giù un po’ di pioggia si mette in dubbio se proseguire o meno! Chieda al signor Bellenger che il 18 luglio 1924 vinse la tappa Metz-Dunkerque di 433 chilometri dopo 20 ore e 17 minuti in sella, sotto una tormenta di vento, pioggia gelida e sulle strade del pavé. Sa qual’era l’effetto più ridicolo della pioggia?
  • No, me lo dica?
  • Che distruggeva il fondo delle mutande. Bellenger arrivò al traguardo con il sedere scoperto. Il bel Tiberghien quando si attraversavano le città, per non fare la figura dello schifoso di fronte alle ragazze si nascondeva nelle retrovie, fra un auto e l’altra.
  • Londres, dopo l’edizione del 1924, lei non è più tornato al Tour, vero? Come mai?
  • Non so… Un inviato deve fare ciò che il suo giornale gli impone.
  • Davvero? Non è che l’ha presa male per come furono giudicati i suoi ‘pezzi’?
  • Bé, diciamo che ancora una volta non feci favori a nessuno e a Desgrange, l’organizzatore, tanto meno. Specie quando presi le difese dei Pélissier. Ricordo che ci fu un solo altro giornale che mi sostenne: il quotidiano comunista L’Humanité. Anche il mio giornale, dopo qualche giorno, confinò i miei articoli non più in prima pagina ma in seconda o in terza. Che vuole, il nostro mestiere non è compiacere, e neppure fare dei torti, ma è di mettere la penna nella piaga.
  • Capisco.
  • Mi perdoni, ma lei per quale giornale lavora? Sa, avrei qui con me del materiale che scotta, sui bambini di strada nelle favelas di Rio. In tutti questi anni, dopo la mia morte in mare, non sono rimasto a far nulla, mi creda. Le interessa?
  • Guardi Londres, io la ringrazio della considerazione ma il mio è solo un magazine di ciclismo. È per questo motivo che ho parlato con lei di Tour.
  • Ah, un altro fissato di sport. Mon Dieu, quel monde!
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Il poster del centenario del Tour de France

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Momenti del Rencontres Albert Londres a Vichy il 25-26 maggio 2013

Ad Albert Londres è oggi intitolato un premio letterario molto ambito in Francia e a Vichy, da alcuni anni, si tengono i Rencontres a lui dedicati alla presenza di travel-writers e letterati. Gli incontri del 2013 hanno avuto per tema le corrispondenze di Londres al Tour del 1924 in concomitanza con la centesima edizione della Grand Boucle. Sono intervenuti storici del ciclismo, come Jean Durry, e giornalisti sportivi, in una ‘tre giorni’ di dibattiti, tavole rotonde, proiezioni di documentari e filmati storici. Un’ occasione di grande interesse e un omaggio sia a quegli oscuri protagonisti della strada sia a colui che ne raccolse le incredibili vicende.

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Il poster dei Rencontres 2013

Il poster dei Rencontres 2013

Jean Durry ricorda il Tour del 1924

Jean Durry ricorda il Tour del 1924

 

Bibliografia: Albert Londres, Tour de France Tour de souffrance (trad. italiana a cura di T. Labranca), Excelsior 1881, Milano 2008, € 21.50.

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